Qui Córdoba, in Andalusia, terra di Spagna. Giuseppe vive qui da un quarto di secolo. Il suo cuore non dimentica l’Italia, ma sua figlia ha preparato le sciarpe rosse per la partita di stasera. ‘Le radici non si sostituiscono, si sommano’. La Spagna affronta con entusiasmo e ottimismo queste nuove finali: è il merito di questo paese, vivere con intensità, stare assieme, il calcio diventa una ‘memoria condivisa’.
Testo di Giuseppe Palmieri
Foto di Andrea Semplici

Vivo in Spagna da quasi un quarto di secolo. L’ultima Coppa del Mondo vinta dalla nazionale spagnola l’ho festeggiata qui, in una piazza andalusa, circondato da persone che fino a pochi anni prima mi erano estranee e che oggi considero parte della mia storia. È curioso pensare che, mentre la mia nazionale del cuore è assente ormai da tre edizioni consecutive dei Mondiali, io continui a vivere questo appuntamento con la stessa emozione di quando ero bambino.
I Mondiali hanno il raro potere di rimettere in ordine i ricordi. Mi riportano all’estate del 1982, quando la Spagna ospitava il torneo senza sapere che, molti anni dopo, sarebbe diventata la mia seconda patria. Mi fanno risentire la voce di Gianna Nannini ed Edoardo Bennato con Un’estate italiana, colonna sonora di Italia ’90 e di un’età in cui ogni partita sembrava un’avventura irripetibile. Rivedo gli abbracci improvvisi dopo un gol, le lacrime, le urla liberatorie, le discussioni infinite. Per un mese, anche chi con il pallone aveva poca confidenza –come il sottoscritto– diventava inevitabilmente un esperto di calcio.
Oggi, da Córdoba, quell’atmosfera continua a sorprendermi. Nel pomeriggio che precede una partita dei quarti di finale si percepisce un’attesa speciale. Intere famiglie si organizzano per ritrovarsi sulla terrazza di un bar, a casa di amici o davanti a uno schermo allestito in una piazza. Qui il fútbol non è soltanto uno sport: è un rito collettivo, vissuto con la stessa intensità con cui si condividono il cibo, la musica, il ballo e le lunghe serate estive. È un modo di stare insieme.
Forse è proprio questo che mi ha sempre affascinato della Spagna e, in particolare, dell’Andalusia: una capacità quasi naturale di affrontare la vita con un ottimismo contagioso. Da italiano, cresciuto in un Paese che spesso sembra indulgere in una forma di disincanto permanente, quel pessimismo che, da Leopardi fino ai nostri giorni, sembra accompagnarci come un’ombra, guardo con una certa invidia questa fiducia quasi ostinata. È un atteggiamento che, vivendo qui, finisce per contagiare anche chi arriva da fuori. E questa, in fondo, è una splendida notizia.
Naturalmente continuo a sperare che il calcio italiano ritrovi presto la strada smarrita. Tre Mondiali consecutivi senza l’Italia non sono soltanto una delusione sportiva. Sono il sintomo di un sistema che sembra incapace di rinnovarsi. Viene inevitabilmente in mente quel professore de “La meglio gioventù”, quando invita il suo studente a lasciare un Paese rimasto “in mano ai dinosauri”. La sensazione è che, almeno nel calcio italiano, quei dinosauri siano ancora lì.
Stasera, però, sarà un’altra storia. Mia figlia Sofia, che durante un recente Europeo vinto dall’Italia aveva indossato con orgoglio l’azzurro, preparerà con me bandiere e sciarpe per sostenere la Roja. Perché dopo venticinque anni questa terra è diventata anche casa mia. Le radici non si sostituiscono: si sommano. E forse è proprio questo il regalo più bello che mi ha fatto la vita. Per novanta minuti tiferò Spagna, con il cuore italiano e un po’ andaluso. Perché il calcio, quando riesce davvero a unire le persone, smette di essere soltanto una partita e diventa memoria condivisa.
