Viaggio nei Balcani, ritorno a Srebrenica e a Sarajevo. Memoria di un genocidio, ogni anno, certi dell’identità, si aggiungono altre tombe. E Sulejmana aspetta ancora, dopo trent’anni, che siano ritrovate le ossa del marito. Non è ancora possibile una riconciliazione, ma la voglia di futuro è ostinata. Chi ha conosciuto queste terre negli anni della guerra, vuole tornare. Tornerà sempre.

Testo Daniela Atropia

foto Isabella Balena©

Srebrenica, luglio 2025

Si muovono come uccelli migratori, veloci e precise, nella distesa delle stele bianche dell’immenso cimitero, con il capo coperto da veli altrettanto candidi. Sanno dove andare. Altre sono già sul posto, riunite in gruppi di preghiera insieme ai parenti. Hanno steso piccoli tappeti, qualcuna si è portata una busta della spesa e il cellulare. Tutte parlano con i loro morti in un dialogo intimo e informale che rinnova la pena. Sono le donne di Srebrenica, vedove e madri a cui sono stati strappati mariti e figli, che si sono date appuntamento qui, al memoriale di Potočari, fra le montagne e le colline della Bosnia orientale, per il trentennale di quello che l’ONU ha sancito come genocidio, il più grande in Europa dai tempi della seconda guerra mondiale. Guardandole, intuisci le generazioni e cerchi di immaginarne la provenienza: è una diaspora al femminile che torna dall’estero e da altre città bosniache, soprattutto da Tuzla o dalla capitale  Sarajevo, per fare memoria, per chiedere giustizia. Eppure, quasi per un cortocircuito della Storia, queste donne bosgnacche – bosniache di religione musulmana – sono costrette a farlo nella Republika Srpska, una delle entità a maggioranza serba in cui oggi è divisa la repubblica federale della Bosnia ed Erzegovina, risultato della pulizia etnica degli anni ’90. Sotto il sole dell’estate il cimitero di questo sobborgo di Srebrenica, così vicino confine con la Serbia, brucia nel candore delle sue oltre 8.000 tombe, tante sono le vittime sepolte, anche se altre si aggiungeranno. Si tratta di poveri resti. Sì, perché le vittime sono state gettate in fosse comuni e poi spostate. Per il riconoscimento ci si accontenta di poco: una mascella, un femore, poi è il DNA a parlare. 

Srebrenica, una delle ultime tombe, 11 luglio 2025

Luglio 1995, l’orrore

I fatti di allora sono noti, ma non smettono di interrogare la coscienza. La tragedia si consumò nel luglio del 1995,  nonostante Srebrenica fosse stata  dichiarata zona protetta dall’Onu e demilitarizzata fin dal 1993, sotto gli occhi e l’impotenza colpevole della comunità internazionale. L’11 luglio – dichiarato nel 2024 dalle Nazioni Unite giorno di commemorazione del genocidio di Srebrenica – le forze serbe del generale Ratko Mladić entrarono in una città che nel frattempo si era gonfiata di profughi bosgnacchi, senza incontrare praticamente resistenza. Migliaia di uomini fuggirono nei boschi, ma la maggior parte di loro fu massacrata dalle forze serbo-bosniache e dai gruppi paramilitari; gli altri, insieme a donne, bambini e anziani, raggiunsero Potočari per cercare protezione nel quartier generale dei caschi blu olandesi. Nonostante le trattative, ciò non venne garantito e i caschi blu finirono per collaborare con i serbo-bosniaci nel separare dal resto dei civili gli uomini in età arruolabile che poi vennero uccisi. Srebrenica fu l’atto più sanguinoso e oscuro della tragedia bosniaca: un’ enclave musulmana sacrificata alle ragioni della realpolitik, perché non non in linea con le logiche territoriali di semplificazione etnica previste dagli accordi di Dayton. Fra gli incriminati per le atrocità, Ratko Mladić e Radovan Karadzich, l’allora leader dei serbo-bosniaci.

