Dimenticate w.app, google, maps: nell capitale cinese non servono. Dimenticate il contante e i bancomat: si paga con il cellulare e se ti si rompe sei perduto. Dimenticate la benzina: qui si va con l’elettrico. E dimenticate anche l’inglese: non serve a niente. O quasi. Ma questa è ‘la città giusta’ per viaggiare con i figli adolescenti.  

Testo e foto di Marta Benettin

Pechino è la città giusta dove viaggiare coi miei figli ormai grandi, da soli. Ci siamo stati dieci giorni a cavallo di questa Pasqua, volando da Roma con Airchina. Un’esperienza di compressione fisica: la compagnia di bandiera cinese considera uno spazio vitale valido, per undici ore di volo, circa la metà di quello delle nostre low cost. Forse perché i cinesi sono mediamente più bassi o perché sono quasi tutti incredibilmente magri.

Abbiamo attraversato la maestosità della Città Proibita, sfiorato i mattoni millenari della Grande Muraglia, cercato l’armonia nel Tempio del Cielo e tra le grotte di Datong. Cose bellissime, certo. Ma la verità è che abbiamo passato questi dieci giorni fondamentalmente da soli. In Cina, se non parli mandarino o non hai qualcuno che ti faccia da ponte, la comunicazione è impossibile. Nessuno parla inglese, nemmeno alle biglietterie dei siti che accolgono diciassette milioni di persone l’anno. La lingua è un muro invalicabile. Puoi solo osservare. Ci hanno salvato le app che traducono le scritte o le foto dei menù, permettendoci di decifrare la realtà. La gente è gentilissima, ma lo scambio si ferma a grandi sorrisi e a frasi tradotte sui cellulari.

Pechino è una macchina perfetta. La metro non si aspetta mai per più di tre minuti; si sale e si scende con un ordine che commuove. Anche i treni partono e arrivano al minuto spaccato, con una puntualità che non conosce eccezioni. È una città immacolata: non c’è una carta in terra, nemmeno nelle stazioni, nonostante i cestini siano rari. La manodopera non manca e si vede: c’è sempre qualcuno che pulisce, che sistema ma anche che vigila.

Le contraddizioni emergono appena si va oltre l’efficienza. Pechino ha risolto il problema dello smog passando ai mezzi elettrici, aria pulita e poco rumore; tutto appare nuovo, silenzioso, proiettato nel futuro. Eppure basta girare l’angolo, nel cuore della metropoli, per ritrovarsi negli Hutong: decine di quartieri di vicoli grigi, fatiscenti, dove le case sono misere e spesso prive di bagno privato. La modernità corre veloce, ma lascia dietro di sé queste sacche di vita antica e polverosa, servite da bagni pubblici ma puliti.

Siamo in un Paese che si professa comunista, ma dove il denaro fisico è un reperto archeologico. Non esistono bancomat, i contanti sono quasi inutili. Tutto — dal pasto al noleggio di una bicicletta, all’acquisto in negozio o mercatino — passa attraverso WeChat o Alipay. Sono app del cellulare, piattaforme private che gestiscono la vita di un miliardo e mezzo di persone. Se perdi o rompi il cellulare, sei perduto, non puoi far nulla, nemmeno tornare a casa con un mezzo! È un capitalismo digitale innestato su un fusto d’acciaio statale, dove il controllo è totale e capillare. Decine di videocamere ti osservano a ogni incrocio; a differenza dell’occidente, il riconoscimento facciale è la norma accettata. Ogni biglietto, ogni viaggio, ogni spostamento viene caricato sulla carta di identità o passaporto, letto da scanner ad ogni passaggio.

La sensazione più forte è che la Cina non abbia bisogno dell’Occidente, almeno per la vita quotidiana. Non ha bisogno dell’inglese, delle nostre app (google, whatsapp… maps… nulla) dei nostri turisti (il turismo interno copre tutte le necessità, noi siamo stati a Pasqua che coincideva con la festa locale di Qingming, il culto degli antenati… una fiumana di turisti ma tutti cinesi, occidentali pochissimi, neri nemmeno uno). Siamo abituati agli altri paesi “lontani” che fanno a gara per accaparrarsi noi turisti occidentali… a Pechino no! 

In questa città di sedici milioni di abitanti, moderna, la gente spesso ci fermava per scattare una foto con noi europei biondi.

I cinesi mangiano cibo fritto a ogni angolo, consumano dolciumi e prodotti ultra-processati in quantità inenarrabili, avvolti in montagne di packaging plastico (il pattume sarà il loro prossimo problema…). Eppure, non abbiamo incontrato un solo cinese obeso. Torniamo in Italia con il sapore meraviglioso dei dumpling fatti a mano e il ricordo di gente sorridente ma distante, che sputa in terra per cultura ma non abbandona un rifiuto sul marciapiede. Pechino è un posto ideale, sicuro, facilissimo da visitare. Ma rimane una bellezza che, se non hai la chiave della lingua, puoi solo guardare restando sulla soglia.