Ad Medhane Alem

Ad Medhane Alem

Testo e foto di Andrea Semplici

Venti anni fa, il primo raggio di sole non sorprese l’abuna. Alzò la croce. Fu uno scintillio immediato, un riflesso improvviso negli occhi, uno scarto di esposimetro. Silenzio perfetto per un solo istante. Migliaia di persone stravolte dalla notte senza sonno trattennero il fiato. Il prete, con un gesto da teatro, abbassò la croce nell’acqua. Il miracolo, il battesimo si era ripetuto. Timkat. Epifania etiopica. Poi fu ressa, festa, doccia, secchiate d’acqua benedetta, urlo di lingue, corse di ragazzini, botte, shamma fradici, mani che strusciano il viso, gioco, panico gioioso, sorpresa inaspettata e atterrita per noi bianchi. Lalibela, città santa. Il sole era sorto oltre i quattromila metri dell’Abuna Yosef, montagna del Lasta.

Vent’anni dopo, fine del nostro anno occidentale. Vedo quello stesso sole sorgere a cento metri da me. Sono nell’ombra, indosso tre maglioni. Ma il sole accende, per una manciata di secondi, il picco roccioso, il Rim Gedel, la punta aguzza dell’Abuna Yosef. A un passo dai miei occhi.

IN cammino

IN cammino

Il cammino solitario

Il cammino solitario

Aregagn ripete la leggenda. L’abuna Yosef era uno dei mille predicatori folli del Medioevo cristiano dell’Africa. Saliva le montagne con il suo messaggio sacro e testardo. Quassù, vento e gelo, piogge a scroscio negli inverni dell’altopiano, vivevano già uomini e donne. La madre del giovane contadino aveva scelto un brutto momento per morire. C’era l’orzo e il grano da raccogliere. Il ragazzo non si dava pace, ma non poteva lasciare i suoi campi, non poteva andare al funerale. I babbuini avrebbero divorato il suo raccolto. Yosef si offrì di sorvegliare il campo.

Fece molto di più: quando il ragazzo risalì il suo pianoro, trovò i babbuini placidamente seduti ai confini del suo orzo. Non avevano toccato nemmeno una spiga. Yosef li aveva convinti a rispettare il lavoro dell’uomo. Venne convocata un’assemblea: contadini da una parte, babbuini dall’altra. A fronteggiarsi. Si scambiarono cibo e birra. Yosef suggerì un patto: le scimmie non avrebbero più invaso i terreni occupati dagli uomini, avrebbero lasciato gli uomini coltivare. I contadini si impegnavano a non raccogliere tutti i chicchi sfuggiti alla pula o caduti per terra. Ai babbuini venne riconosciuto il diritto di spigolatura. In più, gli uomini non avrebbero più spinto le loro vacche sui prati di alta quota, territorio delle scimmie.

Qui a quattromila metri cresce un’erba speciale, dura, ricca di proteine. I babbuini passano il loro tempo a mangiare, a spulciarsi, a fare all’amore.

Cucinara ad Ad Medhane Alem

Cucinare ad Ad Medhane Alem

Il fuoco ad Ad Medhane Alem

Il fuoco ad Ad Medhane Alem

La ricevuta

La ricevuta

Ci dicono: la gente delle montagne può percorrere sei chilometri all’ora. Hanno gambe secche e tirate, i muscoli sembrano corde di pelle. Sono elastici tesi nello sforzo. Si caricano fardelli sulle schiena. Bastone di traverso sulla spalle per tenere in equilibrio il peso del raccolto, della farina, della paglia. Quasi corrono a passi ravvicinati, sollevando appena la suola di scarpe di gomma consumata. Un uomo si ferma, vede la fatica della donna, si offre di caricarsi il suo sacco. La donna è a piedi nudi. A volte si riposano contro una roccia, mollano il peso ad altezza delle spalle e si allungano sulla pietra con il corpo molle. Negash mi dice: qui viviamo in trecentocinquanta e questo è solo uno dei villaggi della montagna. Un popolo invisibile.

Kassi

Kassi

Lavoro

Lavoro

Lavoro

Lavoro

La fatica

La fatica

Scopro il nome delle margherite gialle: eurypos pinifloius. Vorrebbero essere girasoli. Si accontentano di scavarsi una buchetta, si rintananano là dentro, chiudono i petali durante la notte, per riaprirli quando il sole ritorna e far spuntare il giallo oltre il bordo del suo rifugio.

Insomma, sto raccontandovi che sono andato a piedi a quattromila e più metri. Nel cuore dell’Etiopia. Vero, Lalibela sta già a duemila e seicento metri e nei primi chilometri abbiamo barato: un passaggio in macchina fino ai muli. Ci aspettano, con gabi di polvere e sandali a pezzi, Brku, il primo, e Kassi, con il suo nome che significa: è venuto dopo molte altre figlie. In Etiopia un nome non è mai dato per caso. Sorridono, ma nascondono i denti dietro alla mano. Le comunità mettono i muli, un business imprevisto. Il turismo di chi va a piedi produce un reddito inaspettato. Prezioso. Benedetto. Viva il turismo.