Srebrenica, 11 luglio 2025

‘Sto ancora aspettando di trovare mio marito fuggito nei boschi; per fortuna mio figlio aveva solo 11 anni ed è stato risparmiato, ma qui ho decine di parenti sepolti’. Sulejmana Šabić, 68 anni, parla sottovoce; sullo  sfondo il mare dei cippi di marmo con l’anno di morte uguale per tutti: 1995. E’ arrivata con le figlie dalla Svizzera; la più giovane, classe 1995, è nata proprio nell’ospedale di Srebrenica. Sulejmana racconta di aver dormito per tre notti nella base dei caschi blu olandesi, ma poi s’interrompe. Dice di aver visto sulla strada serbi che conosceva all’epoca. Vicino a lei si raccolgono altre donne che indossano spille con il “fiore di Srebrenica”, una corona di petali bianchi attorno ad un pistillo verde che simboleggia le stele funebri  provvisorie. Quest’anno si sono seppelliti nuovi resti, perché ogni anno le fosse comuni vomitano prove: ossa, frammenti di umanità, vestiti, e da lì si risale alle persone. Gli investigatori hanno lavorato sodo, trovato migliaia di uomini, ma non il marito di Sulejmana.

I loro nomi oggi sono scritti sul grande muro della memoria all’inizio del cimitero. Cerchiamo di leggerne alcuni, mentre la litania della cerimonia islamica si alza sulle  migliaia di persone schiacciate dal sole. Poi le bare, strette e lunghe, arrivano quasi all’improvviso e gli uomini fanno a gara a coprirle di terra. Un gruppetto di fanatici dell’Islam viene allontanato dalla polizia federale, restano i volti pacifici di ragazze e uomini con le magliette che chiedono giustizia per Gaza: “Zaustavite genocid u Palestini”, “Fermate il genocidio in Palestina”. Fra le autorità nessun rappresentante della Republika Srpska.

Srebrenica, il muro dei nomi, 11 luglio 2025

Al di là della strada, negli edifici dell’ex fabbrica di accumulatori, poi sede dei caschi blu, c’è il museo con i suoi allestimenti che evocano altri olocausti e una mostra sul ruolo dei militari ONU del Dutchbat III, il battaglione olandese: “Failure of the International Community”, ‘No photo, please!’, implora la guida nascondendosi il volto, poi spiega che vive a Srebrenica e teme la reazione dei concittadini serbi. Ed è lì che capisci veramente la schizofrenia del luogo, il suo essere sospeso  nel territorio della Republika Srpska come un urlo nel vuoto. Soprattutto sai che i serbi non riconoscono la parola “genocidio” e anzi rilanciano, con le fotografie delle loro vittime sulla strada che porta a Bratunac. Un altro dolore di guerra che divide, ma l’urlo di Potočari è troppo forte, divora gli altri lutti, si alza su tutto. Alle porte dal memoriale c’è Srebrenica, la città dell’argento e delle acque termali oggi abitata in maggioranza da profughi serbi. La attraversiamo velocemente e ci appare come una distopia balcanica, risultato della pulizia etnica del passato e dell’oblio del presente. Pochi i residenti rispetto a prima della guerra, gli edifici  raccolti nell’ombra del grande hotel termale dall’aria dimessa. La guerra si è mangiata la città con i suoi spettri: troppo scomoda per i serbi che la percepiscono come un atto  d’accusa; utile, nella sua desolazione,  per il resto della federazione croato-musulmana che vuole mantenere alta l’attenzione sul genocidio. 

