Erodoto, cronista dell’antichità, fu il primo a raccontare le guerre greco-persiane, un conflitto fra un mondo occidentale e l’oriente. In realtà, ci spiegano due grandi giornaliste che conoscono molto bene l’Iran, la realtà era molto più complessa e aggrovigliata. E lo è ancora oggi. Probabilmente di più. L’Erodoto contemporaneo (noi, che ci ispiriamo al suo nome) prova ad andare oltre gli stereotipi.
Testo di Elisa Pinna e Vanna Vannuccini
Foto di Aldo Pavan

Che in Occidente non sapessimo nulla dell’Iran era chiaro da un pezzo. Ma l’ignoranza, mista a tracotanza e a presunzione con cui gli Stati Uniti di Donald Trump, sotto o no il ricatto israeliano, hanno scatenato una guerra che sta distruggendo uno dei paesi più antichi e più illustri della storia dell’umanità, era inimmaginabile. La Persia è stata un rivale per estensione e conoscenze dell’impero romano, anche se riguardo ai due imperi, le differenze di percezione, in Occidente, sono evidenti: mentre su quello romano sono state scritte intere biblioteche, dell’impero persiano sappiamo poco. Sulla Persia sassanide, contemporanea e concorrente del tardo Impero romano e poi di quello bizantino, il primo studio accademico in inglese è stato pubblicato nel 2023 da uno storico di origine iraniana, docente all’Università della California. Spesso quello che sappiamo della Persia antica è stato scritto dai vincitori.
Il primo a raccontare le guerre greco-persiane, dieci anni dopo la loro fine, fu Erodoto, un greco nato in quella che oggi è la Turchia. Da allora le guerre greco-persiane diventeranno un mito fondante della civiltà occidentale: si pretende che sia anche grazie a Leonida e ai suoi 300 spartani, che si sacrificarono alle Termopili nel 490 a.C., se oggi godiamo della libertà di andare dove vogliamo e fare quello che vogliamo. Incluso naturalmente combattere contro i nostri nemici in quello che abbiamo chiamato scontro di civiltà. I 300 di Leonida, seppure a millenni di distanza e in circostanze completamente diverse, sono considerati i simboli dei nostri valori e delle nostre virtù, il trionfo del cittadino sul suddito.

In realtà le cose erano molto più complesse di quanto narrato da Erodoto: i 300 spartani combatterono insieme a migliaia di greci di altre polis e i Persiani, molto meno numerosi dei milioni ipotizzati da Erodoto, avevano tra le loro file i greci della costa egea in armi contro i loro compatrioti. Temistocle, il generale eroe di Salamina e della giovane democrazia ateniese, in una fase successiva della sua vita, si trasferì alla Corte dell’imperatore persiano Artaserse, e ne divenne un satrapo.
Le percezioni negative nei confronti dell’Iran hanno come si vede una lunga tradizione. Pochi paesi al mondo hanno oggi una reputazione internazionale peggiore di quella della Repubblica islamica. Qualsiasi cosa di ragionevole o di positivo arrivi dall’Iran ci sorprende. Con questo non vogliamo dire che tutte le idee che l’Occidente ha sull’Iran siano false, ma che siamo abituati a giudicare tutto attraverso una lente distorta.

Le donne iraniane, per esempio. Vengono raffigurate come totalmente prive di diritti. Quando parliamo di donne in Iran pensiamo immediatamente al chador, qualsiasi tipo di velo ricopra la testa delle donne, non solo iraniane, ma anche straniere in visita nel Paese. Per noi il chador è il simbolo dell’oppressione sotto la quale vivono le donne iraniane e in generale tutto il popolo da quando è nata la Repubblica islamica. E’ vero che la prima grande emancipazione per le donne iraniane avvenne durante la monarchia Pahlevi: prima con Reza Shah che negli anni ’30 abolì il chador e creò scuole paritarie per ragazzi e ragazze, poi con il figlio Mohammad Reza che, nel ’63, concesse alle donne il diritto di voto e quello di essere elette, oltre a cambiare la legge sulla famiglia, introducendo molti più diritti per le donne rispetto al matrimonio, al divorzio e alla custodia dei figli.
Ma quello che in Occidente si sa di meno è che queste riforme si concretizzarono solo per una minoranza di non più del 30% della popolazione femminile iraniana, mentre l’altro 70% di ragazze provenienti dalle famiglie tradizionaliste e religiose rimase ancora più segregato in casa. La Rivoluzione islamica, imponendo di nuovo l’obbligo del velo e la separazione dei sessi, paradossalmente consegnò a queste giovani un passepartout per accedere alle scuole di tutti i livelli e al mondo del lavoro. Fu proprio il ruolo crescente delle donne, che ormai in massa frequentavano scuole superiori e università, ad innescare una trasformazione profonda della società iraniana.

