1986, l’epoca dei Grandi Viaggi non era finita. Non si prenotava, non c’era GoogleMaps, bisognava solo ‘andare’. E adesso non è tempo di nostalgie, c’è solo da mettere in moto le vecchie Renault e i piedi. Questa è la storia di un viaggio in deserto. I chilometri e i cieli ti rimangono addosso. Con il vento e la sabbia.

Giovanni Mereghetti, fotografo, a metà strada fra i cinquanta e i sessanta, non doveva. Non doveva chiedermi di scrivere dieci righe sul suo ultimo (e primo) libro, il primo di sole parole e non di immagini. ‘Oltre il Sahara’, edito da Bertelli, è rimasto sul mio comodino per settimane e io sapevo che questa ‘non-recensione’ andava pubblicata prima di Natale. Non so se ce la farò, eppure è un ‘dovere’. Non per l’amicizia che mi lega a Giovanni, ma perché i pochi euro della vendita di questo libro sono destinati a progetti umanitari a Chinguetti, mitica città della Mauritania. Ho atteso fino all’ultimo momento, poi, una mattina, cielo ancora scuro, sto provando a ricordare…

Giovanni non ha mai smesso di fumare, il pacchetto delle Camel, anche allora, 1986, era accanto al letto. I due amici, lui e Pietro, stanno partendo per l’ignoto. A bordo di una scassata Renault, auto perfetta per il Sahara (chi glielo spiega a chi possiede un fuoristrada?). Quella mattina, però, il pacchetto era vuoto. Non importa, la nave Habib li aspettava a Genova. Pronta a ventisei ore di navigazione per varcare un mare.

Chi ha la mia età (un passo dai settanta anni) sa già quello che sta per accadere: l’on the road mediterraneo di una generazione era a Sud, erano le Afriche, era il deserto. Senza tecnologie al seguito (niente gps, niente cellulari, niente, insomma) e la carta 153 ripiegata sulle ginocchia. Oltre il mare, c’era Tunisi, Algeri, Tamanrasset…e poi, oltre un orizzonte di dune, ecco Agadez, Niamey, la sorpresa di Ouagadougou. Chi glielo spiega a chi ha vent’anni adesso (crescevamo a Guccini) che questo viaggio, oggi non è possibile?

Ecco, perché non volevo scrivere queste righe: perché non volevo piangere e ridere nel pensare quanto sono belli due ragazzi che stanno per attraversare il Sahara. Perché ho compassione per la mia e per la loro gioventù. Perché ‘abbiamo fatto in tempo’. Giovanni e Pietro sono stati gli ‘ultimi’. Sono stati fra gli ultimi. Hanno chiuso un’era quei due ragazzi. Oltre oceano era stata la beat generation a vivere nella leggenda del viaggio e uno di quei poeti, Paul Bowles, se ne andò a vivere a Tangeri pur di scrivere un libro meraviglioso. E io non volevo avere a che fare con la nostalgia del tempo andato. Io voglio tornare in Sahara.

Ecco, mettete, al presente, le pagine di questo libro. Qualsiasi età abbiate aprite la valigia di legno in cui Giovanni per trent’anni ha rinchiuso i suoi ricordi di un viaggio lontano nel tempo. Queste pagine non sono memoria di un’epoca che non tornerà, sono una guida, sono suggerimenti per il futuro, sono l’argilla con la quali si possono riparare le crepe di una casa di Ouaga. Queste pagine sono indispensabili oggi, ci indicano una strada, sono più utili del gps e dei satelliti che ci stanno osservando. Giovanni regalandoci quanto era contenuto in quella valigia è diventato un apripista: ci sta indicando un cammino da riprendere. Solo generazioni in viaggio potranno disseminare briciole di fiducia per il mondo. Ci sono dune da scavalcare e pericoli da correre: è necessaria prudenza e coraggio, Giovanni saprà consigliarci e quando, a sera, incontreremo un piccolo accampamento di gente del deserto, capiremo la bellezza dell’andare. Capiremo che dovremo essere più resistenti del virus e delle inquietudini che percorrono le antiche piste sahariane. Da qualche parte bisogna pur cominciare a ri/costruire il mondo.

Oltre il Sahara’ di Giovanni Mereghetti. Bertelli Editore, pp. 252, E.16