In cammino

In cammino

Via vai a tremila e cinquecento metri di quota

Via vai a tremila e cinquecento metri di quota

S’impara subito: devi gridare wash, se vuoi che il mulo si muova. Shshshshsh, per ordinargli di fermarsi. Niente da fare: a noi non ubbidiscono. Il mulo si chiama Bula, dal colore del manto. Dice Brku: ‘Se fa il bravo, un mulo avrà un bel nome’.

Si sale a mezza costa, ho brividi di vertigini (ne soffro troppo, non fateci caso), Are mi prende per mano. Basta questo, non guardo giù.

In cammino

In cammino

In cammino

In cammino

Marabarbur, ‘ponte naturale’. Separa pianori di alta quota, snodo del cammino, balzo verso l’alto. Scalino, alto gradino di basalto, passaggio strategico, sospeso, per due metri, fra due precipizi. Due donne sfuggono alla mia macchina fotografica.

Ad Medhane Alem, il luogo del Salvatore del Mondo, è sul confine del cliff. Isola di tukul. Rifugio di alta montagna. Sto lì, a naso in giù. Il volo solitario di un lammargeyer, immenso gipeto, due metri di ali, visto dall’alto. Sto lì, non c’è nient’altro da fare, mentre Negash accende il fuoco con legni di eucalipto. Laggiù c’è la Lalibela, con la forma che ricorda quasi un pesce, si allunga su un costone di montagna. Sto qui e lo spettacolo del vuoto e degli orizzonti è un abbraccio. Ci sono due donne a cucinare, tutti chiacchierano. Del prossimo mercato, c’è da vendere qualche capra. Coltivano patate, lenticchie, cipolle. Ma vivono di orzo e grano. E ora ci sono i soldi del turismo occidentale, non si fanno troppe domande su questi strani uomini e donne che pagano per fare quello che loro hanno sempre fatto. Noi scegliamo di camminare, per loro non esiste altro. Con i soldi hanno costruito una chiesa. Un prete-contadino ci vuole nel villaggio. Con i soldi pagano il salario ai maestri. Comprano semi e attrezzi per dissodare la terra gelata di questa montagna. Per la contabilità, Tesfa, l’organizzazione che ci ha portano fino a qua, oggi sta lasciando 2388 birr, cento euro, a Negash. Ricevuta con penna bic e carta carbone.

Il picco dell'Abuna Yosef

Il picco dell’Abuna Yosef

Il cammino

Il cammino

Hanno costruito in muratura una clinica per animali e una per gli uomini. C’è la strada, se volete, che sale a questa altitudine. Un’ambulanza aspetta. C’è la scuola. Grande. Per centinaia di ragazzini.

Zaberay

Zaberay

Chiedo a Zeberay qual è l’oggetto più importante che possiede. Domanda stupida, ma questo, da un po’ di tempo, mi sono messo in mente di chiedere. Lei non decide, alla fine si sfiora meskel, la croce di ottone, che ha al collo. Cucina per noi patate lesse di montagna. Piccole e buone. Vive a Hamusit, il villaggio del mercato del giovedì. Offre talla, birra di orzo, color del fango. Korafè, spiegano, è la più forte.

Chemistry

Chemistry

Immaginate il coro dei bambini: helò, helò, helò e appena ti volti dietro all’insistenza: money, money, money. Parole di inglese. Ricavatene voi una storia. Sciamano dalla scuola, qualcuno ha piantato tre eucalipti, crescono con qualche stento, i maestri hanno sempre i jeans e un quaderno in mano. I ragazzi hanno un borsello di juta cucito a spilli e tre libri pigiati dentro. Chemistry, dice l’abbecedario della ragazza che si fa fotografare con un sorriso. Mi piaceva il colore rosso della copertina.

