Anna Foa risponde a Roberto De Meo
Vi siete mai trovati a cena con qualcuno che comincia a parlare di Israele e vorreste fuggire in un’altra stanza?», chiede Daniel Sokatch all’inizio del suo libro Per parlare di Israele (in libreria da febbraio 2026 per il marchio “Altrecose”, un progetto del Post insieme a Iperborea).
Il problema deve essere comune a tante persone, perché la sala era piena a “Testo” (Firenze, Stazione Leopolda, 27 febbraio 2026), per ascoltare Luca Sofri che dialogava con Anna Foa presentando questo libro.
A un certo punto dell’incontro Anna Foa ha rivendicato la necessità di una “par condicio linguistica” e questa sua espressione mi ha fatto riflettere su un aspetto del problema: per parlare di Israele con altre persone, anche (e soprattutto) di idee diverse dalle nostre, bisogna poter disporre di un linguaggio condiviso, altrimenti è impossibile dialogare. Il primo ostacolo a una soluzione del conflitto si evidenzia nelle parole.
Basti pensare a come viene definita la medesima terra: Israele dagli israeliani, Palestina dagli arabi, ma anche Terrasanta da molti cristiani. Se vado a Gerusalemme e dico “Faccio un viaggio in Palestina” è molto diverso da dire “Faccio un viaggio in Terrasanta” oppure “Vado in Israele”. Le parole che uso già mi qualificano rispetto al mio interlocutore. Lo stesso vale per Cisgiordania / Territori Occupati / Giudea e Samaria oppure per luoghi sacri come il Monte del Tempio / Al Haram al Sharif a Gerusalemme.
Ne parlo con Anna Foa, che si è resa disponibile per aiutarmi a fare un po’ di chiarezza.
RDM: Partiamo da una delle parole usate nella maniera più distorta, la parola “ebreo”, che spesso viene confusa e sovrapposta al termine “israeliano”, distribuendo così su tutto il mondo ebraico le responsabilità delle azioni del governo israeliano. Da dove pensa che nasca questa confusione?
AF: La confusione nasce dall’ignoranza. Un primo momento in cui si sviluppa questa sovrapposizione è stato quando, anche prima della fondazione di Israele, all’interno della diaspora ebraica si decise di andare in Palestina, aderendo agli ideali sionisti. Poi quando, a partire dal 1945, una gran parte del mondo ebraico diventa sionista anche senza trasferirsi in Palestina. Questo porta a una confusione, anche terminologica, tra ebreo e cittadino israeliano. Non da parte di tutti, ovviamente, ma più a livello di luogo comune e come uso non distinto dei due termini.
RDM: In Italia sono pochi gli ebrei che hanno preso posizione pubblica contraria alle azioni dell’esercito israeliano. Non pensa che il fatto che le comunità ebraiche italiane facciano sentire la propria voce ufficiale solamente in difesa di Israele possa alimentare questa sovrapposizione tra ebrei e israeliani?
AF: Sì, certamente, la confusione nasce anche dal fatto che gran parte del mondo ebraico in Italia e in Europa è schierato, senza se e senza ma, a fianco di Israele. E dopo l’orrore del 7 ottobre non ha preso nessuna distanza dalle modalità della risposta israeliana a Gaza.
RDM: Premesso che in Europa l’antisemitismo non è mai scomparso, non pensa che l’aumento delle azioni antisemite in questi ultimi anni possa attribuirsi anche a questo appiattimento tra ebrei e israeliani?
AF: In un contesto in cui le azioni del governo israeliano provocano sdegno e reazioni anche violente, la mancanza di un distinguo forte da parte del mondo ebraico crea alibi e motivazioni per azioni antisemite che in realtà muovono da basi antisioniste.
RDM: Non pensa che il disegno di legge approvato al Senato in questi giorni, finalizzato a contrastare l’antisemitismo, faccia confusione tra antisemitismo e legittima critica alle azioni dei vari governi israeliani? Oltre a essere una limitazione al diritto di opinione, con questa legge l’appiattimento degli ebrei sugli israeliani aumenterebbe ancora di più… Finirà che per non essere considerati antisemiti sarà necessario appoggiare le politiche dei governi israeliani?
