Testo di Silvana Kühtz

Quando mamma lo trovò sotto un albero era come sono i passerotti caduti dal nido e destinati a morte certa: una pallina di piume bianche da cui spunta un becco giallo – aperto e urlante per la fame – e una linguetta rosa che vibra in fondo.

Come succede quando si sta in campagna ciò che accade si accoglie con naturalezza, la vita è una splendida avventura di cose minute, e così fu subito trovato un cestino per tenere la bestiola che fu battezzata senza cerimonie: Smarrito, il nome più azzeccato che trovò mamma per lui (o lei).

Smarrito quindi cominciò a essere nutrito di fantasiose pappe di uovo fresco, pane, mosche, tutte ficcategli poi giù per la gola con un bastoncino sottile, perché la mamma va direttamente in fondo col becco, diceva mia madre a mio padre, ma non facciamoci illusioni. La sera sul cestino calava il buio di un panno e Smarrito dormiva lì finché non gli si restituiva il giorno.

Contro tutte le aspettative, Smarrito cominciò a crescere, a camminare, cioè zompettare, e le piume piano piano cominciarono a diventare vere e proprie penne, il corpo si trasformò e diventò un passerotto. Durante il pranzo stava sulla nostra tavola dove beccava le molliche, saltava nelle tasche di mamma che se lo portava in giro come se niente fosse, e quando rompeva le mandorle o i pinoli per fare i dolci lui aspettava pazientemente quelle rotte che sapeva sue.

Non volava però, e allora decisi di insegnarglielo. Posso dire di aver fatto da maestra di volo ad un passerotto, un vero privilegio. Gli facevo perdere l’equilibrio tenendolo sulla mano, prima a pochi centimetri dal pavimento e poi partivo da varie altezze, temerariamente incoraggiandolo. Lui apriva le ali in un moto automatico di ricerca dell’equilibrio, ma non sempre riusciva ad evitare le cadute. Ma insomma imparò, cominciò l’esplorazione del giardino, degli alberi, dello spazio. Mamma poi lo chiamava, batteva le mani e diceva: Smarritoooo, con un tono acuto e unico, e lui tornava, planava sulla spalla di mamma, o sulla testa di papà.

Una volta decisero anche di portarselo dietro al Policlinico dove era ricoverato mio nonno Luigi, e Smarrito si produsse in una serie di voli festosi andando dalle spalle dei miei alla sponda del letto del nonno. Fu grande festa.

Mano a mano che il tempo passava Smarrito prese più confidenza con la sua natura pennuta, mamma lo chiamava Smarritoooo e lui ci metteva sempre un po’ più di tempo per tornare da noi, certi giorni mamma entrava in ansia, non contenta finché non lo vedeva arrivare, facendo mille ipotesi catastrofiche. Qualche volta tornava solo per un saluto, mamma lo chiamava, lui le si avvicinava, cinguettava e poi tornava negli alberi.

E, come scrisse mio padre in un suo diario: dopo molto tempo Smarrito decise di lasciarci e con grande slancio riprese la sua libertà.