Testo di Lucio Yudicello
Foto di Andrea Semplici
Cosa sta accadendo in Argentina? Dopo l’incredibile vittoria con l’Egitto, il paese è stato travolto da una ondata di violenza. Da Buenos Aires ai paesi delle colline di Córdoba è stata guerra nelle strade. Rancore, risentimento, odio. Come nelle banlieus parigine. Nemmeno il calcio calma la disperazione, non è più un antidoto. ‘Le persone di troppo’ sono condannate dalle politiche del disprezzo. Quattro anni fa, dopo la vittoria al Mondiale del 2022, una folla immensa, cinque milioni di persone, attese il ritorno dei giocatori e non ci furono incidente. Oggi la paura è che nemmeno una vittoria di Messi e compagni potrebbe risparmiare il paese dalla paura.

Poco dopo aver assistito all’eroica e spietata (almeno per i cuori più deboli) partita dell’Argentina contro l’Egitto, mentre festeggiavo la vittoria con due bicchieri di vino e una generosa dose di clonazepam, sono venuto a conoscenza dei numerosi disordini verificatisi nel Paese, in particolare nella mia Córdoba natale. Questo mi ha portato a formulare una domanda che già pulsava in qualche angolo della mia coscienza: l’antica Repubblica Argentina non si starebbe forse trasformando in una sorta di Argentina Football Club, un’enorme istituzione calcistica che perde i propri associati a causa della malnutrizione, dell’abbandono delle cure mediche e del lavoro, delle condizioni di vita insalubri, della depressione e del suicidio?
La violenza si è manifestata nelle città di Buenos Aires, La Plata, Tucumán, Trelew, Córdoba, Río Cuarto, Villa Allende, Alta Gracia e in molte altre. Si sono verificati furti di telefoni cellulari, feroci risse tra gruppi di giovani, mattoni e sampietrini che sfrecciavano nell’aria in cerca di un’auto della polizia o, semplicemente, della testa di un agente in uniforme, bottigliate, il saccheggio milionario di una gioielleria dopo la distruzione della vetrina, orde di predoni, coltelli, catene e perfino colpi d’arma da fuoco in un quartiere di Córdoba. Nel frattempo la polizia rispondeva a colpi di spray al peperoncino e manganelli. A Cañuelas, nella provincia di Buenos Aires, un uomo è stato ucciso da una pietra lanciata durante gli scontri.
Le autorità, come era prevedibile, hanno ostentato una teatrale perplessità di fronte a festeggiamenti tanto insoliti.
Naturalmente non c’era nulla di nuovo, né nei fatti né nel presunto stupore delle autorità: era già accaduto dopo le partite contro la Giordania e Capo Verde e, questa volta con rinnovato vigore, dopo quella contro l’Egitto.
In modo significativo, e parallelamente alla crescita dell’ansia e dell’entusiasmo, una cupa corrente sotterranea sembrava attraversare il Paese, pronta ad affiorare nei momenti più imprevedibili. Da quali sorgenti poteva alimentarsi? La risposta è semplice: dalla frustrazione, dall’angoscia, dalla miseria, dall’abbandono, dall’emarginazione e, naturalmente, dal risentimento e dalla violenza che tutto questo genera.
Per questo il presunto stupore delle autorità non è altro che l’ennesima manifestazione dell’ipocrisia che domina questa Argentina del disprezzo, dell’esclusione e delle politiche che considerano una parte della popolazione come «persone di troppo». Dal loro punto di vista, dissociato e capace solo di alimentare ulteriore dissociazione, l’unica risposta possibile consiste nell’inasprire le misure di sicurezza e di repressione, prepararsi al peggio e sfoggiare la consueta, studiata faccia di poker davanti a ciò che è accaduto o che potrebbe accadere.
È curioso (o forse non lo è?) che, a differenza dei festeggiamenti di oggi, nel 2022, due giorni dopo che la nazionale argentina si era laureata campione del mondo, quando una folla mai vista prima nel Paese – cinque milioni di persone – era scesa in strada per accogliere i propri idoli, regnasse una calma assoluta: non il minimo disordine, soltanto allegria, cori di festa e una sana esaltazione. Si verificò un solo episodio stonato: da uno dei ponti sotto i quali passava l’autobus scoperto dei campioni, due giovani si lanciarono sul veicolo. Uno sbagliò il salto e rischiò di spaccarsi la testa sull’asfalto; l’altro cadde tra, o addosso, ai giocatori. Qualcuno avrebbe potuto scherzare dicendo che, se avesse schiacciato Messi, saremmo rimasti senza il nostro fuoriclasse. La verità, però, è che tutto si svolse in modo molto diverso da quanto accaduto dopo le partite con la Giordania, Capo Verde e, soprattutto, l’Egitto.
Che cosa potrà succedere se fra poche ora sapremo se saremo in semifinale? Tre partite, nel migliore dei casi, compresa quella di stanotte e una tensione esasperante: tra i giocatori e i loro tifosi, tra le autorità e, perché no, anche nel letto di quella corrente sotterranea che sembra essersi fatta sempre più impetuosa.
Se arriveremo fino alla finale, come nel 2022, che cosa pensano di fare le autorità con cinque milioni di persone nelle strade?
