Testo e foto di Lorenzo Rosato

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Nel villaggio di Singhpur, oggi, si festeggia Janmashtami la nascita di Krishna e i ragazzi devono scalare il cielo. Per il latte e le rupie.

È agosto. Nel villaggio di Singhpur c’è uno strano fermento.

Sapevo che ci sarebbe stata una grande festa. Nulla di nuovo, ho pensato: da quando sono arrivato è come se sul calendario tutti i giorni fossero segnati in rosso. Le divinità vanno rispettate, onorate, venerate. Le scuole sono chiuse. È chiuso anche quello spartano ufficio turistico della vicina cittadina di Sarnath che da fuori sembra una brutta copia, in scala, della Casa Bianca. Non si ferma, invece, chi lavora, chi vive della propria terra. Le coltivazioni di riso, patate e lenticchie hanno bisogno di attenzioni e di lavoro, sempre. Ci stiamo avviando al termine della stagione dei monsoni. Le piogge sono state meno abbondanti del solito. Il mio amico Yogendra mi dice che in molti si lamentano, preoccupati: il raccolto potrebbe non rendere quanto sperato. Qui ci sono campi ovunque, molte famiglie, tanti bambini. Chi non lavora nei campi, si arrangia mettendo su qualche piccola attività ai bordi delle strade, in umili baracche o in angusti locali. La vita comincia all’alba, alle cinque del mattino, quando le persone vanno ad accovacciarsi nei campi, concimando il terreno. La maggior parte di loro non ha bagno in casa. La giornata è un ritmo lento. Una processione calma, prevedibile. Vita contadina, mani sporche e raggrinzite. Mani sempre nell’acqua, eppure aride. A volte sembra che nessuno faccia nulla, invece ognuno fa il suo. Difficile capire. Certo, il caldo e l’umidità non aiutano.

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Non sono qui da molto, ma ho avuto abbastanza tempo per abituarmi ai ritmi del villaggio così come ci si adatta a un odore fino a smettere di sentirlo. Per questo rimango un po’ stupito quando questa mattina avverto qualcosa di diverso. Ci sono dei preparativi in corso in un clima di concitante attesa. E’ la festa di Janmashtami, si onora la nascita di Krishna, divinità induista fra le più conosciute. Quello che so di Krishna è che viene spesso raffigurato come un bambino, che è una reincarnazione di Vishnu e che – come scoprirò alla fine di questa giornata – alcuni aneddoti legati a questa figura riguardano la sua passione per il makkhan, tipico dolce a base di latte che spesso gli viene affiancato nell’iconografia classica. Mi dicono che i preparativi riguardano la festa del villaggio che comincerà nella tarda mattinata e che potrò avviarmi verso il villaggio quando sentirò la musica.

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Il bramino arriva con calma in bicicletta, vestito di bianco, una busta in mano. Si dirige verso un piccolo tempio. Comincia sedendosi in un angolo per tagliare le banane a fette. Versa il lassi – yogurt di latte di bufala liquido e lavorato – in una ciotola e ci unisce le banane. Questi sono i preparativi iniziali per la puja, la preghiera. Con sé ha anche una scatola di dolcetti. Quando c’è il bramino, c’è sempre qualcosa da mangiare. Qui a Singhpur vivo insieme a un gruppo di bambini, e loro si uniscono alla puja. Sul muro del piccolo tempio sono presenti le immagini delle divinità. Alcune sono raffigurate in rilievo su una scura lamina di metallo. Il bramino accende una candela e poggia il cibo su un altarino. Per una buona mezz’ora si intonano dei mantra induisti mentre il bramino, con passo lento e cadenzato, illumina a turno le divinità con gesti misurati. La luce della candela illumina gli dei e, nella luce, questi si rivelano. La celebrazione termina quando il bramino distribuisce nelle mani il composto di banane e i dolcetti ai bambini. Loro sono di buon umore, anche io. Il bramino si avvicina verso la bicicletta e si allontana così come era arrivato: con calma, vestito di bianco, una busta in mano. Non una parola. Così, poco dopo mezzogiorno, arriva la musica, da lontano. Musica techno, da discoteca, tamarra, bollywoodiana, senza fronzoli. È musica che ultimamente si sente spesso, in giro. Di notte, a Sarnath, in qualche tempio forse in onore di qualche divinità della movida, mettono su esattamente la stessa musica.

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Singhpur è un villaggio relativamente poco isolato. Per arrivarci c’è una strada semi-asfaltata che lo collega a Sarnath, anche tutti passano per gli stretti sentieri che attraversano i campi. Sono percorsi puntellati da mattoni, piccola accortezza di grande utilità quando la pioggia monsonica allaga tutto. Mi avvio per i campi. Il sentiero che percorro s’interrompe su una larga strada, sterrata e polverosa, lunga un centinaio di metri. Ai lati, scheletri di case abitate. Dietro le case, i campi. Alcuni sono recintati da un muro alto anche due metri. La terra è il bene più prezioso e va difeso e protetto. L’inizio e la fine della strada sono segnate da un grande cartello con scritte in hindi. Sembrano cartelli di benvenuto un po’ in stile parco giochi – con molta fantasia. Non ho mai capito se questa strada fa parte del villaggio. Mi hanno detto che qui ci abitano gli immigrati, persone che si sono spostate da altre parti dell’India. Non sono gli intoccabili, che vivono anche loro un po’ isolati dal villaggio, sono più dei senza casta. Il bambino cieco, sordo e muto che vedo tutti i giorni è ancora lì: nudo, immobile, davanti casa. Raggiungo il villaggio e la musica si fa più forte.

