Testo e foto di Silvana Kühtz

Chi mi conosce lo sa, ho un pollice quasi verde. Quasi, sì, è meno verde del pollice del mio vicino Mario, che ha piante introvabili  e rigogliose, sontuose, e che in quanto vicino ha per statuto l’erba più verde.

E mi chiedessi come mai ho un balcone rigoglioso anche io, risponderei che anche questo saper fare è frutto di un sapere tacito, appreso per travaso, per traverso, da una osservazione distratta e automatica di azioni di mia madre, mio padre, e potrei forse anche risalire ad una genealogia di curatori di piante di famiglia.

Nessuno di loro, che pure amavano molto curare le piante, mi ha mai fatto una lezione sistematica e organizzata sull’argomento. Papà andava in campagna, spesso il sabato o la domenica mattina molto molto presto, per arare la terra con la motozappa, o per aiutare gli operai con il trattorino, e potare.

Mamma aveva fatto del suo balcone un regno di vita fra gerani e piante grasse, ed era fierissima della splendida pianta di cera che aveva tirato su splendidamente e da ramoscello pendulo era diventata un’intera parete.

Anche le zie di Roma hanno sempre avuto bellissime piante sui balconi e con noncuranza, alla bambina cioè a me di cinque sei anni, si chiedeva di togliere le foglie secche e annaffiare.

Maria, a Londra nella casa di Highgate westhill, mentre chiacchieravamo faceva giardinaggio e fra un discorso e l’altro mi mostrava implicitamente le sue piante, il ciliegio fiorito, l’acero giapponese, la preziosa clematide e le rose millepetali.

Quando ho abitato da lei, la sera a cena raccontava la ripresa delle piante che acquistava malandate dal fioraio al prezzo rappresentativo di 50 pence, riuscire a farle guarire era il suo vanto.

Anche quando molti anni dopo sono andata a trovarla e non stava più così bene, non era nemmeno sicura di sapere chi fossi, prendeva un vaso e mi diceva guarda qua, c’è questa nuova fogliolina verde, e guarda questa pianta che curiosa sembra una spirale, osserva che bel cespuglio, e in questo raccontare le piante, ci ritrovavamo.

Avere un balcone pieno di piante significa dedicarcisi con regolarità. Nel 2005 alle isole Eolie ho spezzato e portato con me il rametto di un geranio dal fiore rosa con piccole pennellate bianche che oggi è una distesa di rosa spalmata su tutto il balcone, quel rametto si è moltiplicato, è diventato dodici vasi di gerani rosa pieni tondi paffuti, giganti.

Qualcuna di queste piante è alta un metro, e si espande, è come se mi desse fiducia, crescono, qualche volta si ammalano, stanno con me.

E poi ci sono le piante nemiche, alcune piante nello stesso vaso lottano, una prenderà il sopravvento, l’altra perirà o resterà lì in soggezione, rachitica. E poi il mondo delle semigrasse comuni, che appena le tocchi si rompono, appena le tocchi ti lasciano una foglia che se poi la poggi sulla terra diventa una nuova pianta, e anche a queste faccio fare la fine del rampicante, quando me lo permettono, se le tocco piano.

Io non so perché a volte metto il fertilizzante, a volte aggiungo la posa del caffè o qual è il momento migliore per mettere i pezzetti della buccia di banana, che è un segreto di Marisa, semplicemente lo faccio. Non so perché mi è naturale costruire semplici architetture di paletti e tiranti, che hanno fatto di questi gerani e delle altre piante dei giganti rampicanti. Quante cose sappiamo semplicemente così, per osservazione, vicinanza, induzione, imitazione.

Spuntano anche penne dai vasi, e non perché abbia bisogno impellente di trovar una penna ovunque, ma perché uso qualunque cosa per queste costruzioni di sostegno, una penna che ha finito di scrivere passa nella terra e alla fine ogni vaso è un microcosmo di passerelle, pali, nastrini, spago, penne, bacchette di bambù, tubi di plastica.

Per curare le piante devi avere un non so che, devi ascoltare la loro musica, e farti ascoltare, qualcosa di sottile, non grandi discorsi. Alcune musiche ci piacciono di più altre di meno, per alcune musiche abbiamo rispetto ma non affinità, forse per questo non avrò mai le piante sontuose del mio vicino Mario.

Solo mentre mi lavavo i denti oggi, dopo aver scritto questo pezzo, m’è venuto in mente che ho scritto una poesia che si chiama conclusione in cui c’è questo verso: Tutti possiedono un orto, le parole sono piante.

È proprio così. Per curare le piante ci vuole orecchio.