Incontro a Pordenone, al Festival Dedica, con Sorj Chalandon, scrittore francese. Un giornalista che ha saputo diventare romanziere. Un uomo che ha vissuto per strada e si è ribellato al suo destino. Un cronista che doveva condividere quanto uomini e donne vivevano in fondo a una miniera, in un carcere minorile, nelle strade insanguinate dell’Irlanda del Nord o della Somalia.
Intervista di Valeria Cipolat
Foto Elia Falaschi/PhocusAgency per cortesia di Dedica Festival

‘J’ai honte’ – mi vergogno, dice Sorj Chalandon prima di cominciare l’incontro alla biblioteca di Cà Foscari alle Zattere. Non è mai riuscito a imparare l’italiano. È servito quindi l’intervento della traduttrice per accompagnarlo nella chiacchierata con Julien Zanetta. Siamo a Venezia. L’evento si inserisce nel programma “Verso Incroci”, il tradizionale percorso di avvicinamento ai temi di Incroci di civiltà, il Festival internazionale di letteratura organizzato dall’Ateneo veneziano ed è organizzato in collaborazione con Dedica Festival Pordenone.
Giornalista a Libération, Chalandon è stato reporter in Irlanda del Nord, Libano, Afghanistan, Iraq per citare solo alcuni posti ‘caldi’ del mondo. Julien Zanetta, ripercorre il suo curriculum sottolineando che si è avvicinato relativamente tardi, a 53 anni, al mondo della letteratura. Il suo primo libro Le Petit Bonzi è uscito nel 2005; ne sono seguiti molti altri. In Italia sono stati pubblicati Il mio traditore, Chiederò perdono ai sogni, La quarta parete, La professione del padre, Il giorno prima, Una gioia feroce, La furia. Ha ricevuto numerosi premi internazionali, tra cui il Grand Prix du Roman de l’Académie Française, Il Premio Goncourt des Lycéens, il Premio Letterario Internazionale Tiziano Terzani, il Premio Eugène-Dabit du roman populiste.
“Quel passato ‘complesso’ che incontra il mestiere. La sua opera rielabora proprio quell’esperimento. Una frequentazione di un terreno reale sempre percettibile” sottolinea Julien Zanetta nel presentare l’autore ospite. Come per esempio nel libro Mon Traitre – Il mio traditore – che si basa sull’amicizia di un membro dell’IRA , l’Irish Republican Army, con un giovane liutaio parigino.
Si cita Bobby Sands, eroe irlandese morto in carcere dopo 66 giorni di sciopero della fame: « la nostra vendetta sarà il sorriso dei nostri bambini » era il suo motto.
Un passato “complesso” dunque, che solo recentemente è riuscito a visualizzare e mettere nero su bianco. Il libro di Kells (Guanda, traduzione di Silvia Turato) parla di quel passato, anzi per l’autore “rappresenta una confessione” come dice lui stesso in una recente intervista su Il Manifesto “di quella parte della mia vita, del prima che arrivassi a Libération, e poi mi mettessi a scrivere romanzi, parlavo a voce, alla fine delle presentazioni dei miei libri, raccontando che ero scappato di casa, vissuto un anno per strada, che mi ero unito all’estrema sinistra, avevo prima praticato e poi rifiutato la violenza”.
“Ma il mestiere del giornalista non è veramente dimenticato, dietro questo scrittore” azzarda Julien Zanetta, mentre gli lancia la prima domanda. “Ha riflettuto sulla parola ‘giornalista’?” chiede “queste due esistenze – giornalista e scrittore – convivono facilmente?”
Ce n’est pas le ‘journaliste‘ qu’écrit le roman, non è il giornalista che scrive il romanzo – ci tiene a precisare Sorj. L’essere giornalista mi ha permesso di avere accesso a luoghi impossibili altrimenti, ma non è il giornalista che scrive i libri.
Se un giornalista fa bene la sua professione – escludendo quelli televisivi seduti nelle poltrone dei talk-show – ci tiene a precisare, il suo lavoro è contare morti; mentre il romanziere può dire a un morto “alzati e cammina”.
