Adriana Altamirano è una poetessa messicana. Vive a Firenze da decenni. Casa sua è l’Isolotto. A volte mi accompagna in brevi passeggiate fra il parco dell’Argingrosso e le Cascine. E mi racconta del quartiere. Non ha perduto l’accento centroamericano. Da un po’ di tempo, mi racconta del suo paese. Il Messico e quella regione del Nord-Est, al confine con gli Stati Uniti, il Tamaulipas. Una bella terra. Percorsa dal narcotraffico. Mi dice: ‘Oramai è conosciuta come la nostra, piccola Auschwitz. Perchè noi messicani, amiamo i diminutivi’. E il suo sguardo balza oltre il fiume, oltre l’Europa, oltre l’oceano. Arriva fino alle sponde della sua terra così lontana, così vicina…

Addio alla città più dolce dello zucchero

addio ai campi coltivati a canna

addio alle sue palme dorate dal sole

addio all’acqua che scorre nei canali

addio ai tuffi dei ragazzi nei giorni della canicola

addio ai paesaggi rigogliosi da selva tropicale

addio a quel frutto che porta il tuo nome

addio ai ricordi di libertà e innocenza

addio allo sviluppo agricolo

addio alla mia città natale.

Epicentro del sud di Tamaulipas

alle pendici della catena montuosa:

                                      Las cucharas

ad un passo dalla biosfera:

                                       El Cielo

Un buco nero remoto

tana di criminali:

                quarantasette narcocucine-forni

                       centocinquanta chili di resti umani

                          cinquecento corpi inceneriti sparsi nel fiume

                                                                    ottomila persone scomparse

Dicono d’avere trovato “Una pequeña Auschwitz”,

perché in Messico amiamo usare il diminutivo.

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Jalisco 2018

Grossi camion

giravano nei terreni incolti

nelle vicinanze della città.

Folate di vento portavano

un odore marcio,

di morte.

Non era pesce

ne vacche putrefatte. 

Sospettosa la gente

si avvicinava,

liquidi scuri 

dagli sportelli. 

Si aprono le porte,

le nubi color porpora

si posano sopra di noi

e non ci sono angeli.

Montagne di sacchi neri

cento, duecento

s’accumulano come macerie.

Fetore nauseabondo

di poveri cristi.

Io vi domando,

gente di tutto il mondo

su questo olocausto messicano

una parola

una 

chiedo io.

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Tutte le sere

Tutte le sere osserva

il mondo nelle tenebre,

fuori scorre

un fiume di sangue

che spazza via tutto: sassi, cosce,

braccia, una ciocca di capelli

e un paio d’occhi neri

strappati con un colpo.

Tutte le sere

guarda la città

attraverso la foschia,

tutto è sbiadito

dalle lacrime-cenere

di madri che a carponi

annusano tracce d’amore.

Tutte le sere

ricorda quell’urlo,

avevano ferito la luna.

Ulula d’impotenza e

prega di trovare pace

nell’universo liquido.

Tutte le sere

dondola sulla sedia,

come una litania

culla il sogno

di abbracciare e

stringere ancora

il figlio

 desaparecido.