Baan Unrak è ‘la Casa della Gioia’ e il confine è fra la Thailandia e la Birmania (Myanmar). Sud-Est asiatico. Quattrocentomila persone sono riuscite a fuggire dal regime militare birmano, profughi alla ricerca di un’altra vita in una terra che mal li sopporta. Qui, a venti chilometri dalla frontiera, una donna italiana è riuscita a far vivere un luogo di accoglienza per bambini e le loro madri. Questo è il racconto di un gruppo di donne e uomini che hanno vissuto qualche tempo in questa casa nella giungla
Testo e foto di Lucia Zambelli

Te Mye Joe sembra Mowgli. Argento vivo, una vivacità incontenibile. Ha un ferro nel braccio, è caduto da un albero, sei metri. L’hanno operato a Bangkok, 40.000 baht per l’intervento (più di 1.000 euro), perché in quanto birmano non ha diritto all’assistenza thailandese. I genitori sono morti qualche anno fa in un bombardamento. Da allora ha vissuto nella giungla e per la strada. Dice di avere 14 anni, ma si alzava l’età per procurarsi dei lavoretti. In realtà non ne avrà più di otto-nove. Tre mesi fa è approdato a Baan Unrak, dove ogni giorno affronta il difficile esercizio di conciliare la sua irrinunciabile indipendenza con la disciplina necessaria alla convivenza di 150 bambini. Non vuole andare a scuola, dice che non ne ha bisogno, che sa già tutto. In effetti la giungla e la strada gli hanno già insegnato tanto.
Tante le storie come quella di Te Mye Joe, custodite dalle mura di Baan Unrak, la grande casa di accoglienza per bambini e ragazze madri profughi dalla Birmania (mi piace chiamarla ancora così, anziché Myanmar, il nome scelto dopo il colpo di stato del 1989 dalla giunta militare al potere), con le finestre spalancate sulla giungla tropicale. Ognuna diversa e ognuna incredibile e dolorosa. Perché mamme e bambini (spesso da soli) scappano da destini crudeli: il commercio di organi, la prostituzione minorile, lo sminamento (sì, avete capito bene, i bambini vengono mandati sui campi minati, tanto poco valgono le loro vite). Ma anche le violenze in ambito familiare, in famiglie con rapporti devastati, in cui l’uomo di turno si ritiene padrone di tutti i membri.

Stando lì, le storie ti cercano, ti toccano, ti entrano dentro. Come quella di Kushuma, arrivata a Baan Unrak a sei mesi, con una diagnosi di Aids. Col tempo è incredibilmente guarita. Ora che di anni ne ha 26, è sposata con uno degli autisti, ha un bambino, dirige la sartoria e anche la Bakery, il caffè pasticceria giù in paese, a Sangkhlaburi. O quella di Bon (ma la Didi lo chiama Taracanà, e lui chiama lei mamma), uno dei primi bambini arrivati a Baan Unrak. Ora ha 34 anni, ha fatto l’università a Bangkok, ha lavorato come manager. Poi un master in servizi sociali ed è tornato a Baan Unrak. È il braccio destro della Didi, tra poco avrà un bambino. Ancora, la storia di Ishfari. La mamma, malata di Aids, ha attraversato la giungla con lei in braccio. Anche la piccola ha preso l’Hiv, dal latte della madre, che poi l’ha lasciata a Baan Unrak. È in carrozzina, riesce a camminare un po’ solo con un deambulatore.

Dieci giorni a Baan Unrak
Abbiamo vissuto dieci giorni a Baan Unrak. Dieci giorni ad alta intensità, proposti da Antonio Russo, insegnante di yoga fiorentino e volontario di Amurt, organizzazione umanitaria internazionale che si occupa di portare aiuto alle popolazioni in difficoltà e disagio. Antonio ha invitato un quindicina di suoi allievi e altri volontari a vivere nella Casa della gioia: da anni li coinvolge nel sostegno a Baan Unrak. Dieci giorni modulati sulla vita della casa, in cui abbiamo mangiato gli ottimi piatti vegetariani cucinati dalle mamme, fatto yoga e meditazione nella grande pagoda di legno affacciata sul lago. Accompagnato i bambini a fare il bagno nel fiume. Visitato la scuola. Ascoltato dalla Didi la storia e le storie di Baan Unrak. Scelto nel magazzino i manufatti della sartoria da portare a Firenze per vendere ai mercatini, tutto in due enormi valige. Dipinto di azzurro l’ambulatorio. Fatto una gara di disegno. Festeggiato in un’unica festa tutti i compleanni di gennaio (ma di molti bambini non si sa la data di nascita, quindi le date sono inventate…), con pizza, di cui sono ghiotti, torta, gelato e regali. Assistito a uno spettacolo di yoga acrobatico in nostro onore. Accompagnati dai ragazzi e dalle ragazze più grandi, portato pacchi di cibo ai tanti, invisibili clandestini birmani che vivono in capanne nella giungla: il relief, che volontari e ragazzi fanno una volta al mese.
Cos’è Baan Unrak
Baan Unrak significa in thailandese Casa della Gioia, e mai nome fu più appropriato per un luogo che, nonostante accolga bambini soli, abbandonati o comunque lontani dalle famiglie, e che hanno vissuto violenze inenarrabili e inimmaginabili, non assomiglia neppure lontanamente a un orfanotrofio, o comunque a un istituto triste. A Baan Unrak i bambini imparano che la vita non è solo violenza, crudeltà, sfruttamento, disamore, sofferenza, come hanno imparato dalle esperienze che hanno alle spalle. Ma che può essere invece anche amore, serenità, attenzione e cura reciproca. Magari felicità. E pian piano acquistano equilibrio, fiducia, sicurezza. Pur con l’ingenuità della loro età, i bambini sono consapevoli e responsabili, ognuno per la sua parte. Quasi si volessero risarcire l’un l’altro delle tante sofferenze già vissute. E gioia autentica è davvero l’aria che si respira nelle grandi stanze affacciate sul verde brillante della giungla, che dalla mattina alla sera risuonano delle voci e delle risa dei bambini.