Come reporter, per 23 anni sono andato in Irlanda del Nord, in Irak, in Afghanistan, in Somalia; ho pianto molto, ma il giornale non aveva bisogno della mia rabbia e delle mie lacrime e quindi, cosa potevo fare di tutto quel che vedevo?
Nel 1982, mi trovavo a Sabra et Shatila, i campi palestinesi a sud del Libano. Come altri giornalisti ero stato mandato là per documentare quel che stava succedendo. A un certo punto non ne potevo più: troppi morti, soprattutto troppi bambini morti, uccisi con le baionette idi quei fucili imbracciati da Cristiani maroniti che portavano sul calcio l’effige di Maria. Mi sono appoggiato al muro e ho pianto.
Quando sono entrato nel campo – ero tra i primi – ho incontrato un vecchio collega, un giornalista de Le Figaro, che mi ha detto una frase che non dimenticherò più. Mi disse Pepe – chiamava tutti Pepe, cioè nonno… – “Pepe, ora devi trasformare le tue lacrime in inchiostro”.
Potevo scrivere e documentare tutto usando la terza persona. Per quel motivo poi ho potuto scrivere mettendomi in prima persona; un giornalista non può farlo.
Posso essere un liutaio, un regista teatrale, un restauratore di quadri, mi copro il volto con una maschera e quindi colui che parla dicendo “io”, è un “io universale”. Per questo scrivo la mia letteratura.

Scrivere serve forse per rielaborare le cose vissute in prima persona?
Per me è importante che il giornalista che è in me impedisca al romanziere di dire qualsiasi cosa. A volte si dice che il romanziere ha tutti i diritti. Io non lo credo. Io devo scrivere quello che nessuno può contestare.
Se faccio un libro attorno ai quarantaquattro minatori che sono morti in una miniera francese nel 1974, ho voglia di essere con loro, in quelle piccole case di mattoni, o nel fondo del buco della miniera, a condividere il pasto prima di scendere in miniera. Non posso far finta di essere il numero 45. Non posso essere il cugino del morto o l’amico della vittima. Il romanziere che è in me è obbligato a mantenere il numero di morti che è sacro: 44.
“La Furia” che dà il titolo a un altro dei miei libri parla di una colonia penitenziaria per minorenni che è esistita in Francia fino al 1977 in un’isola, Belle-Île-en-Mer; peraltro durante tutta la mia infanzia era il luogo dove mio padre minacciava sempre di farmi internare. Io avevo molta paura di questa idea. Un centro correzionale che si trova su un’isola della Bretagna. Da romanziere mi sono chiesto come fare a rendere omaggio ai bambini che erano lì senza essere uno storico. O come lo farebbe un giornalista, dopo tanti anni dagli eventi? La penna è passata al romanziere e ho iniziato. Ho cercato una storia che era successa veramente o un personaggio che si mescolava con la realtà. Ho revisionato una decina di anni di cronaca e mi sono imbattuto nella storia di cinquantasei bambini che hanno cercato di scappare. Accadde nel 1934. Erano riusciti a scavalcare tutti i muri di quel carcere, per poi ritrovarsi davanti a quel muro immenso che era l’oceano. Cinquanta cinque non ce l’hanno fatta, sono stati ripresi e rinchiusi nuovamente, ma uno forse c’era riuscito. Non è mai stato ripreso, ma non se n’è più saputo nulla. È una storia formidabile, ma non ne potevo ancora fare un romanzo. Se mio padre avesse fatto quel che aveva sempre minacciato, sarei stato lì con loro. Dovevo però entrare, battermi con i giovani reclusi, vivere le notti nello stesso luogo. Volevo essere il 56esimo ma per dargli vita dovevo passare una notte nella cella che è ancora visitabile. Dovevo sentire i rumori, esterni, vedere la pioggia e il sole arrivare attraverso le grate della finestra. Sentire lo stormire degli alberi, ascoltare il rumore del mare. Com’erano le uniformi dei guardiani? blu? Verde? E le informazioni dovevano essere esatte perché non volevo che un giorno tra il pubblico ci fosse uno storico che potesse controbattere che le divise erano di un altro colore.
Voglio avere particolari esatti prima di cominciare a scrivere.
