A volte (un tempo più spesso) accadono ‘miracoli’ nella magia del calcio. E così capita che un portiere di quaranta anni, con campionati di Moldova, in Angola e a Cipro, riesca a fermare i giovani maestri della Spagna, i più belli del calcio mondiale. Sette parate, tre cross intercettati, ha toccato più volte la palla di tutti i suoi compagni. Capo Verde, all’esordio in un Mondiale, costringe al pareggio le Furie Rosse. Queste sono lo storie che ci piace raccontare. Con la ‘competenza passiva’ di un’osservatrice appassionata.

Testo di Sveva Lipari

Foto di Andrea Semplici

Occhi così non puoi scordarli più. C’è dentro un antico bagliore oceanico e la fiera consapevolezza di chi ha imparato ad affrontare il vento e il fuoco dei vulcani, prima ancora degli attaccanti di una delle migliori nazionali contemporanee.

A quarant’anni appena compiuti, quando il fisico imporrebbe l’addio al calcio e la memoria inclinerebbe verso i rimpianti, quest’uomo dal volto scavato venuto dalle isole vulcaniche di Capo Verde ha deciso di riscrivere le leggi della logica calcistica. Ha sbarrato la strada alla Spagna, una corazzata di fitti passaggi e spietate geometrie, trasformando la sua area di rigore in una roccaforte di resistenza umana.

La chiamano “Rete inviolata”: Josimar José Évora Dias ha fatto sette parate, intercettato tre cross e toccato palla più volte di tutti i compagni di squadra.

Non sarò mai tifosa di calcio nel vero senso del termine e non possiedo i tecnicismi del linguaggio calcistico; la mia è una competenza passiva, come piace ripetere a mio padre, ma nutro una profonda passione per il significato e le storie del gioco. È il modo di vedere lo sport che mio padre mi ha insegnato in questi lunghi anni, guardando distrattamente le partite insieme sul divano: regole interiorizzate e mai spiegate con freddi moduli e tatticismi, obiettività, buonsenso, e la capacità di sostenere anche squadre non del cuore, andando oltre l’identità e la bandiera. Un modo elegante e universale di vivere lo sport, fatto di incitamento, magia e un pizzico di fortuna.

Ecco perché, dietro la porta e i guanti di quel portiere, ho visto una storia che appartiene a tutti noi, quasi fosse una materializzazione della pedagogia degli oppressi di Freire, lì dove voce e liberazione diventano azioni coscienti per non subire la lezione dei potenti.

Lo chiamano Vozinha, “nonnina”, tenero omaggio ai nonni che lo hanno cresciuto a São Vicente mentre la madre lavorava per garantirgli un futuro, ma anche perché i compagni di calcio si burlavano di lui perché giocava con il ritmo di una vecchietta. All’anagrafe è Josimar Dias,

E poi, -che cosa c’è in un nome-, poetava Giulietta… tutto un destino! Suo padre ha raccontato che, durante i Mondiali del 1986, anno di nascita di Vozinha, rimase colpito dai calciatori Jorge Valdano dell’Argentina e Josimar Higino Pereira del Brasile, tanto da voler chiamare il figlio Valdano, ma il nome non fu accettato dall’ufficio anagrafe di Capo Verde (ne so qualcosa anche io, che porto, per questo motivo, un secondo e altrettanto bel nome). Così il padre scelse Josimar, per omaggiare il Brasile.

Uno sportivo ramingo che ha difeso i pali in Angola, Moldova, Cipro, fino alla seconda divisione portoghese, con un valore di mercato che fa sorridere di fronte ai milioni di euro della Roja. Vozinha pensava di lasciare la Nazionale, ma lo hanno convinto a restare per inseguire un ultimo, folle sogno. Giocando contro una delle élite del calcio continentale, ogni suo volo, ogni deviazione sulla linea di porta, mi sono sembrati una sfida lucida contro il tempo, quasi come succede quando il talento nobile di squadre blasonate è costretto a cedere il passo a quello insubordinato della periferia dei mondi.

Al triplice fischio finale, nell’abbraccio dei compagni increduli, l’estremo difensore del Capo Verde è scoppiato in lacrime per i suoi nonni e per la madre lontana, diventando ai miei occhi eterno.