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L’impressione che ho di Singhpur è che ci sia meno miseria di altri villaggi che ho avuto modo di visitare. Nonostante ciò, la bestia dell’alcolismo ed episodi di violenza sono come polvere ben nascosta sotto il tappeto. Grigi e piccoli edifici squadrati si alternano a scarne strutture in mattoni. Inoltrandosi si scorge ancora qualche graziosa casa di fango. Fra le case c’è un terreno presso cui si sono radunati tutti: donne, uomini, anziani, bambini. Molti fanno da pubblico mentre i bambini giocano e alcuni ragazzi riempiono dei secchi d’acqua che poi rovesciano sul campo. Ci sono delle casse enormi e un DJ. Per poco non mi accorgo di una pignatta, un recipiente di argilla, un matki, appeso a quattro-cinque metri da terra. E’ fissata a dei pali sui tetti delle case con una corda. La pignatta è adornata con dei palloncini colorati, alcuni di forma fallica, e qualche rupia. Sotto il matki, la terra diventa sempre più fangosa. Si aspetta un po’, provo a capire qualcosa di più: il matki contiene del latte, del makkhan, e fra un po’ si comincia. Cosa comincia non mi è dato saperlo. Il caldo si fa sentire.

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Diversi ragazzi entrano nel campo e i bambini escono. Cominciano a discutere, sono in molti, e si dividono in squadre da 15-20 persone. Altri ragazzi si alternano nell’annaffiare la terra con le secchiate d’acqua. Comincia la festa, il gioco popolare: le squadre devono tentare a turno di acciuffare la pignatta formando una piramide umana. C’è un’atmosfera gioiosa e avvolgente, la gente si diverte e fa il tifo per quei ragazzi che si arrampicano, cadono, si rialzano e s’incoraggiano. E loro, dopo essere caduti, quasi esultano. Il terreno fangoso evita che qualcuno si faccia male sul serio dopo la caduta. Qualcuno però cade, sviene. Lo portano su un lato, gli danno schiaffetti e gli tirano secchiate d’acqua. Lui si rialza e torna ad arrampicarsi. Cade di nuovo, si rimette in piedi ed esulta. Come lui anche tutti i suoi compagni di squadra, si abbracciano. Si continua a buttare acqua sul terreno, ma non solo. Le secchiate d’acqua sono dirette anche verso i ragazzi che provano ad arrampicarsi. Arrivare in alto è ancora più difficile. Si va avanti così, fra cadute, festeggiamenti, acqua, sole e fango.

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Passano ore. Il sole ancora non si poggia sull’orizzonte, ma comincia ad assumere le tonalità rossastre di quando si avvia verso il tramonto. La pignatta è troppo in alto. È ancora al suo posto e tutti, pubblico compreso, sono sfiniti. Senza forze, i tentativi dei ragazzi di arrampicarsi risultano sempre più infruttuosi. Il clima di festa si è un po’ affievolito. La giornata di oggi non può finire così, manca la gioia finale, il culmine. Alcuni uomini discutono, la corda si allenta, il matki scende. I ragazzi ci riprovano, ma quei tre metri che forse prima potevano essere raggiunti, ora sono inarrivabili. La corda si allenta un altro po’. Ancora nulla. Tutti si rendono conto che si avvicina la fine e accorrono verso il centro in attesa che di afferrare quell’oggetto tanto caro a Krishna. Poi, finalmente, lo prendono. Sono in tanti, lì intorno. Eccitati, felici e ripagati per gli sforzi fatti. Un uomo mi guarda e mi sorride: ‘Rupie! Rupie!’. La foga con cui i ragazzi si avventano per litigarsi la pignatta fa cadere uno dei pali che reggeva la corda. Per evitare che venga trascinato giù, chi si trova sui tetti ci si siede sopra, divertito, sorridente. Poco dopo la folla si calma, si disperde. Del matki non c’è più traccia. Dissolto. Torna il silenzio. Allo stesso modo in cui questa mattina avevo avvertito qualcosa di diverso, sento le cose tornare al loro posto. La lenta processione della quotidianità di questo villaggio ricomincia così come si era interrotta.

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È il tramonto. Gli abitanti del villaggio si riavviano verso casa. Alcuni a piedi, alcuni in bici, altri totalmente ricoperti di fango. Nel campo rimangono una ventina di bambini a giocare in quell’acqua scura. Domani si torna a scuola, feste permettendo. Anche io mi avvio verso casa. Il bambino sordo, muto e cieco non c’è più. So che domani mattina lo ritroverò lì, nello stesso posto. Nelle case si comincia a cucinare: si pulisce il riso, si pelano le patate e si mettono sul fuoco le lenticchie. Mi ritrovo a camminare accanto a bufale e vacche che, da sole, rientrano nei loro cortili. Pian piano tutti si disperdono e mi ritrovo da solo. Vado a passo veloce per evitare di ritrovarmi al buio. La terra è arida da troppo tempo, cammino e a ogni passo alzo polvere. Sto per rientrare a casa e incontro Yogendra, il mio amico. Ha ventun anni, ma ne dimostra trenta. Mi fa notare che si sta alzando un filo di vento e guarda al cielo: ‘Se non piove oggi, pioverà domani’.

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Poi, finalmente, il monsone.