Dalla fine degli anni ‘80, la Thailandia è il grande Paese dell’esilio per i birmani. In Birmania i soldati arrivano nelle case di notte, rubano, stuprano, uccidono. Chi ci riesce, attraversa il confine e scappa in Thailandia. In 400.000 sono fuggiti dalla repressione del regime militare, ma anche in Thailandia non sono ben accetti e conducono una vita di stenti. Le incursioni degli eserciti dei due stati, le scorrerie di partigiani e guerriglieri, bande di delinquenti che taglieggiano, uccidono e deportano soprattutto donne e bambine per avviarle al redditizio mercato della prostituzione. Situazioni di profondo disagio sociale, con un livello di vita molto basso, di stretta sopravvivenza, e disgregazione familiare, alcolismo, droga, Aids.
È qui che nel 1990 Donata Dolci comincia a costruire la Casa della Gioia, per accogliere bambini e ragazze madri, e portare aiuto (cibo, medicinali, assistenza medica) anche alle famiglie birmane che vivono nella giungla. In oltre trent’anni, da Baan Unrak sono passati più di mille bambini, ora ce ne sono 150, con 15 madri. Tutti vengono accolti, nutriti, curati, fatti studiare nella scuola istituita in paese e frequentata anche da bambini thailandesi. Poi proseguono gli studi a Bangkok, se vogliono fino all’Università. Molti decidono di restituire l’amore ricevuto, facendo un periodo di volontariato nella Casa e dedicando ai bambini le stesse cure che loro hanno ricevuto da piccoli. Nessun ragazzo viene allontanato da Baan Unrak senza un aiuto, se non per un’educazione universitaria, o per un lavoro, a Sangkhlaburi o nei dintorni, o anche a Bangkok.

Baan Unrak è in terra thailandese, ma a venti chilometri dal confine con la Birmania, a Sangkhlaburi, una località immersa nella foresta tropicale, una delle poche foreste pluviali rimaste in Thailandia. La Casa dei bambini è il cuore del progetto, ma nel centro ci sono molte altre attività. Una di queste è il laboratorio di tessitura, inizialmente dedicato alle ragazze madri: donne che avevano necessità di imparare un mestiere e guadagnare soldi con un lavoro che desse loro dignità, ma che soprattutto consentisse loro di tenere vicini i bambini, magari in un’amaca attaccata alla macchina da cucire, o alla scuola materna di Baan Unrak, e lontani da pericoli o da persone che, invece di prendersene cura quando la mamma era al lavoro, ne abusassero. Un progetto che contribuisce a mantenere vive le tecniche di tessitura tradizionale, con i grandi telai di legno. Alla tessitura è collegata la sartoria, dove vengono realizzati prodotti (sciarpe, borse, camicie, pantaloni, ecc.) sempre più belli, che vengono venduti nel negozio di Baan Unrak a Sangkhlaburi, online e nei mercati e nei negozi equo-solidali in Italia.
Una derivazione di Baan Unrak è anche la Bakery, giù in paese, nata con lo stesso intento della tessitura e della sartoria: insegnare un mestiere e dare un lavoro, sia ai ragazzi che a persone fuoriuscite dalla Birmania. Vi si mangiano ottimi prodotti da forno, cibi birmani e thailandesi, dolci.
A Baan Unrak lavora personale stipendiato e volontari che vengono da ogni parte del mondo e offrono il loro servizio per periodi più o meno lunghi.

Chi è Didi Devamala
Didi Devamala, al secolo Donata Dolci, è una monaca dell’Ananda Marga, movimento spirituale e sociale nato in India nel 1955, che si basa sulla filosofia neo-umanista, la meditazione, il servizio alla società. Quando, negli anni ‘70, poco più che adolescente, inseriva dati in un computer per un’azienda del veronese, Donata avvertiva già che le ragioni del cuore la portavano altrove. Un altrove molto vago e indefinito, che ancora non riusciva a individuare. Di sicuro, in quella vita ci stava stretta, voleva fare esperienze più autentiche, intraprendere una ricerca spirituale, essere utile alla società.

Dopo aver fatto esperienze di attività umanitaria in Israele, Malta, Cipro, Grecia, Istanbul, e aver vissuto con i bambini degli slums di Bangkok, decide che la sua missione è quella di aiutare i birmani, e seguendo tutto il confine Thailandia-Birmania si stabilisce a Sangkhlaburi. È lì che nasce la Casa della Gioia. Da allora, la Didi è il perno di tutto: guida carismatica, riferimento educativo principale e manager di tutto il centro, e anche procacciatrice economica, che si occupa del mantenimento di tutta la struttura. Il centro non è sostenuto da nessuna autorità istituzionale, ma solo da quanti intendono dare aiuto. Le autorità thailandesi hanno sempre guardato con grande rispetto all’attività di Baan Unrak, ma sono state sempre poco collaborative.
Ora che dall’inizio di questa storia di anni ne sono passati quasi cinquanta, Donata può dire di aver fatto davvero le scelte che allora cominciava, seppur in maniera confusa, a intuire. Lunga vita alla Didi e ai bambini, le bambine, le mamme di Baan Unrak.