Dopo tutte queste informazioni Il giornalista che è in me ha dato quindi il diritto allo scrittore di poter entrare e cominciare la narrazione.
Un fatto di cronaca è sensibile all’evento e allo stile, un giornalista può diventare storico?
Non posso dire che il mio sia uno stile, bensì credo sia un handicap. Quando ero giovane balbettavo; ero incompreso da tutti: mia madre, mio fratello, non riuscivo a tirar fuori le parole e quindi lo scrivevo su un pezzo di carta per potermi esprimere. Se sei balbuziente devi rispettare le parole, in tutta la mia infanzia ho dovuto parlare sempre con le parole giuste. Nella lingua francese ce ne sono troppe. Quindi ho dovuto da subito usare le parole, ma non troppe: solo quelle giuste.
Écrir c’était comme parler – sono come un militare. Ho un’armata di parole, che son pronte a uscire. Ma le cerco, le seleziono e riduco le frasi all’osso, all’essenziale.
La scrittura ti obbliga a cercare frasi con parole essenziali, ma non è uno stile, credo sia ancora un balbettare. Le parole devono essere estremamente incisive… come quelle di un balbuziente.
Da giornalista ho assistito al processo contro Klaus Barbie, l’unico nazista processato in Francia; ho assisto agli eventi in zone di guerra. So gli effetti che fa un aereo tomahawk degli Stati Uniti che bombarda un ospedale. Io sono un testimone, raccolgo le informazioni come testimone. In quel momento io sono lo storico. E anche come scrittore, la coscienza di ogni parola che scrivo, è quella di uno storico.
Ho un dovere di dire queste cose anche a chi se ne strafrega o sta oziando leggendo il giornale su un lettino al bordo di una piscina, perché è importante che sia denunciata e scritta la verità delle vittime perché forse un domani ci sarà un processo, ci sarà giustizia.
Come si fa a convivere con questi sentimenti e il senso di colpa? Diventano motore narrativo di sè stesso?
Ho sentimenti contraddittori. Sono un bambino abusato. E non ho conosciuto la dolcezza materna o la tenerezza paterna; nessuno mi ha aiutato a combattere da bambino il mostro che era nascosto sotto il mio letto; non pensavo di meritare amore. Sono entrato nella vita senza sapere se avevo fatto bene. È molto difficile partire nella vita senza tenerezza e amore. Ho vissuto un anno sulla strada, sotto i ponti, con esperienze pesanti, ma ho spesso pensato che fosse colpa mia, che me lo meritavo.
Non avevo mai pensato di poter guarire, scrivendo.
Sono la somma delle mie ferite. Sono la somma delle mie paure. Ci vivo e ci scrivo. Alla fine sarò sempre il bambino che non è stato amato, forse per colpa sua.
Del resto quando i soldati vengono uccisi da un proiettile, chiamano la mamma, non dicono ‘viva la Patria’.
Mi capita di andare a premi letterari in Francia che alla fine qualcuno si avvicina sussurrandomi “scuola freudiana”? e a quale gruppo appartengo? o anche psichiatri o psicologi che mi porgono il biglietto “magari ora no, ma in caso, in futuro se ne sente il bisogno, mi chiami” e invece sorrido: sono io che li rassicuro.
È stato l’impegno politico a costringerla a vivere?
In casa avevamo due libri: una biografia di Adolf Hitler e la storia delle SS francesi.
Andavo di nascosto in una Biblioteca pubblica a Lione in orario scolastico. Un giorno m’incontro con una bibliotecaria, mi offre un libro. ‘L’enfant’ di Jules Vallès. E nell’offrirmelo mi dice: “Non sei solo”.
La mia prima ispirazione sono stati i ragazzi abusati della letteratura. Tutti quei bambini che mi hanno aiutato a dire che non ero solo e che ne sarei uscito. Grazie a quella bibliotecaria ho capito cos’è un libro, la letteratura e a cosa serve.
Poi a Parigi i ragazzi di estrema sinistra mi hanno salvato. Mi hanno iniziato alla bellezza della letteratura, del teatro e del cinema. Mi sono imbattuto in un’umanità che era “umana”.
