
Martedì 23 giugno, i ‘Vichinghi’ della Norvegia (li immagino colossi, altri biondi, bianchi) sfiderano i ‘Leoni della Teranga’ (li immagino altrettanto grossi, neri, scanzonati): una di quelle partite che solo i Mondiali riescono a regalarti con l’intensità di un batticuore. E sarà sfida anche fra coreografie: i norvegesi non hanno avuto bisogno di un regista, è venuto naturale mettersi ai remi e pagaiare surfando sulle onde del loro mare. I senegalesi, immagino, replicheranno con il loro oceano. Intanto godetevu il VikingRow.
Testo di Sveva Lipari
Mentre i Mondiali consumano i propri rituali di fatiche e vittorie, la tifoseria della Norvegia, squadra tornata sul palcoscenico dopo ben ventotto anni di assenza, trasforma gli spalti in un’epopea vivente e riporta in auge il mito vichingo nel presente, sommergendo gli stadi di una rossa marea coreografica che è prima di tutto passione culturale collettiva, non mero folklore.
Questo nuovo tormentone virale si chiama Viking Row e nasce, questa volta, in modo del tutto spontaneo sui gradini di una scala mobile di Boston, prima del trionfale esordio della Norvegia con un 4-1 contro l’Iraq. La coreografia che ormai popola spalti, tribune e strade vede migliaia di tifosi disporsi in fila per muovere le braccia in una remata comune e sincrona.
Un rollio solenne e ancestrale che evoca la più celebre e ipnotica “haka” islandese, quel “Geyser Clap” che incantò il mondo con gli Europei del 2016 e i Mondiali del 2018 – e che vanta persino un brevetto -, ma che qui sostituisce il battito delle mani con la tolda di una drakkar protesa sui mari del Nord. L’illusorio navigare, a ogni bracciata, si frantuma poi in un «Hùh!», un ruggito di vento e di acciaio che squarcia lo stadio per incitare la squadra.
È emozionante trovarsi a guardare a distanza questa marea identitaria che scavalca i confini di uno stadio. Tanto forte da penetrare, con imponenza, persino nell’aula dello Stortinget, il Parlamento della Norvegia. L’austero rigore scandinavo capitola in un posto che proprio per antonomasia è algido e formale. Il Presidente dell’aula, Masud Gharahkhani, come un bardo poetico, dai banchi dell’emiciclo ha guidato i suoi compassati legislatori, intonando il coro ritmato della remata vichinga. E sono certa che il supporto oltreoceano sia giunto ai ragazzi norvegesi. Infatti, talmente magnetico è stato il tifo alla doppietta di Haaland contro l’Iraq che la terra, a Bergen, ha davvero tremato! Norsar, la fondazione di ricerca norvegese specializzata in sismologia e monitoraggio sismico, ha registrato che le urla di gioia e i festeggiamenti dei tifosi hanno provocato delle vibrazioni nel terreno.
Questo fervore d’attacco mi riporta, per attinenza, a certi pomeriggi universitari di un tempo ormai lontano, quando il mio fidanzato dell’epoca si affannava sui libri di lingua svedese e cultura norrena, non amandone particolarmente né lingua, né letteratura. Molto spesso, mi ritrovavo a studiare più per lui che con lui, decifrando saghe islandesi, limando e scrivendo tesi sui Vichinghi, memorizzando accenti, rune e dispense di antico norreno per esami che non erano miei. Un’abnegazione intellettuale che oggi riconosco in quel tifo gigantesco: un dare fondo al cuore generoso e alla propria memoria solo per spingere qualcun altro verso la vittoria.
