Sì, l’Agafay Desert, alle porte di Marrakech, è un deserto ‘per principianti’. Ma è subito una piccola invidia per chi avverte, per la prima volta, l’emozione di trovarsi in uno spazio di emozione. Questo è il racconto di una famiglia che si regala un’escursione fra le prime sabbie della periferia del Sahara. C’è tutto: Toto Cotugno e il tramonto, il cus-cus e i dromedari. Cosa si può volere di più

Testo di Annalisa Coppolaro
La prima volta che vedi il deserto non puoi dimenticarlo.
Le prime volte sono sempre uniche, è vero, e anche se non è il Sahara o l’Atacama, lo spazio rosso e oro del mio primo deserto è comunque un ricordo fortissimo e caldo.
L’Agafay desert, qualcuno mi dice, non è un vero deserto, è più un assaggio per turisti e per chi non vuole avventurarsi negli sterminati meandri di uno spazio che intimorisce, che spiazza, che bisogna attraversare equipaggiati e con qualcuno che lo conosca bene.
Il nostro Agafay, non lontano da Marrakech, è stato meno imprevisto e avventuroso. Ma ricco di poesia e soprattutto, come famiglia, ci ha legato a un momento in cui tutti e quattro, per primi, abbiamo provato l’emozione di una dimensione sconosciuta. Dove la musica tuareg e il ritmo dei tamburi ci hanno trascinato e travolto, nel vento e nel fuoco, in balli ignoti e in ritmi inaspettati, al centro del cuore ventoso della sera.
Lo abbiamo capito all’imbrunire, dai finestrini di un taxi. È stato momento iconico, clamoroso, vibrante. E poi ero con i miei tre uomini, seduti nell’auto di un autista marocchino che, inevitabilmente, ci faceva ascoltare L’italiano di Toto Cutugno mentre l’aria calda del deserto ci avvolgeva. Era il tramonto. Certo, un momento surreale, spiazzante e un po’ kitsch ma unico e poetico, con le prime figure dei dromedari tremolanti nel tramonto avana, in una sera che il sole sembra una luna dorata e il caldo che finalmente ci circonda.
Mentre usciamo da Marrakech, la città dei mosaici e delle palme si trasforma in una serie di slum mai finiti di costruire, officine scalcinate in lunghissima sequenza sul lato sinistro dove miriadi di vecchi scooter e moto nere di fumo attendono riparazioni o acquirenti. Perché sono questi i mezzi di locomozione più usati, e alcuni sembrano usciti da una foto in bianco e nero dei miei genitori da giovani, appunto sulla moto. Questi mezzi instabili ci passano silenziosi accanto, cavalcati da giovani uomini vestiti di bianco, da ragazzini in jeans troppo grandi, da settantenni con volti scolpiti dal sole e dalla vita, ma non da donne. Anche se, nel traffico attorno a un parco, scorgiamo una ragazza.
In quel parco, presso le Musée de Marrakech e Djemaa El Fna, dove abbiamo bevuto aromatici frullati di frutta e fotografato gli incantatori di serpenti, alla fine cediamo alla tentazione di un giro in carrozza dipinta trainata da cavalli ingioiellati. Ahmed, il nostro cocchiere, giovanissimo e giocoso, ci ha accolto e portato in un lungo insolito tour tra moschee, hotel di lusso e giardini, dopo averci promesso informazioni storiche e turistiche su tutti gli angoli della città. Ci siamo resi conto subito ridendo che ci diceva il nome delle varie amenità seguito dalla stessa formula in inglese: The most important hotel in the city, o talvolta The most famous garden in Marrakech, e alle nostre domande su date e informazioni ripeteva semplicemente la sua formula, o al massimo s’inventava qualcosa di falsissimo, ma sempre detto con voce gioviale e sorridendo accattivante con i denti ineguali.
Scatto qualche immagine dei miei figli seduti in alto sulla carrozza verde e oro e il profilo di Ahmed con la sua giacca bianca ad alamari d’oro nel caldo pomeriggio. In alto il cielo di un brillante turchese.

Attraversando il confine tra questa contraddittoria città e il deserto, provo una sensazione simile a quando, da quattordicenni, superammo il confine tra Italia e Francia: la prima volta in un paese straniero. Anche se l’Agafay non è un grande deserto, io e i miei uomini percepiamo l’esotismo caldo di una nuova dimensione. Visioni di dromedari lenti in lontananza, polvere di sabbie rosse e quad per turisti curiosi. Nel tramonto opaco la luce è tremula e pesante, il cerchio del sole appare quasi bianco e, pur negli stereotipi di quanto già letto o visto in romanzi o cartoline, resto col fiato sospeso ad osservare scene da film, qualche tuareg con lunghi abiti e turbanti che si muove in lontananza, carovane di turisti nel mezzo alle piccole dolci dune della sera. Profili che paradossalmente ricordano la morbidezza delle terre di Siena a fine estate, panorami di colline dolci a perdita d’occhio. Ma la meraviglia della luce africana è differente. Ci sono piccoli dromedari per turisti con cui ci facciamo una foto, sono docili e dello stesso colore della sabbia. Il nostro autista ci ha già spiegato che in Marocco questi sono i cammelli, e così li chiamano, nonostante abbiano una gobba soltanto. Esili, goffi, con espressioni enigmatiche, riesco a coglierne un primo piano e una foto di mio figlio che gli accarezza il muso.

Ci aspetta una splendida cena marocchina con tante specialità al cous cous, costellata di musicisti in fez e tuniche di lino che raccontano storie con insoliti strumenti musicali e poi un dopocena che non era previsto. La sera ventosa infatti si accende al crepuscolo di un fuoco inaspettato, acceso in uno spazio grande con intorno gente che balla, la musica continua e si spande lungo le dune: È una musica ritmata di tamburi e percussioni, ripetitiva, bellissima e ignota alle nostre orecchie. Un esotismo che stavolta si amplifica e ci coinvolge, e con mio figlio Joseph mi trascina nel turbine di una danza bellissima al vento freddo e quasi azzurro della sera. Liberatoria davvero, la danza inedita, giocosa e senza regole, mentre il gruppo dei musicisti si raccoglie, ci chiama, con altri ospiti europei, a ballare, a muovere il corpo in questa serata surreale. Francesco e Rob ci filmano, ci fotografano ed è un frammento unico di questo nostro primo contatto con il mondo africano. I giorni di Marrakech, con il brulichio dei mercati, i profumi più insoliti, e un misterioso piccolo gruppo di donne sotto il nostro hotel, sempre sedute sull’asfalto a parlare, anche nell’unico mattino di pioggia. Non sembravano mai andare a casa. E poi il richiamo dal minareto la mattina all’alba, come un suono aspro di lettere, versetti e canti che si espande nelle vie vuote della città primaverile.
