Testo Carlotta Pianigiani | Fotografie Elisa Modesti

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“Ti va bene S.Gimignano?” mi dicono mentre monto in macchina.

L’ho fatta mille volte questa strada, almeno due volte l’anno per tutti gli anni della mia vita. Schiacciavo la testa contro il finestrino, guardavo i campi, i cipressi, seguivo le curve con la testa.  Mi perdevo nel panorama che sceglievamo, ogni volta invece di fare la Firenze mare, per evitare le code e per passare da Volterra perché così la nonna poteva raccontarci le sue storie. Ne aveva una per ogni centimetro di terra che andava da Siena a Cecina.

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Parlavano di frati che per sfuggire a non so quale invasione avevano fuso tutto l’oro che avevano in una gallina e l’argento nei suoi pulcini, l’avevano nascosta per proteggerla in una collina che si vede dalla strada. E’ ricoperta dal grano, una specie di panettone che buca la terra, violato da tutti coloro che hanno cercato di trovarla. Poi c’è quella del prigioniero di Volterra che fu messo in una stanza che crollava al minimo movimento del corpo. La leggenda narra che lui scelse la vita, scelse di anchilosare ogni articolazione, di bloccare il movimento, di lasciare la sua impronta nella pietra. Poi c’è la villa dei sequestri, dove negli anni ‘50 dei sardi avevano nascosto il figlio di un industriale milanese. Tutti sapevano lì intorno, ma nessuno si mosse per liberare quel bambino che dava pezzi di orecchio a giorni alterni. Io ascoltavo queste storie, cercando di non vomitare.

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Ho sempre sofferto di mal di macchina, io. Il mio labirinto decideva di impazzire ogni volta che passavamo da Colle Val D’elsa. Buttavo giù travelgum, infilavo braccialetti e mi attaccavo cerotti che non sono mai serviti a niente. Allora mi stendevo e immaginavo una pallina che mi scorreva sulla pancia ad ogni curva.  Si muoveva in continuazione, su e giù per l’ombelico, arrivava fino ai fianchi e tornava indietro. Mi faceva passare la nausea quella pallina, per farmi concentrare sulle storie.

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“Ti va bene S.Gimignano?” mi dicono mentre monto in macchina.

Passiamo Colle e ci infiliamo tra due alberi per non pagare il parcheggio. Saliamo delle scalette piene di turisti fino alla strada principale. La gente si infila ovunque, nei ristoranti, nelle piazze, nelle torri, chiacchieriamo ogni tanto con qualcuno che si ferma ad accarezzare il cane.
C’è gente che suona la fisarmonica, una donna dipinge e non vuole essere fotografata, una ragazza accarezza la sua arpa con le dita. Il sole ci batte addosso mentre camminiamo per questa città ricostruita. Alzo la testa e vedo un cartello dell’ Anpi. 8 settembre ‘43, la data dell’armistizio.

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“Ti va bene S.Gimignano?” mi dicono mentre monto in macchina.

Passiamo Colle e ci infiliamo tra due alberi per non pagare il parcheggio. Saliamo delle scalette piene di turisti fino alla strada principale. La gente si infila ovunque, nei ristoranti, nelle piazze, nelle torri, chiacchieriamo ogni tanto con qualcuno che si ferma ad accarezzare il cane.
C’è gente che suona la fisarmonica, una donna dipinge e non vuole essere fotografata, una ragazza accarezza la sua arpa con le dita. Il sole ci batte addosso mentre camminiamo per questa città ricostruita. Alzo la testa e vedo un cartello dell’ Anpi. 8 settembre ‘43, la data dell’armistizio.
Mi torna in mente la nonna. Penso a una cava d’alabastro che ho visto dalla strada, penso al nonno che ci campava lavorando quella pietra bianca. Era lì che si nascondevano durante la guerra, in mezzo ai buchi nel terreno, la testa infilata nelle coperte mentre mangiavano la minestra con lo zucchero perché il sale costava. Scappavano dalle città perché il rumore delle bombe fa uscire di testa, perché il buio della notte fa meno paura delle cantine. Sfollati, li definiva la nonna, gente che scappa e si infila nell’ ombra. Adesso quelle cave tirano fuori roba per turisti, ovetti colorati e quadretti da portare a casa.

E’ buffa la vita, no?

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