A questo cambiamento contribuì anche il fatto che l’Islam di Khomeini non escludeva le donne dalla vita pubblica, a differenza di molte correnti islamiste sunnite come i wahabiti in Arabia Saudita. D’altronde per il leader della Rivoluzione islamica sarebbe stato difficile fare altrimenti, perché egli aveva esortato le ragazze delle famiglie tradizionali, che fino ad allora non erano mai uscite di casa da sole, a scendere in piazza per rovesciare il regime dello scià. Oggi, a differenza delle loro omologhe dei paesi arabi vicini, le donne iraniane costituiscono oltre i due terzi degli studenti universitari e almeno un terzo dei dottorati di ricerca sono ottenuti da loro.
Un altro esempio della pericolosa ignoranza occidentale sono le sanzioni, che vengono trattate con grande leggerezza e considerate un proseguimento di una politica ragionevole contro il regime islamico e non un’arma micidiale puntata da mezzo secolo sui cittadini iraniani, che ha causato negli ultimi tempi una crisi economica devastante. L’ondata di sanzioni contro l’Iran cominciò nel 1979, quando gli Stati Uniti decisero il congelamento di beni iraniani per svariati miliardi, in risposta all’occupazione dell’ambasciata americana a Teheran da parte degli studenti rivoluzionari. Da allora non si sono più fermati, né quando gli ostaggi furono liberati né durante i governi riformisti in Iran. Le sanzioni imposte da Washington diventarono sempre più dure e soffocanti e se prima riguardavano solo il rapporto tra Stati Uniti e Iran, sotto la presidenza del democratico Clinton furono estese anche a quei paesi terzi che avessero avuto rapporti economici con la Repubblica Islamica. La fase di speranza e di tentativi di apertura avviata nel 2015 con l’accordo di Ginevra firmato dall’allora presidente statunitense Obama e dal presidente moderato Rouhani sulla limitazione dell’arricchimento di uranio in Iran in cambio della revoca di una parte delle sanzioni internazionali, fu chiusa con brutalità dall’allora neo presidente Trump nel 2018, che stracciò l’intesa e reimpose un regime sanzionatorio ancora più feroce, a cui si sono successivamente uniti anche i paesi europei. L’embargo pressoché totale non solo ha ridotto alla fame gran parte della popolazione iraniana, ma ha anche consentito l’arricchimento smisurato di coloro – tra cui i Pasdaran – che hanno potuto sfruttare il commercio clandestino di beni sanzionati.

Chiunque sia andato in Iran, per lavoro o turismo, ha potuto rendersi conto immediatamente di trovarsi in un paese del tutto diverso da quello che gli era stato descritto, e di non sapere davvero quasi nulla sulla vita degli iraniani. Chi parla di Iran in Occidente pensa subito a donne con il chador e a uomini con il kalashnikov in spalla, abitanti di un Paese medioevale sempre pronto alle armi per islamizzare il resto del mondo.
Negli ultimi anni, solo il cinema iraniano ha saputo contrapporre una nuova immagine. Per esempio “Una separazione” di Asghar Fahradi ci mostra una Teheran che non ha nulla di esotico, di pittoresco, o di alieno. È una città moderna non tanto per i grattacieli, quanto per la sua complessità, la pluralità delle condizioni di vita e delle lacerazioni interiori di chi ci vive. Col cinema iraniano l’immagine monocroma dello “Stato di Dio” che ci siamo fatti dopo la rivoluzione del 1979 e dopo film occidentali sull’Iran come Argo, tanto acclamato quanto falso, si è un po’ sgretolata, rivelando un Paese i cui rapporti sociali, il puzzle degli stati d’animo, le psicosi sono anche nostri.