AF: Sì, Israele sarà l’unico Paese che non si potrà criticare senza il rischio di essere accusati di antisemitismo. Io sono stata audita in Senato su proposte di legge simili che miravano a introdurre conseguenze penali per il reato di antisemitismo e mi sono espressa in maniera contraria. Anche questa legge, seppur modificata rispetto alla bozza iniziale, si basa sulla definizione di antisemitismo data dall’Ihra (l’Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto), definizione ambigua che lascia margini per considerare come antisemite le critiche allo Stato di Israele. A mio avviso non c’era bisogno di una nuova legge sul contrasto all’antisemitismo.
RDM: A me sembra di assistere a un paradosso, anche linguistico, per cui gli schieramenti politici tradizionalmente antisemiti sono ora quelli più convintamente filosionisti.
Tutto questo significa qualcosa, no?
AF: Significa che una parte del mondo politico, la destra intendo, vuole scaricarsi la responsabilità della Shoah attraverso questo amore nei confronti di Israele. È una scusa inaccettabile, presa per buona dal governo israeliano, che l’anno scorso ha organizzato una conferenza internazionale sull’antisemitismo invitandovi buona parte della destra sovranista europea.
RDM: Passiamo a un’altra definizione, quella di “palestinese”. Io ho sentito dire che “i Palestinesi non esistono”. In effetti il termine può comprendere tutti gli arabi – cristiani e musulmani – che vivevano (e vivono) nel territorio della Palestina del Mandato britannico; oppure solamente gli abitanti di Cisgiordania e Gaza; oppure i futuri cittadini dello Stato di Palestina.
Per lei come si possono definire i Palestinesi nella prospettiva di trovare un linguaggio condiviso?
AF: I Palestinesi hanno un’identità forte, che ha iniziato a consolidarsi anche prima della fondazione dello Stato di Israele, benché questo sia un fenomeno poco conosciuto e riconosciuto. Certamente il senso di appartenenza è stato rafforzato dalla Nakba del 1948 e ora, in seguito agli ultimi eventi e al riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di molti governi, ha avuto una sua legittimazione ufficiale.
RDM: L’ultimo termine che vorrei evocare è quello che risuona più forte, di fronte al quale ogni dialogo si blocca: “genocidio”. Anche se David Grossman ha infranto il tabù, utilizzandolo per definire il massacro di Gaza, nel mondo ebraico italiano questa parola non si può usare e chi la usa viene definito antisemita. Certamente è doloroso ammettere che Israele, lo Stato degli Ebrei, nato come risarcimento per il più efferato genocidio commesso in Europa, possa venir considerato uno Stato genocidario, ma possibile che non si riesca ad andare oltre il termine e parlare di quanto è veramente successo a Gaza?
AF: Sono d’accordo e non credo che l’uso o non uso di questo termine sia una discriminante tra chi vuole pace e giustizia e chi no. Io personalmente lo uso, riferito a Gaza, e in Israele viene usato e accettato dolorosamente. In Italia, invece, è ancora uno spartiacque e chi lo usa viene considerato antisemita, impedendo così di addentrarsi nell’approfondimento dei fatti. Bisogna invece andare oltre la disputa sul termine, per discutere della sostanza.
RDM: Per concludere, non pensa che finché non si costruisce un linguaggio comune per parlare di Israele/Palestina sarà molto difficile anche avviare un processo che porti a trovare una soluzione concreta e stabile a quanto sta succedendo?
AF: È un processo in cui politica e linguaggio sono legati assieme. La costruzione di un processo politico che vada in direzione della pace porterà anche alla costruzione di un linguaggio condiviso, e questo aiuterà nello sviluppo del processo di pace. Questa è la direzione in cui tutti ci dovremmo impegnare, con l’ottimismo della volontà, anche se in questi momenti la ragione ci induce maggiormente al pessimismo.
RDM: Grazie, Anna. Non bisogna mai smettere di sperare in un processo che porti alla pace. Non ci sono alternative, né per i Palestinesi né per gli Israeliani.
