Testo e foto di Donatella Calati

“E poi a fine maggio arrivava la stagione dei morùn e per un mese non si riusciva a dormire per il rumore incessante dei bachi che in solaio sgranocchiavano senza sosta foglie di gelso, giorno e notte. Bachi che erano molto più viziati di noi bambini: solo foglie di gelso, solo foglie tenere, fresche, appena colte. Eravamo quindi tutti impegnati nella raccolta, a tutte le ore.”

Così il mio papà ricordava le sue estati di bambino. Il sacrificio veniva ricompensato quando i bachi “andavano nel bosco” salivano cioè sui ramoscelli che erano stati preparati per loro e si avvolgevano in un bozzolo lucente. Preziosi bozzoli di seta che venivano venduti ai raccoglitori che battevano le campagne lombarde per conto dei padroni delle filande.

“A febbraio, quando compii sette anni, ci mandarono a lavorare nella filanda del signor Rossi…”
La filanda è la vera fabbrica della seta. Nella filanda le ragazze più grandi e le donne srotolavano la seta dai bozzoli, Le donne sedevano a formare un quadrato – due di fronte alle altre due – e a ogni angolo del quadrato c’era una grande ruota che faceva girare il rocchetto. Ma non c’erano né cinghie né macchinari a far girare quelle ruote.

I primi telai manuali

“Le macchine eravamo noi bambine … Ogni donna aveva una bacinella d’acqua sul suo tavolo con sotto un piccolo fuoco per mantenere l’acqua bollente. Quello stanzone dei filatori era talmente pieno di vapore che si riusciva a malapena a vedere. D’estate era una vera e propria tortura … nella filanda dovevamo andare a lavorare prima dell’alba. Dovevamo accendere i fuochi e far bollire l’acqua prima che arrivassero le donne e alla sera dovevamo fermarci fin dopo il tramonto.” Così Rosa Cavalleri racconta la sua infanzia, poco dopo l’unità d’Italia (Rosa, vita di un’emigrante italiana, Ecoistituto della valle del Ticino)

La storia della seta si è intrecciata per almeno due secoli con quella dell’alta Valle Padana. Lavoro sfiancante per molti, soprattutto donne e bambine, piccolo guadagno supplementare per tanti contadini che così superavano uno stato di pura sussistenza, tessuti meravigliosi, sogno e simbolo di eleganza e ricchezza per pochi.

Kimono in seta

Oggi Como è ancora un centro importante per la seta e proprio qui un gruppo di appassionati ha dato vita al Museo Didattico della Seta, unico in Italia di questo genere. Un percorso guidato e interattivo in mezzo a imponenti macchinari centenari permette di ricostruire la trasformazione della seta dal bozzolo al filato, al tessuto e infine all’abito confezionato e di seguire l’evoluzione delle macchine, azionate in un primo tempo dalla forza umana poi dall’acqua, dal vapore e dall’elettricità, e dei processi di tessitura e di stampa.

Blocchi di legno inciso

I primi telai, totalmente manuali, richiedevano tempi lunghi e manodopera specializzata per poter ottenere tessuti con disegni complessi. A inizio ‘800 il telaio Jacquard con l’uso di schede perforate simili a quelle che, quasi due secoli dopo, avrebbero fatto funzionare i primi calcolatori ha permesso di ottenere tessuti molto elaborati più velocemente e con minore fatica. Anche riguardo alla stampa si assiste ad una progressiva meccanizzazione: dai blocchi di legno inciso posizionati a mano sulla stoffa, ai rulli di stampa, ai quadri digitalizzati

Il Museo Didattico della Seta è a Como. In via Castelnuovo, 9

Rulli di stampa