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Testo e  foto di Greta Semplici

Sorprendente estate inglese. A festeggiare la prima edizione del festival della fotografia di Oxford. Trentadue artisti, ventisei mostre, dibbattiti e proiezioni: un buon inizio.

Sarà stato per questo sole insospettabile che mi ha accompagnato alla ricerca dei segreti di Oxford, dove si svelano meravigliose testimonianze della fotogafia contemporanea e non. Sarà stato il labirinto di sentieri che attraversano la città da percorrere, avanti ed indietro, con una mappa in mano, una lista di esposizioni ed orari ed una macchina fotografica. Sarà stato perchè seguendo questa mappa ci si perde, e perdendoci ci si ritrova la dove non sarremmo mai altrimenti arrivati. Sarà stato per gli sguardi sorridenti dei custodi delle esposizioni, come a riconoscimento di avercela fatta, di essere riusciti a trovare il tesoro. Sarà perché, dopo i timori inziali, diventa un gioco; un gioco bizzarro. Il festival della fotografia di Oxford e’ una caccia al tesoro. Ti accompagna, alla scoperta di una citta’ di incanto, con le sue magiche guglie che si allungano al cielo e i suoi colori opachi, ed alla scoperta di altri sguardi che trasformano il presente in memoria tramite la fotografia.

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Le ventisei esposizioni sono nascoste, e appaiono insospettabili nei luoghi più svariati. La fotografia ti permette così di entrare nei colleges, nei musei, nelle chiese, nelle gallerie d’arte, nei bar e ristoranti, nelle case di cultura. I luoghi di questo festival sono comuni, vissuti. Sono le grandi mense ottocentesche dei college o i piccoli anfratti nei sotto scala dei ristoranti; sono vaste stanze minimaliste delle gallerie o luoghi confusi fra ceramiche egiziane e dinosauri; sono i bar delle università fra matematici e scieziati od i tavoli dei ristoranti; i pancali di cappelle e chiese od i retrobottega fra musei e riparatori di biciclette. I luoghi del festival delle fotografia diventano così una cornice preziosa, e la fotografia, una guida.

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Le fotografie arrivate a Oxford, per questa edizione (si ripeterà fra due anni), provengono da tutto il mondo. Per la prima volta in terra inglese sono arrivate le foto di Bernard Plossu che immobilizza sfuocati movimenti del presente e con estrema dolcezza racconta di Grecia, Messico, Francia, Spagna, Niger. Confusi dettagli in bianco e nero che diventano poesia senza conclusione. Forte contrasto con l’ossessione della precisione e la dettagliata ricerca storica di Drew Gardner. Gardner percorre la storia nelle sue figure più determinanti, da Napoleone a Emmeline Pankhurst alla Monnalisa, arrivando fino ai loro diretti discendenti. Un elogio o solo un viaggio nel tempo, sicuramente impressionante. Delicato ed attento è il lavoro di Johanna Vestey nel guardare il sottile confine tra le strutture e i loro custodi. Ancora una volta, forte è il contrasto con la ribellione alle regole, al quieto vivere, alla gentilezza trasmesso dalle bellissime fotografie di un gruppo di fotografi bengali. Tracce di vita, inquietudine e testimonianza che si ritrovano anche con Veli Grano nei suoi strappi sulla tela che diventano crocevia nella vita, quella vera e difficile, delle persone. Ancora, è possibile scoprire la contorsione, scomposizione e trasformazione del corpo umano nei corpi spogliati di Minkkinen.

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Al Festival ci sono anche gli scarti,  quelle foto che non passerrebbero i criteri delle case fotografiche, ma che qui trovano importanza nel loro essere kitch e fuori moda. E poi la sconcertante gentilezza con cui le proteste anti Mubarak appaiono in un tragico gioco di quinte e sfuocati nelle foto di Laura El-Tantewi. Uno sguardo al Sud Globale, nelle foto di Alejandro Chaskienlberg o nell’esposizione di onsolidground refugee project con cui la fotografia diventa un urlo strappato in un mondo ovattato di gomma piuma. E infine le foto vincintrici del World Press Photo 2014 in grandi stampe che rubano i nostri occhi e fermano il tempo.

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