Testo e foto di Francesco Sandri

‘Cari radioascoltatori. Ricordandovi di stare a casa, la domanda di questo pomeriggio è: cosa vedete fuori dalla vostra finestra?’  

Spengo la radio. Silenzio. Ho davanti due cime tondeggianti, calve e spolverate di bianco come pandori, sorvegliano la valle senza severità. Il torrente gorgoglia felice tra le sue rocce levigate con cura. Le prime farfalle galleggiano nel vento che soffia appena e profuma di abetaia umida. Tutto attorno vibra l’impercettibile fremito primaverile.

La voce da fuori

Sono fortunato a poter godere del risveglio della Carnia dopo il gelido letargo invernale. Ringrazio il caso: sono stato l’ultimo a sapere dell’entrata in vigore delle misure restrittive mentre già mi trovavo stretto nell’abbraccio dei monti. Ho saputo dei decreti solo una settimana dopo la loro emanazione: sono sceso in paese per bere un bicchiere di vino e ho trovato tutte le osterie chiuse.

Ho pensato: sarei potuto rimanere fino all’autunno senza accorgermi di ciò che sta succedendo. Mi sono reso conto che il mio isolamento sarebbe durato ben più del mese che avevo previsto. Una quarantena solitaria e boschiva, priva di internet e contatti con l’esterno, a parte quelli per loro natura unidirezionali delle frequenze radio. Di sicuro la prima cosa che si impara a fare in queste situazioni è ascoltare. E non solo i segnali eterei a onde medie.

Ecco, allora, il crepitio del fuoco nel caminetto, il tonfo della goccia d’acqua sulle foglie secche del faggio, il picchio che da qualche parte intaglia il tronco di un albero morto. Gli scricchiolii spontanei di questa casa di legno e pietra, che inizialmente hanno preso forme dispettose di animali, spiriti o Sbilfs nascosti in qualche angolo, sono poi diventati una musica senza la quale non posso addormentarmi.

I boschi in bilico fra inverno e primavera

Dalla sveglia all’ultimo carico di legna nella stufa. Piccoli rituali della vita quotidiana: il profumo di pane tostato e caffè corretto, di muschio e pietre scaldate dal sole, di fumo resinoso e pagine di libri che sembrano parlare ad alta voce per intensità muta con cui li leggo. A volte invece l’ascolto attento porta con sé delle risate che partono spontanee dalla pancia o qualche lacrima che scende da sola, senza chiedere una giustificazione per farlo.

Una volta alla settimana la mia bicicletta si precipita gioiosa verso il paese. Posso scambiare qualche parola con gli amici montanari che trovo fuori dall’unico e sguarnito minimarket. Se per l’andata non servono i pedali, la via del ritorno esige, per ogni centimetro di dislivello, grandi polmoni e forza di volontà.

La legna da tagliare non è mai troppa. I prati abbandonati da decenni richiedono una lotta drastica contro il bosco che cerca di riprenderseli. La primavera avvisa che è tempo di smuovere la terra nell’orto e, come se non bastasse, un recente viaggio sulle Ande mi ha convinto della possibilità di terrazzare una montagna. Anche se credo che gli Inca avessero a disposizione più manodopera e pietre più squadrate di quelle tondeggianti fornite dal torrente per questo mio tentativo di giocare al pioniere ottocentesco.

Ho trovato la risposta alla domanda della radio: la mia finestra si affaccia su uno splendido giardino. Boschi sconfinati e una stagione e una stagione in bilico tra i fiori di campo dell’estate e le nuvole bianche di un inverno avvolgente. Scopro mondi impercettibili. L’isolamento è la condizione naturale del mio giardino fiabesco, non l’anomalia. E adattarsi al suo ritmo silenzioso rende questo momento, sospeso tra le gemme dei salici, una quarantena fortunata.