Testo e foto di Andrea Rigante

É notte fonda, il desolato terminal del Cairo conta una manciata di sbandati sonnacchiosi; attendono di lasciare questo noioso intermezzo tra Europa e Africa.

Come spesso accade in viaggio, è bastato un cenno di intesa o di saluto per cominciare una conversazione con uno sconosciuto. Il giovane Nahom si presenta, è eritreo e si esprime in un ottimo italiano. Entrambi andiamo in Etiopia. 

Nahom deve mantenere una promessa. Anni fa è emigrato, ha lasciato paese e famiglia per sfuggire agli obblighi di una dittatura oppressiva.

Ora è impaziente ed emozionato. Nel 2013 ha lasciato la sua casa, è da allora che non vede nessuno della sua famiglia.

Ad Addis Abeba lo aspettano controlli, domande e chiarimenti. Lo affianco per tentare di legittimarlo: funziona così, la presenza di un europeo è come una garanzia vivente, spinge ad essere più diligenti ma anche più accondiscendenti, un segno di prestigio e un monito alla tutela dei diritti.

Nel parcheggio dell’aeroporto vedo gli occhi di Nahom brillare nel sole etiope, una donna, vestita in bianco, gli va incontro con le braccia aperte e dei fiori in mano.

Assisto commosso alla scena, è per questo che sono qui, per essere testimone di gioie radiose come questa. Quasi vengo abbracciato allo stesso modo, con medesimo calore. In breve vengo issato sulla minuscola Toyota, insieme ad altri sei, tra cugini e amici. Inevitabilmente invitato a pranzo.

Raggiungiamo Gofa, il quartiere dei meccanici. Qui l’incontro con la famiglia è carico di una ritualità dal sapore secolare, l’ospite è coperto di attenzione e onori, accede al pasto per primo; tutti mangiano rigorosamente con la sola mano destra.  Mi servono ‘njera con pollo al berberè e bevo sua, la birra tradizionale, incalzato dalla madre con un imperativo: blai!, ‘mangia’, mi sento come in visita a dei parenti premurosi.

Pochi giorni dopo, sono nuovamente da Nahom e dalla sua famiglia. Si è radunata una piccola e colorita folla. Nel bar che si affaccia sulla grande arteria viaria cittadina, non lontano dall’Apostolic Church, è in corso una festa, dove una giovane band tigrina suona enfatica. Nahom oggi si sposa con la giovanissima Lewan. Non si vedevano da otto anni. Allora lui aveva sedici anni, lei dodici. Sono amici, anzi, i loro padri sono amici da sempre. Oggi le famiglie si uniscono, consolidando il loro potere economico. Sono tutti eritrei, zie nonne e madri. Da sei mesi si sono trasferiti in Etiopia per preparare questo matrimonio.

Un giovane e maleducato prete ortodosso officia le nozze nell’affollato appartamento che hanno affittato in fondo alla strada. La sera prima ero diventato cuoco preparando un risotto alla zafferano tramutatosi in un incomprensibile riso con verdure. Le donne cantano, urlano e ballano attorno agli sposi, tutte indossano il tradizionale telfi, l’abito dei tigrini.

Nahom, come tanti giovani eritrei, era fuggito dal suo paese e aveva raggiunto l’Europa per sfuggire alla lunghissima leva imposta da un regime dittatoriale.

Ha speso più di seimila dollari nel lungo viaggio attraverso l’Etiopia, il Sudan, l’Egitto. É sopravvissuto al deserto, sfuggendo agli elicotteri da ricognizione, nascondendosi sotto la sabbia rovente. Poi i campi in Libia. Infine Lampedusa, l’Europa. La via è tortuosa, la corruzione imperante, l’umanità disgustosa, tra soprusi, estorsioni e minacce. Fino all’ultima risorsa economica disponibile viene risucchiata dai mercanti di uomini.

Dopo ogni lungo e gioioso ballo, Nahom si massaggia il ginocchio destro, le donne sollevano le mani sulla testa degli sposi in segno di benedizione e buon auspicio. Durante un tentativo di fuga verso la costa, una pattuglia libica scaricò una sventagliata di mitra verso la loro auto, tre schegge nella gamba hanno lasciato il segno.

Lewan è splendida. Occhi intensi e una timidezza ostentata per convenzione: nasconde una grande forza d’animo, una dedizione alle tradizioni e una gioia silente. Sposandosi si mette al sicuro anche lei dalla leva di regime.

Il conflitto con l’Etiopia ha lasciato un’amarezza e una malfidenza latente in entrambe le fazioni. Il tigrino non viene parlato ad Addis, e in amarico non sempre riescono a cavarsela senza intoppi. Sono stranieri in un paese nemico fino a due anni fa.

Nahom ancora non può e non vuole rientrare, e allora si sposano qui, lontano dal villaggio, dove invece i festeggiamenti sarebbero sontuosi, quasi regali, con più di duemila invitati. Tutto il villaggio avrebbe partecipato alle nozze: avrebbero mangiato polli, una pecora e due vacche.

Qui in esilio si fa ciò che si riesce, gli uomini di casa hanno attraversato il confine a piedi, gli abiti noleggiati, ma non manca una Mercedes ad accompagnare gli sposi; io vengo aggiunto al corteo nuziale, un ospite bianco è un grande vanto da ostentare di fronte alla comunità. Le donne hanno passato la notte a spadellare nella misera cucina, senza tralasciare di dipingersi mani e piedi con l’hennè, di agghindarsi con trecce e preparare il vestito migliore. Gli ospiti sono arrivati alla spicciolata per tutti i giorni precedenti, ognuno viene invitato a sedersi sul divano; i giovani di casa hanno il compito di lavare loro le mani con brocca e catino. La tavola è sempre rifornita di cibo e la cerimonia del caffè è eseguita con particolare cura e attenzione, visto l’importante avvenimento.

Un incontro casuale all'aeroporto del Cairo. Un viaggio in Etiopia cambia volto: l'amico occasionale deve sposarsi ad Addis Abeba con una ragazza. Si sono conosciuti da bambini

É il 9 gennaio. Da un paio di giorni è trascorso il Natale ortodosso, che con il sacrificio del montone e la giornata in famiglia, ha lasciato il posto al brulicare consueto della città; ma qui la festa non è meno gioiosa. Al tavolo nuziale i giovani testimoni imboccano gli sposi in segno di generosità e buon auspicio. La musica guidata dal krar incalza, la gioia è inebriante, gli abiti bianchi decorati con fini e colorati ricami volteggiano a ritmo di una musica che è indissolubile dalla tradizione. L’umile luogo di cemento, allestito con tavoli di plastica s’illumina dei sorrisi e della vitalità degli invitati; i bambini imparano le danze imitando gli adulti e gli uomini conservano il loro ruolo di patriarchi partecipando solo marginalmente ai festeggiamenti. Nahom balla nel centro della sala; una processione d’invitati gli infila, chi nel colletto, chi nel taschino della giacca, dei birr, per buona fortuna e per aiutare nelle spese.

Nahom tra qualche giorno rientrerà in Svizzera ad aspettare sua moglie. Torna da uomo libero, con il suo passaporto blu, quello dei rifugiati. Torna con i piedi asciutti ma non può dimenticare i tre giorni sul barcone paralizzato dalla paura, la paura di essere presi, di affondare, di venire abbandonati. Quella volta, a Lampedusa, sbarcarono in trecentocinquanta. Quella volta andò bene. Nahom e Lewan hanno una nuova vita.