Testo di Andrea Semplici | Disegni di Elena Arrò

Anni fa Marida mi scrisse dall’isola: ‘Se non accendi il computer, se il vento fa oscillare le antenne e la televisione si ammutolisce, qui non saprai nulla del mondo. Non arriveranno le notizie. Può accadere qualunque cosa e qui puoi non saperlo’. Io ripresi quelle sue parole per un articolo e le lasciai in sospeso. Provo una leggera invidia. Conosco Marida da anni e anni, eravamo giovani, quando arrivai per la prima volta all’isola. So che, a quelle parole, lei aggiunge sempre: ‘Non mi sento fuori dal mondo’. Sorrido mentre mi viene da pensare: ‘Se non hanno saputo niente del virus, non saprei spiegare cosa è successo nel mondo’. Devo telefonare a Marida.

Marida Bessi, 59 anni, è la sindaca della sua isola. Che è Capraia. Due ore e qualcosa di navigazione dalla costa toscana. A mezza strada fra Livorno e la Corsica. Una ‘giusta distanza’. Marida è nata qui, nipote del fattorino militare dell’isola, in una casa del Palazzone, lassù, in paese. Wikipedia mi racconta che è il comune meno popolato fra quelli sul mare. 270 abitanti in inverno. Lunga otto chilometri, larga quattro, Capraia. Venti chilometri quadrati, scoglio battuto dai venti di ogni quadrante. Da tre mesi Marida non va in terraferma: è anche presidente della provincia di Livorno. Come è stato essere ‘confinati’ su un’isola, su una delle isole più belle dei nostri mari?

Voglio partire, in nome della nostra amicizia così resistente alla lontananza, dalle ultime parole che mi ha lasciato nelle orecchie. Perché vedo i suoi occhi correre alla finestra. Alla fine delle nostre chiacchiere mi dice: ‘L’orizzonte è terapeutico’. E io capisco subito cosa vuol dire e invidio, per il tempo che abbiamo vissuto in queste settimane, le donne e gli uomini di Capraia. Hanno avuto l’orizzonte…

Ed è vero: se non avessero saputo, avrebbero potuto passare i giorni senza accorgersi che nel mondo impazziva il virus. In due mesi, sull’isola, è sbarcato solo un operaio dell’Enel, per un guaio alla centrale. Nessun altro. La nave viaggiava vuota, una volta al giorno. Niente doppia corsa al venerdì. I giorni di Pasqua, di solito affollati, sono stati simili agli inverni isolani. Chiuso il piccolo bar dai tavolo colorati vicino al Palazzone. L’ho in mente, quel bar. Per quanto offre (solo cibi e birre e vini delle isole) e per il suo nome: la Chiarantina, ‘la Schiarita’. Chiusi ristoranti. I ragazzi che studiano fuori avevano fatto in tempo a rientrare prima del confinamento totale.  La segretaria comunale è rimasta bloccata sulla terraferma. Come un altro tecnico comunale. Marida si è trovata sola, con la sola impiegata dell’anagrafe, nel suo ufficio di sindaca. ‘Ho in mente la nostra fragilità sanitaria – mi dice – Non potevamo correre rischi, da qui non è possibile raggiungere in fretta un ospedale. La nave deve venire per ogni emergenza, ma nessuno poteva sbarcare. Nessuno se ne è andato’. L’isola si è difesa. Ha alzato una corazza protettiva. Persino i consigli comunali (pur così piccoli) si sono svolti online: due consiglieri a casa (a quattro passi), gli altri agli angoli opposti della sala comunale. Il cruccio è stato il divieto di uscire in barca. L’impossibilità di poter pescare il proprio pesce. Ora si sono aperti spiragli: è possibile prendere il mare, remando in due. Assaggi di libertà isolana. Adesso è possibile rientrare a Capraia: test seriologico al momento dello sbarco e quarantena. Con la volontà e la speranza, con giugno, di aprire nuovamente ‘i cancelli del mare’.

‘La nostra è un’isola della giusta distanza’, sorride (la sento sorridere) Marida. Ha ragione. Uno scoglio di pietra e vento, vicino e lontano dalla costa. Può garantire la leggerezza profonda di una libertà perfetta: lunghi cammini fra la macchia mediterranea, anfratti marini solitari, una bellezza infinita e struggente.

All’isola i problemi sono quelli che dovrà affrontare l’Italia: è saltata la stagione della primavera, avranno difficoltà di soldi, il lavoro estivo diminuirà, vi è chi ha paura e chi cerca di ragionare con più calma. Ma, lo scrivo da uomo del continente, e allora so che ci sono state anche le fioriture della macchia mediterranea a Bellavista, conosco le praterie del cardo e l’esuberanza del cisto, ascolto il canto delle berte (ho sempre scritto ‘il canto lamentoso’, e questo piaceva molto ai naturalisti che leggevano i miei articoli) e inseguo il volo dei gabbiani corsi attorno al torrione dello Zenobito. Grecale e libeccio hanno soffiato a lungo in questi mesi e i cieli di marzo e aprile sono stati splendenti. L’isola ti chiude in una terra stretta e poi ti consola, ti offre doni in cambio. ‘Lavoreremo con fantasia’, mi dice Marida. Dovranno inventarsi modi nuovi di accoglienza. L’isola non deluderà. Questa è anche una sorta di rivincita delle terre isolate sull’affollamento delle città. Questa estate ci sarà anche un concerto all’isola, la natura lo sta preparando ansiosa di avere un pubblico di uomini e donne: il mare ha avuto tempo di fare tutte le sue prove per un grande spettacolo, bisogna solo aspettare uno ‘scirocco irregolare’. Vi è uno scoglio, conosciuto solo dagli isolani (non temete, sono generosi: possono darvi una mappa) dove la risacca ha un suono jazz. ‘Le onde là improvvisano’, mi disse una volta Marida – Cambiano ritmo di continuo, compongono accordi capaci di sorprendere’.

(Elena Arrò è un’acquerellista piemontese. É stata all’isola tre anni fa e le è rimasta nel cuore. Lei lavora con carnet di viaggio – scuola di Stefano Faravelli – il migliore fra gli artisti italiani. Giorni fa ho intravisto i suoi acquerelli dall’isola ed è riapparsa Marida. Grazie, Elena)