L’idea distorta che ci facciamo dell’Iran ci porta a vederne sempre tutti i lati negativi senza mai riconoscere un solo merito. La retorica dei falchi iraniani, come a suo tempo il presidente ultraconservatore Ahmadinejad che si augurava che Israele venisse cancellato dalle carte geografiche, ha contribuito a dare a questa ignoranza una parvenza di veridicità, per cui è stato facile convincere l’Occidente che l’Iran avesse ormai l’arma nucleare e fosse pronto ad usarla.
Noi diciamo Occidente, ma dovremmo in realtà dire Stati Uniti, perché l’Europa è capace di una visione più sofisticata dell’Iran, senza avere però la forza di asserirla e farla valere. Il soft power degli Stati Uniti, con i suoi film e libri, ha fatto sì che la percezione sia rimasta ferma all’occupazione dell’ambasciata americana. Dal 1979 ad oggi, l’Iran è molto cambiato, anche se quasi mai sono cambiate le leggi, a causa della resistenza degli ultra-conservatori che hanno in mano il potere giudiziario e quasi sempre hanno goduto del sostegno del leader supremo Ali Khamenei. Le sanzioni e la guerra hanno accresciuto il potere dei falchi: è aumentata la repressione sui giovani, con i quali, in alcuni periodi, il regime iraniano sembrava aver stretto un patto di non belligeranza: voi non ci attaccate e noi non disturbiamo (quanto potremmo) il vostro stile di vita. In realtà, a differenza dell’immagine aggressiva che ne abbiamo, la Repubblica islamica non ha mai iniziato una guerra, e si è sempre attenuta ad un certo pragmatismo in politica estera, come del resto nelle questioni interne.

I Pasdaran, che sono l’élite militare grazie alla quale fu sconfitto Saddam Hussein in otto anni di guerra, hanno sempre visto il loro ruolo come un ruolo di protezione della Patria: la “difesa avanzata” della Repubblica islamica è una strategia concepita dalle guardie rivoluzionarie per impedire che un’altra guerra, dopo quella scatenata dall’Iraq, venisse combattuta sul territorio iraniano. Con tale obiettivo, i Pasdaran avevano creato una rete di alleanze con gruppi sciiti, o anche sunniti come nel caso di Gaza, in paesi come il Libano, l’Iraq, la Siria, lo Yemen, i cosiddetti proxies dell’ ‘Asse della Resistenza’. Dopo la guerra contro Saddam Hussein, i Pasdaran chiesero e ottennero dalla Guida Suprema Khamenei maggiori poteri nel sistema, con un grande apparato di intelligence e un controllo sull’economia che, paradossalmente, a causa delle sanzioni occidentali, si è trasformato in un vero e proprio impero sull’industria e sul petrolio. Se fino a qualche tempo fa, erano definiti “uno Stato nello Stato”, oggi i Pasdaran governano di fatto il Paese. Sono loro che decidono sulle strategie di guerra e sui negoziati di pace.
Elisa Pinna, giornalista e scrittrice, ha lavorato per l’Agenzia ANSA, dove ha svolto i ruoli di quirinalista, vaticanista e inviata speciale. Tra i suoi libri: il Tramonto del Cristianesimo in Palestina (2005, Piemme), Padri Nostri, i retroscena delle dimissioni di Ratzinger (2013, Manni Editore), Latte , Miele e Felafel, le mille tribù dello Stato di Israele (2018, Edizioni Terra Santa) e Iran, una guida storico archeologica (2017, Edizioni Terra Santa) scritto insieme ad altri autori.
Vanna Vannuccini, giornalista, ha girato il mondo come inviata della “Repubblica”, da Berlino a Sarajevo, dagli Stati Uniti al Brasile, Argentina, Israele, Egitto e Iran. Sull’Iran ha scritto Rosa è il colore della Persia (Feltrinelli, 2006) e Suonare il rock a Teheran (Feltrinelli, 2013). Sulla Germania Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, Feltrinelli, 2004) e Al di qua del Muro (Feltrinelli, ultima edizione 2019). Altri suoi libri: Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1991) e L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012).
