Una partita in Palestina

Testo di Andrea Semplici

Ogni Mondiale di calcio nasconde qualcosa di indicibile. E non ricordo grandi gesti di protesta contro quanto accadeva nei paesi che ospitavano la più importante fra le competizioni calcistiche. Nessun velocista nero ha mai alzato un pugno guantato al cielo come accadde alle Olimpiadi del 1968, in quel leggendario stadio messicano. Gli olandesi, nel 1978, non nascosero la loro antipatia contro la dittatura dei militari argentini dopo aver perso la finale con i bianco-celesti.

Nessuno saprà mai quanti lavoratori immigrati abbiano perso la vita nei cantieri per la costruzione degli stadi per i Mondiali in Qatar. Seimila e cinquecento in dieci anni, secondo un’inchiesta del Guardian. Le autorità qatarine ammisero la morte di soli quaranta lavoratori.

Mentre sto scrivendo, all’alba europea di questa mattina, si è giocato allo stadio di Guadalajara. Leggo il racconto, pubblicato alla vigilia dei mondiali, da Lucia Capuzzi su Avvenire: in Messico, dal 2006 a oggi, nella guerra aperta del narcotraffico, sono scomparse 134mila persone. A Guadalajara, ‘nel giro di quindici chilometri’ si trovano gli stadi del calcio, gli alberghi che ospitano i tifosi delle squadre e i cimiteri clandestini delle vittime di questa guerra. Héctor Piña, giornalista e ricercatore, rivela a Lucia che qui sono state trovate 63 delle 299 fosse comuni scoperte nel paese. Si sta giocando a un passo delle necropoli dell’orrore.

Il racconto di Lucia è qui: https://www.avvenire.it/mondo/i-mondiali-nel-messico-della-narcoguerra-le-partite-si-giocano-fra-le-fosse-comuni_109484

Nel frattempo, il Messico ha vinto, contro il Sudafrica, la partita di esordio del mondiale. La Corea del Sud (undici mondiali consecutivi) ha rimontato e sconfitto la Cechia.

78 partite negli Stati Uniti, 13 in Messico e in Canada: in realtà questi mondiali itineranti (nove milioni di tonnellate di anidride carbonica verranno riversati nell’aria solo dai voli aerei necessari a far volare le squadra da uno stadio all’altro) sono dei tanti palcoscenici sui quali si esibisce il presidente Donald Trump. Lo farebbe chiunque fosse al potere, nessuno è immune dal narcisismo: ma lui non ha alcun freno, né pudore. Non è tipo.

Un giovane arbitro, Omar Abdul Kadir Artan, 35 anni, somalo, era riuscito a conquistare il diritto di partecipare ai mondiali nordamericani. Ben si capisce: nel 2025 è stato considerato il miglior arbitro africano. Il designatore, l’italiano Pierluigi Collina, lo aveva inserito nell’elenco dei 52 arbitri destinati a dirigere le partite dei Mondiali. Ai somali, per decisione di Trump, è vietato l’ingresso negli Usa, ma Omar Artan era riuscito a ottenere un visto diplomatico (immagino rilasciato da un’autorità Usa). Niente da fare: alle autorità di frontiera di Miami, quel ragazzo non piaceva. Non hanno spiegato perché: lo hanno fermato all’aeroporto e, dopo poche ore dopo, caricato su un aereo per Istanbul. Non vedremo Omar arbitrare. La sua gente lo ha accolto come un eroe a Mogadiscio. ‘Libero’ non ci trova nulla di scandaloso, scrivono che 1248 calciatori sono entrati negli Stati Uniti (oggi non è così facile varcare quel confine: ho il sospetto che basti aver partecipato a una manifestazione contro la guerra nel Viet-nam mezzo secolo fa per dimenticarsi la possibilità di visitare le Montagne Rocciose) e dobbiamo davvero aggrapparci al rifiuto per un arbitro somalo per dimostrare la cattiveria di Donald Trump? Beh, sì, dobbiamo indignarci…

Per nostra fortuna l’Europa del calcio è capace di sorprenderci: ha saputo fare ciò che l’Unione Europea non riesce a fare. ‘Il calcio è fatto per unire’, ha detto Aleksander Čeferin, sloveno, presidente dell’Uefa. E allora l’Unione delle Federazioni Calcistiche Europee, ha assegnato, un giorno dopo la cacciata dell’arbitro somalo dagli Usa, la direzione della finale di Supercoppa europea. Il 12 agosto vedremo proprio Omar fischiare il calcio di avvio fra Paris Saint Germain e Aston Villa, vincitori quest’anni delle due principali coppe europee. Non era mai accaduto che la direzione di una partita così importante fosse affidata a un arbitro non europeo. Applausi all’Uefa.