Ritorno a Sarajevo 

Sarajevo, la biblioteca oggi Municipio, luglio 2025

Ero a Sarajevo verso la fine della guerra e poi, dopo una breve visita ad amici, non ci sono più tornata. La risposta la so. Semplicemente esistono delle paralisi del cuore. Oggi, a quasi trent’anni di distanza, la città ci accoglie nella sua conca, come nel palmo di una mano, con la cerchia delle montagne che ai tempi dell’assedio era un abbraccio mortale. L’Igman, il Trebević dove arriva la funivia. Da qui, durante l’assedio, i serbi bombardavano e i cecchini prendevano la mira. Si dice perfino che lo frequentassero i turisti dei “safari” all’uomo. Il fascino di Sarajevo, quella che un tempo era la “Gerusalemme d’Europa”, è fatto di tante cose indecifrabili: sapori, dettagli. La sua è una magia opaca e bellissima, quella della Miljacka, il fiume dalle sfumature verdi che l’attraversa, dei minareti e dei palazzi in stile austro-ungarico, dei suoi bar affollati. Il nostro albergo è vicino alla grande ex biblioteca nazionale in stile moresco con i 9.000 volumi andati in fumo e oggi municipio. A poca distanza Il ponte latino dove Gavrilo Princip accese la miccia del primo conflitto mondiale assassinando l’arciduca Francesco Ferdinando. E poi ci sono le periferie, come Dobrinja, ex prima linea, che hanno tanto da raccontare. 

Sarajevo, il ponte Vrbanja,Sarajevo, luglio 2025
Sarajevo, le “rose”

Ha fatto freddo ultimamente e l’estate si è trasformata in un paio di giorni in uno scherzo d’autunno tipico delle intemperanze balcaniche. Adesso però il sole di Sarajevo s’infila dappertutto, nelle crepe e nei legni di Baščaršija, la città vecchia, fra i tavolini che profumano di ćevapčići, tipiche salsicce di carne tritata. A Sarajevo la guerra non c’è, eppure la senti sospesa e quando cammini ti impigli in quella memoria grigia. Sono geroglifici dell’odio che ti bucano gli occhi. Esistono tour della guerra a prezzi modici, ma la città fa lezione da sola attraverso i muri dei palazzi con le stigmate delle schegge o i colpi dei cecchini, oppure con le targhe commemorative sui ponti che ricordano la gente che lì è stata uccisa senza tante distinzioni: Suada e Olga, una studentessa bosgnacca e una pacifista croata; Gabriele Moreno Locatelli,  pacifista italiano. Se li è presi Il “ponte della morte” di Vrbanja, così come ha preso Boško e Admira, il Romeo e Giulietta di Sarajevo, lui serbo e lei musulmana, rimasti sull’asfalto per otto giorni e poi sepolti nel “cimitero del leoni”. Ma a ricordarti della guerra ci sono   anche le “rose di Sarajevo”, i buchi  delle granate verniciati di rosso, fiori terribili di 1.425 giorni assedio, il più lungo della storia moderna con i suoi oltre diecimila morti. Oggi i turisti le calpestano mentre tentano un selfie, ma quelle sopravvissute al rifacimento delle strade, le meno sbiadite, ti avvertono che lì correva la morte. Visitiamo anche il “tunnel della speranza”, circa settecento metri di galleria che collegava le due parti libere della città, Dobrinja e Butmir; per gli assediati la salvezza, a detta degli assedianti un luogo di detenzione e torture. 

Sarajevo, l’Urlo di Srebrenica, luglio 2025

‘Nermin, vieni’

Nel Veliki Park della città, lungo la via Tito, riecheggia l’urlo di Srebrenica: è quello pietrificato di Ramo Osmanović che si porta le mani alla bocca per chiamare il figlio: “Nermine, dođi!”, “Nermin, vieni!”. La scultura dell’artista bosniaco Mensud Kečo si ispira alle immagini di un video famosissimo. Rappresenta il momento in cui Osmanović, costretto dai serbi, chiama suo figlio, rassicurandolo e chiedendogli di uscire dal bosco. Padre e figlio sono stati poi ritrovati in una fossa comune. Ma Srebrenica, in questo trentennale è dappertutto. Lo dicono i manifesti, i cortei. E poi ci sono i musei come un pugno nel petto: uno fra tutti la “Galerija 11/07/95”. Si esce con la certezza che abbiamo imparato a raccogliere i cocci del passato, ma non ad evitare che le cose accadano: “United Nothing” recita la foto di un graffito tracciato a Potočari dopo la strage. Stiamo diventando spazzini della Storia; in filigrana ci leggi orrori passati e presenti: il Ruanda, Bucha, Gaza e tutta la nostra imperdonabile impotenza.