Verso la vetta

Verso la vetta

La cucina ad Agaw Beret

La cucina ad Agaw Beret

Tutto ciò che è necessario

Tutto ciò che è necessario

Ecco, fino a ora abbiamo scherzato. Ora si sale. Si sale davvero. Pianoro di arbusti, cammini ben percorsi, finora in piano. Adesso lo spuntone dell’Abuna Yosef è sopra le nostre teste. Mettetevi in pace, un passo, un respiro, una terapia yoga, rallento fino all’immobilismo, sento i miei polmoni, la gamba si muove, penso: devo raggiungere quel sasso, quella curva, quel fiore. Sta lì a venti metri, poi a dieci, poi a cinque. Raggiunto. Adesso un altro sasso, un altro arbusto, un altro segno. I miei compagni di viaggio sono lassù. So che anche io dovrò andare lassù. Lontano da qui. Io ho il passo costante, direbbe un amico di un altro cammino. Il mio passo immobile, eppure ogni sasso, ogni fiore, ogni dosso è raggiunto. Guardo il mio corpo da fuori. Il sole brucia il naso, il vento che è soffio leggero, ma affilato, raffredda lo stomaco. Salgo. Salgo ancora. Mi fermo da uomini e donne che lavorano. Lascio lo zaino. Non ci crederete: faccio finta di dare una mano. Ho bisogno di fare qualcosa: raccolgo paglia e la sistemo dove mi dicono, allontano una vacca, provo la frusta di una donna, non riesco a farla schioccare, il ragazzo con una strana giacchetta addosso, mi dice: ‘Welcome’. Mi riempio di polvere di orzo, gli occhi bruciano. Mi piace stare qui. Non fotografo. Questo è l’ultimo villaggio. ora è solo montagna, prateria sassosa di alta quota. Ora è terra di babbuini (ricordate il patto?), di lobelie che vorrebbero essere giganti, ma mi appaiono nanerottole. Però le tocco, le accarezzo, ne raccolgo cortecce dissecate. Insomma, queste fasulle palme-fiori crescono a quattromila metri. Hanno foglie che si proteggono dal sole, la loro linfa non gela, la loro spina dorsale resiste ai venti. Dopo anni fioriscono e gettano all’aria sette milioni di semi. Applausi, ragazze.

Quei rincitrulliti della società zoologica di Francoforte hanno scelto il luogo dell’ombre per costruire le loro capanne-rifugio. Roccioni e speroni di montagna qui impediscono al sole di avere albe e tramonti sulle loro finestre. ‘Ma c’è acqua a un passo’, mi spiegano quando cercano di giustificare i tedeschi. Ma io avrei pagato per un raggio di sole a sera. Mi raggomitolo in un gabi pesante e cerco di scaldare la pelle che si è freddata come un iceberg. Bidoni di ferro in cui accendere il fuoco di eucalipti. Chi avrà portato le poltrone e un divano fino al rifugio di Agaw Beret, quattromila e trenta metri, sotto la punta di rocca dell’Abuna Yosef. Sono arrivato.

Zenneba e Walla

Zenneba e Walla

Agaw Beret

Agaw Beret

 

Dal libro degli ospiti: sono il secondo più vecchio arrivato fino a qui. Un altro ha solo scritto: old. Io dico i miei anni e ci metto un punto esclamativo. Ricordo chi mi chiamava sixties, già quattro anni fa. Che ci faccio qui? Mi prendo il fuoco, mangio una buona pasta e una zuppa, la solita donna senza parole che cucina, sfido il freddo, indosso tre pile, una giacca e un cappello di lana. E non mi spoglio mentre mi infilo sotto coperte di acrilico. Sto bene.

Qua stanno in tre: Walla, Tesfa e Zenneba. Dovrei resistere alla domanda. Ma come si fa? E che fate ogni giorno in questa immensa solitudine di sole bruciante, gelo intenso, piogge di inverni africani. Non glielo chiedo. Mi dicono: passeggiamo. Are si diverte: ‘Ci portano le ragazze’. E credo che sia proprio così. Immagino le notti con il fumo che fa nebbia nella capanna. Sanno parlare nelle ore del buio. Si daranno baci nella fuliggine, e con il sapore acido della ‘njera sulle labbra.

Abuna Yosef

Abuna Yosef

Il sole arriva

Il sole arriva

Il sole

Il sole

Raggiungere il sole

Raggiungere il sole

Walla si presenta: sono il manager, qui. Sorveglio i lupi d’etiopia. Ethiopian wolf, un formidabile canide di alta quota. Un solo gruppo sopravvive quassù: sono meno di trenta animali, invisibili, pieni di nemici. Ci vorrebbe un abuna Yosef anche per i lupi, oltre che per i babbuini. Non credete a chi vi dice che li vedrete: dovrete stare qui settimane per avere questa fortuna. Ma la fortuna è l’alba: quella che alle sei del mattino, ogni giorno dell’anno, fa felice la roccia dell’Abuna Yosef. Il vecchio vescovo di pietra, dai tempi del Medioevo, si prende la prima luce, afferra il primo raggio di sole, caccia il grigio e si tinge di un colore d’arancia matura. Dura solo un minuto, meno, forse meno. Ma è il momento che dà la felicità di essere arrivati nelle praterie dell’Abuna Yosef.

Sto fermo, baro un po’, faccio un passo. Raggiungo la luce che avanza. Come se raggiungessi il sole. Guardo i girasoli in miniatura che aprono i loro petali e cammino assieme all’andare del sole, lo spingo ad andare avanti, a conquistare territori, ad aiutare i fiori ad aprirsi.

Lobelie

Lobelie

Non saliamo ai quattromila e duecentottantadue metri della vetta. E’ facile. Posso farlo. Non lo facciamo. Senza alcuna ragione. Ci giriamo attorno.

Dai valloni sale il suono di un corno. Forse è un funerale, forse un battesimo, forse un matrimonio. Annuncio per la gente delle montagne. Io non so riconoscere il richiamo.