Questa volta i libanesi, sempre così appassionati di calcio, sembrano disinteressati dai Mondiali. Niente bandiere del Brasile, della Francia o della Germania per le strade di Beirut. Eppure anche nei momenti peggiori della storia recente del paese, il calcio era una pausa nella notte libanese. Si cancellavano le tensioni, si concordavano perfino mini tregue durante le partite. Quest’anno non accade: Beirut è stanca dei tradimenti dell’Occidente.
Testo e foto di Mauro Pompili

Era il 1982, uno degli anni più cruenti della guerra civile che, dal 1975 al 1990, sconvolse il Libano. Il 6 giugno, Israele aveva invaso il Paese dei Cedri, Beirut era assediata. La capitale era un campo di battaglia. L’estate di quell’anno si sarebbe chiusa con la morte, in un sanguinoso attentato, di Bechir Gemayel, il Presidente della Repubblica e con la strage di Sabra e Chatila.
Eppure, i miliziani di allora raccontano che di tanto in tanto per un mese scattavano, non dichiarate delle brevi tregue. Pause nei combattimenti che duravano circa 90 minuti. il tempo di una partita di calcio dei mondiali di Spagna. Quando in campo scendeva la Francia, la Germania o il Brasile, le nazionali ancora oggi più amate in Libano, il tempo sembrava fermarsi, gli scontri a fuoco si diradavano e da molte strade saliva il suono dei televisori attaccati ai generatori sintonizzati sulla partita.
Una passione tanto sincera, e praticamente unica tra i Paesi della Regione, quanto difficile da comprendere, quella dei libanesi per il calcio. Non hanno mai avuto una grande squadra né grandi giocatori che hanno brillato fuori dal Libano. Probabilmente alla radice di questa passione c’è, o forse è meglio dire c’era, il legame unico che esisteva tra il Libano e l’occidente, quel legame nato ai tempi dell’Impero Romano, fatto di commercio, di cultura e d’incontro, e che da sempre faceva di questo piccolo Paese la vera cerniera tra il Medio Oriente e l’Europa.
L’amore per il calcio non è certo finito con la guerra civile. Dai mondiali del 1998 a quelli in Qatar del 2024 ad ogni edizione ho potuto assistere a un Paese che in ogni città montava spontaneamente un gran pavese fatto di bandiere straniere, sempre quelle francesi, tedesche e brasiliane a dominare, ai locali di ogni tipo che gareggiavano su chi riusciva a installare lo schermo più grande, a strade e piazze chiuse per creare arene aperte a tutti e a caroselli di automobili quando la squadra eletta come quella del cuore vinceva.
Tutte le edizioni passate è stato così, anche con le guerre e le tante crisi, ma non quest’anno.
In questo 2026 poche sono le bandiere che sventolano, nei locali che hanno installato uno schermo gli avventori non sono più del solito e non sono particolarmente interessati a cosa avviene sui campi di calcio, nessun carosello per celebrare le imprese di qualche squadra nazionale. La storia libanese ci dice che la ragione non è la guerra di Israele, ma è più profonda. È da ricercare nel lento e costante scollamento tra il Libano, e il Medio Oriente tutto, e l’occidente. La ritrovo nelle parole di un giornalista libanese che qualche tempo fa davanti a un caffè mi diceva: ‘L’occidente non ci ha abbandonato, ci ha tradito. Per decenni ci ha parlato di dritti umani e di popoli e li abbiamo visti pronti a intervenire in Ucraina. Poi li abbiamo visti silenti e complici non fare nulla per fermare il genocidio palestinese e non muovere un dito per arrestare il massacro dei libanesi del sud. Lentamente qui tutti stiamo capendo che l’Europa e gli USA difendono solo i loro interessi e che in realtà non c’è nulla che ci unisce.’
Di questa crescente presa di distanza, certo in modo meno drammatico, fa parte anche il calcio . In questi giorni sulla maggioranza dei media e dei social libanesi è frequente la domanda perché nessuno in occidente si solleva contro le violazioni dei diritti che stanno avvenendo in USA, anche in occasione dei mondiali, mentre quattro anni fa il dito accusatorio di tutti era puntato sul Qatar?
Una domanda semplice, ma dalla risposta non banale è fondamentale per il futuro dei rapporti tra queste due parti del mondo.