Sarajevo, ciclisti sul lungo fiume e segni dei mortai sulle facciate delle case, luglio 2025
Sarajevo, il cortile della moschea

Il sogno infranto, la voglia di futuro

La Bosnia resta una sorvegliata speciale con i suoi tre presidenti a rappresentare i diversi gruppi etnici – bosgnacchi, serbi e croati – e  le loro divisioni, le sue alchimie politiche – la federazione croato-musulmano da una parte e la Republika Srpska con desideri separatisti dall’altra – i suoi nazionalismi. Il negazionismo in controluce. Anche Sarajevo è cambiata. La miscela etnica prebellica che la rendeva unica non è più la stessa dopo l’esodo di tanti serbi da quartieri come Grbavica. La città è un cristallo incrinato, su cui paesi stranieri come la Turchia – tra i finanziatori di Potočari – esercitano influenza. Oggi Sarajevo è meta di un turismo sempre più identitario, sempre più velato che oggi offre il fianco alle ragioni del nazionalismo serbo. C’è addirittura chi teme una nuova guerra, anche se si consola pensando che non ci sono né i soldi, né gli uomini per farla. Eppure chi è bosniaco vuole restare. Molti sperano in un’entrata paracadute nella UE. Soprattutto  la generazione nata all’ombra di Dayton scommette sul cambiamento. Come Irvin Mujčić, profugo a cinque anni nel bresciano e poi tornato in patria per dar vita a un progetto di turismo dolce a contatto con la natura: “Srebrenica city of hope”, oppure i ragazzi di “Bella Bosnia Tours”, un’agenzia turistica guidata da Nermin Kahriman, in cui tutti parlano italiano perché figli di ex rifugiati in Italia o perché hanno studiato nel nostro Paese. Navigano a vista fra le memorie dei padri e il desiderio di futuro, fanno di tutto per convincerti che Sarajevo non è un luogo di rancore, ma di convivenza, preferiscono essere chiamati bosniaci e non bosgnacchi. Li ascolti e finché sei con loro ci credi. E poi, prima di partire, finalmente capisci:  Sarajevo è un sogno infranto, ma con la voglia e la pretesa di continuare a sognarsi. Ed è per questo che non smetterà di sedurti, di rubarti il cuore, ed è per questo che tornerai.

Daniela Atropia, bresciana. Laureata in Materie letterarie e specializzata in Comunicazioni sociali, giornalista professionista e poi pubblicista, insegnante. Ha viaggiato in diverse zone di crisi, scrivendo reportage e articoli per varie testate italiane ed estere. Ha frequentato un corso di peacekeeping alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

Isabella Balena, nata a Rimini, vive a Milano. Fotoreporter indipendente, è stata assistente di Gabriele Basilico e ha lavorato con alcuni dei principali periodici italiani e esteri. Da alcuni anni cerca di approfondire tematiche legate alla storia contemporanea e alle dinamiche sociali anche in aree di crisi e di conflitto. Sue foto sono presenti al  MUFOCO-Museo di fotografia Contemporanea, nella Collezione d’arte della Farnesina Ministero degli Esteri-MAECI, alla Fondazione Alinari, nella Collezione Donata Pizzi. Alcuni suoi lavori sono rappresentati dalla Galleria Alessia Paladini di Milano. (isabalena.photoshelter.com)