Non è facile spedire una cartolina dalla più settentrionale dell’isole dell’arcipelago giapponese. Qui la modernità ha rallentato, non si va veloci, le locomotive sono lente, i paesi brutti. E allora? Forse davvero merita venire in questa terra…

Testo e foto di Luisa Fazzini

Spedire una cartolina da qui non è semplice. Innanzi tutto perché se scrivo solo Hokkaido, non si capisce dove sono. Devo cominciare con l’aggiungere Giappone. E poi che immagine scelgo? Di tradizionalmente giapponese qui non c’è niente. Almeno secondo l’immaginario turistico. E allora la difficoltà aumenta. Come giustifico che sono partita per un luogo poco noto in cui non è evidente che cosa sono venuta a vedere?

Forse più che una cartolina dovrei prendere carta e penna e cominciare a raccontare. Raccontare di mesi di letture invernali sugli Ainu, sulla rivolta dei samurai del 1877, sugli studi di Ruth Benedict, di Fosco Maraini, di Nicolas Bouvier. Di pile di romanzi che mi hanno spiegato come ragiona questo popolo. Di riflessioni personali sulla differenza tra noi e loro. Su cosa aspettarmi qui.

Qui non ci sono treni ad alta velocità. Lo shinkansen è inutile per lo scarso numero di abitanti e visitatori e incompatibile con la densità della foresta. Si viaggia a ritmo del sobbalzo dei treni locali, a volte mono vagone, tra piccole stazioni di un Giappone di periferia. Si sale su pullman consumati, scarto della modernità che impera nell’isola più a sud, si prende un taxi perché a volte i collegamenti sono inesistenti. E poi si cammina. Ci si muove lungo queste strade, spesso strappate alla foresta dal lavoro dei samurai e dei prigionieri politici detenuti nella prigione di Abashiri, si tende l’occhio nella boscaglia alla presenza dell’orso,  si pensa tra un lago sacro e un altro agli Ainu, dissolti nell’onda colonizzatrice nipponica. Oppure si visita il loro museo aperto nel 2020 a Upopoy, ma bisogna aver letto Fosco Maraini altrimenti il valore naufraga nel folklore.

Poi ti fermi. I centri abitati sono piccoli, a parte la modernissima Sapporo che tenta di lanciare il turismo in quest’isola, con una splendida esposizione nell’antico palazzo governativo. Ma alle spalle di Sapporo c’è l’Hokkaido autentico. Quello non ancora sufficientemente occidentalizzato per accogliere chi fatica a dormire per terra, a lavarsi in un onsen, a mangiare alghe e pesce anche a colazione. I paesi sono brutti, alcuni bruttissimi. Casette prefabbricate in plastica, ammassate tra fili della luce contorti, abbacchiamo lo sguardo esteta dell’italiano. Ma per i giapponesi la bellezza è una ricerca, è un cammino personale che si disvela solo all’interno delle case. Per il resto la città deve essere funzionale. La bellezza diffusa è volgare. E qui che di antico a sopperire c’è gran poco, di bruttezza ne sperimenti fin che basta.

Ti mando una cartolina da Hokkaido e ti dico che ho portato con convinzione lo zaino che raccoglieva tutto il mio bagaglio di diciassette giorni. Perché ho visto un mondo che non ha familiarizzato con gli occidentali, una natura che controlla i miei passi tra montagne, vulcani, oceano, orsi. Ti scrivo che è stato difficile interfacciarsi con l’agire di questo popolo, con i suoi gesti, i suoi silenzi, le sue abitudini.

Ma ti invito a partire. Oltre le pagine di qualsiasi guida turistica. Per fermarti dopo ore di cammino in un onsen all’aperto tra le nebbie di una montagna, che non ricordo esattamente dove fosse, ma che io so in che angolo dell’anima conservo.

Parti per divenire. Non per dimostrare.

Luisa Fazzini, insegnante, formatrice. È nata a Mestre nel 1969. Vive a Villafranca di Verona. Radici veneziane, cambiate tante città. Di sè dice: ‘Non appartengo a nessun luogo e forse per questo mi appartengono tutti o ho acquisito per forza la capacità di starci dentro e di leggerli almeno in parte.