Testo di Guido Pampaloni

Foto di Francesco Vastola

Quattro anni fa, per qualcuno già prima, è iniziata a serpeggiare la nostalgia, l’idea che quel dualismo, quella eterna sfida, capace di segnare i ricordi e di animare i dibattiti di un’intera generazione di appassionati, stesse finendo.
Come se non bastasse, in Qatar è stato tracciato quello che per molti è il solco definitivo, la pietra tombale sulle discussioni.
Non c’è dubbio che, per quanto difficile lasciar andare un’epoca, la Coppa del Mondo sollevata al cielo dal mago di Rosario ne sarebbe stato un degno epilogo.
E invece no. Contro ogni aspettativa, oggi ci sediamo ancora una volta sul divano, pronti a gustarci l’ennesimo atto di questa incredibile storia.
Qualsiasi tifoso, alla notizia di potersi gustare un altro episodio, deve aver avuto un fremito e per molti, forse, la sfida tra i due colossi ha oscurato tutto il resto.
Il solco però rimane e pare aver esacerbato il dibattito, piuttosto che sedarlo, anche perché si sa: il calcio, in certi casi, sa diventare culto e religione, nel bene e nel male, rendendo vano qualsiasi ricorso ad argomenti razionali.
Il dibattito per il cosiddetto GOAT, non sarà mai sopito ma è inevitabile che i fatti al momento parlino chiaro. E così, per tutti coloro che, a prescindere da tutto, saranno sempre tifosi di Ronaldo, questo Mondiale, il sesto, è prima di tutto una grande occasione per riaprire il confronto, anche sul piano dei titoli.
Ma forse non sono solo i tifosi a viversela così, dei due campioni, il portoghese è sempre sembrato, per carattere, quello che più si nutriva della sfida.
A 41 anni, ferito nell’orgoglio, il ragazzo di Madeira ha un’ultima chance, la più importante mai avuta. Non sarà più quello di una volta ma ha intorno la nazionale portoghese più forte della storia, pronta a sostenerne il sogno.
Queste le premesse. Complice l’incredibile partita inaugurale dell’argentino, il confronto, alla vigilia dell’esordio è più vivo che mai. Tanta la pressione, troppa.
Cristiano è sí una macchina da gol ma forse da lui si pretende ancora di essere il trascinatore che era ai tempi di Madrid, 10 anni or sono.
Fatto sta che la prestazione deludente di un Portogallo che non supera la nazionale congolese all’esordio, scatena la polemica.
I social sono da sempre il canale prediletto dello scontro tra i fan dei due campioni, le loro dinamiche polarizzanti sono parte integrante e caratterizzante della discussione.
Non è tanto il risultato quanto la prestazione a suscitare qualche riflessione. A quell’età già essere l’attaccante titolare di una delle pretendenti al titolo dovrebbe essere un vanto ma al numero 7 questo non basta. Cerca ossessivamente la palla giusta, inseguendo i gol e la prestazione personale con la foga che lo ha sempre contraddistinto. Arriva ad avventarsi su palloni destinati a compagni meglio posizionati. Qualche video sui social lo accusa addirittura di aver segnalato, istintivamente, la posizione irregolare di un compagno che aveva appena portato in vantaggio la squadra, anticipandolo. Il risultato è una squadra scordinata, non all’altezza delle aspettative.
Il dubbio che non si tratti solo di impressioni, ingigantite dai social, è alimentato dalle dichiarazioni di alcuni compagni, che ne ridimensionano il ruolo all’interno dell’11 lusitano.
Per la sua fanbase è un peccato gravissimo, la rabbia si scatena nelle sezioni commenti e travolge non solo i compagni accusati di aver messo in discussione il loro idolo, anche le fidanzate o i familiari stretti. Il tutto non fa certo il bene del loro idolo col rischio di spaccare lo spogliatoio ingigantendo eventuali dissidi interni. E si sa, la capacità di fare gruppo è forse il vero ingrediente segreto per fare strada in un Mondiale, molto più di qualsiasi superiorità tecnica. Tutte le grandi favole del calcio (e non solo) passano per gruppi uniti e coesi attorno ad un solo obiettivo.
Certo è che il vero leader non può essere solo trascinatore a livello tecnico e di prestazioni.
Forse ciò che più di tutto distingue i due campioni é proprio il carattere, l’ego, la capacità di coinvolgere la squadra piuttosto che pretendere dai 10 compagni di giocare per te. La capacità di Messi di essere il faro, ma non il padrone della squadra è ciò che ha permesso all’Argentina di farsi famiglia, in nome di un sogno che non è solo l’incoronazione del proprio Re ma una realizzazione collettiva, una gioia per l’intero popolo che solo il Mondiale sa regalare.
La domanda che sorge spontanea è dunque quanto Ronaldo sia vittima di sé stesso e della propria fame. Quanto saprà, nelle prossime settimane, tenere a bada la propria voglia di primeggiare, in funzione di un obiettivo più grande. Ora o mai più.
Nonostante le premesse non siano le migliori, che si sia fan di Ronaldo o meno, non si può che essere curiosi di scoprire come si concluderà questa storia. Una storia che, ancora una volta, farà battere i cuori di milioni di persone e che, a prescindere dall’epilogo, ringrazieremo di aver letto.
Il solo fatto che oggi si parli del Portogallo come una pretendente al titolo è in parte merito suo, perché, come in tutti gli sport, i campioni sono linfa fondamentale per il movimento.
Questo credo sia il più grande trofeo del ragazzo partito da Madeira per conquistare il mondo. Non le decine di record conquistati a suon di gol e trofei, non il numero di palloni d’oro o di Champions League vinte ma la capacità di scaldare i cuori di qualsiasi appassionato, di far sognare milioni di bambini, di crescere generazioni di piccoli calciatori che indossano la maglia numero 7 sperando un giorno di essere come lui. E qualcuno ce l’ha anche fatta, si veda un ragazzino francese, cresciuto ammirandolo e oggi lì per contendergli la classifica marcatori e per trascinare la propria nazionale sul tetto del Mondo per la seconda volta in 8 anni.