Questa è una storia antica. È accaduto molti anni fa. Eppure è così attuale, fa così parte del nostre presente. E poi stasera, la Costa d’Avorio sfida la Norvegia. Come dire gli Elefanti contro i colossi biondi di Haaland di Erling Haaland. Viene voglia di essere a bordo campo per vedere lo scontro fra i giocatori. Nessuno, credo, ricorda quando il silenzio, la preghiera, le parole e il calcio riuscirono a fermare una guerra. La squadra che vedrete giocare fra meno di tre ore è figlia di un gesto…
Testo di Milton Fernández
Foto di Andrea Semplici

Nel 2005 la Costa d’Avorio aveva dimenticato il proprio volto.
Da tre anni una guerra civile l’aveva spezzata in due. A nord governavano le Forces Nouvelles, nate dalla ribellione contro il presidente Laurent Gbagbo, a sud resisteva il governo. La geografia aveva imparato una parola nuova: frontiera.
Non correva lungo i confini, ma attraversava villaggi, mercati, tavole apparecchiate e perfino le famiglie. Cristiani e musulmani avevano smesso di riconoscersi negli stessi occhi. Più di un milione di persone aveva abbandonato la propria casa, migliaia erano morte. Tutto lasciava credere che la violenza fosse diventata il clima naturale della nazione.
Eppure esisteva un luogo dove quell’inverno non arrivava.
Lo spogliatoio della nazionale.
Lì il nord passava il pallone al sud senza chiedergli da dove venisse. Un gol valeva più di una bandiera, un abbraccio cancellava ciò che fuori veniva scritto con il sangue. Per novanta minuti la Costa d’Avorio ricordava di essere una sola.
L’8 ottobre 2005 il destino cambiò direzione.
La nazionale batté il Sudan per 3-1. Nello stesso istante il Camerun fallì un rigore decisivo. Bastarono pochi secondi perché l’impossibile diventasse reale: la Costa d’Avorio era qualificata, per la prima volta, ai Campionati del Mondo.
Milioni di persone erano davanti alla televisione. Tutti aspettavano bottiglie stappate, urla, canti, uomini travolti dalla felicità. Le telecamere trovarono invece il silenzio.
Didier Drogba, il più grande calciatore ivoriano, attaccante del Chelsea e fra i migliori centravanti del suo tempo, prese un microfono. Non alzò la voce. Chiese soltanto silenzio.
Poi compì un gesto inatteso. Si inginocchiò. Uno dopo l’altro, senza una parola, tutti i compagni lo seguirono. Per qualche istante sembrò che anche l’intera Costa d’Avorio si inginocchiasse con loro. Le mani smisero di stringere i fucili. Le madri interruppero il pianto. Le città tacquero. Perfino la guerra, forse, abbassò gli occhi davanti a quegli undici uomini raccolti sul pavimento di uno spogliatoio.

Fu allora che Drogba parlò:
«Uomini e donne della Costa d’Avorio, dal nord, dal sud, dal centro e
dall’ovest, oggi vi dimostriamo che possiamo vivere insieme. Vi chiediamo, in ginocchio, di deporre le armi. Perdonatevi. Organizzate elezioni libere. Un Paese così ricco non può continuare a distruggere sé stesso.»
Quelle parole fecero il giro del mondo.
Ma prima ancora attraversarono la loro terra come la prima pioggia dopo una lunga siccità. Nessuno può dire se bastino delle frasi a fermare una guerra. Le guerre non finiscono con un discorso. Eppure, da quel momento, qualcosa cominciò a muoversi. Poche settimane dopo venne dichiarata una tregua. Due anni più tardi Drogba volle che la nazionale disputasse un incontro ufficiale a Bouaké, la città simbolo della ribellione. Per la prima volta i capi delle due fazioni si ritrovarono nello stesso stadio e cantarono lo stesso inno.
Era soltanto una partita. Ma esistono partite che cambiano il corso della storia.
Nel 2007 gli Accordi di Ouagadougou aprirono la strada alla riunificazione. Da allora, quando qualcuno dice che il calcio è soltanto ventidue uomini che rincorrono un pallone, viene da sorridere.
