Testo e foto di Donatella Calati

Aspettando il nuovo numero, in uscita a ottobre: storie e viaggi sul tema del prossimo dossier, Gente che va

Ma tu come te la immagini una persona che ha la responsabilità di una regione vasta quanto la Val d’Aosta e della quale conosce a fondo ogni angolo e ogni abitante?

Probabilmente in camicia bianca e giacca scura oppure, quando ti dicono che abita in Africa, con un enorme chech indaco avvolto sulla testa alla moda tuaregh o magari con un bubu multicolore e svolazzante alla moda senegalese.

Non certo con una vecchia sciarpa grigia arrotolata in testa alla bell’e meglio e con enormi occhiali scuri che sarebbero stati bene su una turista americana anni ’50.
Eppure, anche con questo abbigliamento improbabile e un atteggiamento dimesso, Molia mantiene intatto il carisma con il quale guida da anni la sua comunità. Una cinquantina di persone, pastori tebu, che nomadizzano in un territorio tanto vasto quanto arido e di difficile accesso nell’estremo nord del Ciad, al confine con la Libia: la piana di Ouri.

Nessuno abita stabilmente nella piana, normalmente vivono sull’altopiano roccioso, nella piccola oasi di Aozi e scendono ogni anno quando le scarse piogge cadute sull’altipiano riversandosi nella piana rinverdiscono le acacie e permettono la crescita di un pascolo seppure molto limitato.
Si muovono con moltissime capre, pochi asini e qualche cammello percorrendo fino a un centinaio di chilometri. Sulla sabbia si vedono in distanza le orme fitte degli animali a formare vere e proprie strade.

Molia è il punto di riferimento per decidere il momento del trasferimento, per scegliere il posto ideale dove accamparsi in base alla presenza d’acqua e soprattutto di vegetazione, per valutare i passaggi più agevoli per gli animali e più sicuri per le persone, soprattutto dopo che le mine sono diventate frequenti a causa della lotta che ha contrapposto tebu e governo centrale. A lui si rivolgono per appianare quei conflitti interni legati per lo più al possesso degli animali, che potrebbero degenerare mettendo in pericolo la coesione del gruppo. Sicuramente Molia ha dovuto prendere anche decisioni più delicate per il bene della sua comunità come l’atteggiamento da tenere nei confronti dei ribelli che hanno cercato rifugio tra le montagne che circondano la piana di Ouri.

Non esiste un vero villaggio nella piana ma capanne sparse, isolate o al più raggruppate in due o tre.
Leggerezza e mobilità sono qualità essenziali per i nomadi.

Le capanne quindi sono costituite normalmente da un’intelaiatura di rami (acacia e calotropis) coperta da stuoie. È lavoro delle donne montare la capanna e smontarla a fine stagione. Le stuoie vengono arrotolate e caricate sul cammello insieme alle poche suppellettili mentre la struttura rimane sul posto. Ed è lavoro delle donne anche andare a raccogliere l’acqua nella guelta, pozza semipermanentea di acqua piovana, che può essere distante qualche chilometro.

In cima al carico i bambini, troppo piccoli per affrontare il lungo cammino. Dall’alto imparano a conoscere il loro difficile mondo e a intravedere un futuro che potrebbe continuare chiuso nel solco della tradizione o intraprendere nuovi cammini aperti verso altri mondi. Non so che cosa augurare loro.

Le conoscenze di Molia sono sicuramente preziose per i suoi ma lo sono state anche per noi. L’abbiamo incontrato più volte a partire dal 1994 e ci ha aiutato con i suoi racconti, a volte accompagnato con i suoi cammelli, alla ricerca delle pitture che ignoti artisti hanno dipinto a centinaia su quelle pareti rocciose più di cinquemila anni fa. Tra le tante pitture questa rappresenta bene la voglia di condivisione e di contatto.

La prima volta Molia ci accompagnò insieme al piccolo figlio di circa 10 anni.

Ci aveva colpito lo stretto legame padre-figlio. Per il ragazzino era la prima esperienza, imparava a caricare e guidare il cammello, ascoltava i racconti del padre la sera vicino al fuoco, camminava sempre al suo fianco tenendolo per mano. E giorno dopo giorno ci rendevamo conto di quello che al primo momento ci era sembrato impossibile: Molia era quasi cieco.
Eppure era lui a guidare i passi di Hassan e i nostri.
La cecità era arrivata quando la sua mente aveva già immagazzinato ogni più piccolo particolare, si orientava in base alle impercettibili variazioni di consistenza e di pendenza del terreno, sentendo sulla pelle da quale parte batteva il sole o da dove arrivava il vento. Descriveva al figlio il paesaggio verso il quale avremmo dovuto dirigerci raccogliendo le immagini dalla memoria anziché dagli occhi.

Quindici anni dopo abbiamo visto il figlio arrivare a Ouri al volante di un fuoristrada, in mano un telefono satellitare con il quale restare in contatto con il mondo “esterno”. Molia era appena arrivato alla testa del suo piccolo gruppo transumante. Si sono allontanati, mano nella mano.

Sarà Hassan la nuova guida della comunità di Ouri?