Nadine Gordimer è morta il 14 luglio. A 91 anni. Nel 1991 vinse il Nobel per la letteratura. In quello stesso anno, Laura Mezzanotte andò a trovarla nella sua casa in collina. Dal suo giardino di pietre, si ammirava Johannesburg. Da quell’incontro, uscì un’intervista preziosa che ora Laura fa rileggere alla gente di Erodoto. Il nostro modo di ricordarla.

Anni fa, incontrai Nadine a Torino. Le era stato assegnato il premio Grinzane. Ricordo che sedeva accanto a uno scrittore ivoriano, Koffi Kwahulè. Lui era un gigante nero con maglione da rapper metropolitano: si chinava verso la fragilità di Nadine con un imprevista gentilezza. Io pensai che l’esposimetro della mia macchina fotografica non riusciva a racchiudere in una sola esposizione la pelle di Koffi e quella di Nadine. Mi dissi che non potevo riuscirci: il nostro pensiero è così privo di fantasia quando vogliamo raccontare di Africa.

Nadine e la sua pelle bianca ci hanno raccontato il Sudafrica.

Nadine, a Torino, nel 2007

Nadine, a Torino, nel 2007

Testo di Laura Mezzanotte

 Un piccolo giardino roccioso si alza di qualche metro sul livello  del prato perfettamente rasato e da quella minuscola montagna si gode il panorama di Johannesburg. La città sta, insospettabilmente, ai piedi della casa di Nadine Gordimer, così’ come lei sembra star sopra tutte le spasmodiche convulsioni della societa’ sudafricana. Contraddizioni, incapacita’ di capire e di capirsi, psicosi collettive, isteria da cambiamento non paionotoccarla.

Eppure Nadine Gordimer, da sempre, ha guardato negli occhi la realtà del suo paese senza mai evitare le contraddizioni, soprattutto la più grande, quella di essere bianca e di avere una coscienza che rigettava la situazione di privilegio in cui era nata. Ma la serenità di oggi è probabilmente il risultato di molti anni spesi a pensare, a capire e ad agire per quel che oggi sta accadendo. Una libertà di pensare duramente conquistata che oggi diventa equilibrio in una situazione turbolenta e sembra alimentare in lei la voglia di raccontare. Persino quando parla della situazione degli scrittori in Sudafrica, dello stato della letteratura, pare narrare una storia.

 

Koffi e Nadine

Koffi e Nadine

“Noi siamo emersi soltanto da poco tempo da una censura molto stretta. Ma forse ancora più della censura quel che brucia dentro è il filo che si e’ rotto. La situazione politica era tale per cui molti nostri scrittori erano banditi, molti di loro erano in esilio e ad altri era proibito pubblicare i loro libri. Per questo molti giovani hanno cominciato a scrivere senza un passato, senza nessuna continuità. E questo filo strappato non si può riannodare d’un tratto. Molti nostri scrittori sono ancora in esilio e forse soltanto quando saranno tornati potremo cominciare a ricucire il tessuto che si è rotto. Questa situazione ha creato alcune conseguenze stranianti. Prima di tutto quasi tutti gli scrittori scrivono in inglese. E’ un vantaggio perché possono, e soprattutto potevano, essere letti fuori dal Sudafrica, in Inghilterra o negli Stati Uniti. Ma questo ha creato grandi difficoltà per i giovani scrittori che dovevano farsi conoscere e conquistare un pubblico così diverso e lontano. Anche se è vero che questo non ha impedito loro di scrivere perché sembra impossibile scoraggiare uno scrittore quando vuole dire le cose che ha dentro. Dall’altra parte, quelli che come me avevano un pubblico oltremare, si sentivano sempre come ospiti a casa propria. Penso a Roland Barthes quando parla del “gesto essenziale”, dello scrittore che quando scrive tende la mano al proprio mondo. Questo gesto essenziale è stato negato a moltissimi scrittori in Sudafrica per tanto tempo. Poi, circa cinque o sei anni fa, la censura ha allentato la stretta e i censori hanno iniziato un processo alla rovescia togliendo il bando ad alcuni libri. Un processo che accelera ogni giorno e produce un fenomeno curioso: ci sono libri famosi di scrittori sudafricani, scritti molti anni fa che la gente non ha mai letto. Si ricomincia da qui a riannodare il filo”.

Nadine a Torino nel 2007

Nadine a Torino nel 2007

Come sarà  la letteratura del dopo-apartheid? Quanta parte vi avrà la politica e come finirà il dibattito attualmente incorso tra gli scrittori se la letteratura deve aver uno scopo politico?

“Questa questione è stata troppo semplificata. Partiamo da quelli che si chiedono “di cosa scriveremo quando l’apartheid sara’ finito?”. Questi non sono scrittori. Sono forse bravi politici, ma non sono scrittori. Noi abbiamo scritto la vita, in questi anni e la vita era l’apartheid: perché apartheid non è solo un concetto politico. E’ stato calato sulla gente e di questa gente, piena di sentimenti, piena di emozioni noi abbiamo scritto. La gente vive la politica e gli scrittori scrivono la vita. Se guardiamo alla violenza di oggi, ad esempio, ogni giorno ci sono poche o tante righe in un giornale che ci contano i morti. Ma dal punto di vista della gente, violenza é non sapere cosa succede un giorno dopo l’altro, vivere ogni momento la tensione di poter essere uccisi uscendo di casa, vivere nella paura. Di questo scrive lo scrittore, di come si sente la gente. Ma non é forse politica, questa? Pensi a Moravia, nel vostro dopoguerra. I suoi libri non erano forse politici? Purtroppo molti non capiscono questo e hanno bisogno di semplificare”.

In “Vivere nell’interregno”, la sua raccolta di saggi uscita l’anno scorso per Feltrinelli, lei dice ad un certo punto che la situazione in Sudafrica é così schierata che rende difficile, se non impossibile, l’uso della critica perfino nei confronti della parte dalla quale si é scelto di stare.

“Io parlavo in quel caso di me stessa. Ho sempre rivendicato il diritto di scrivere quel che vedevo e non ho mai permesso a nessuno di dirmi: “Guarda che quel che scrivi non da un’immagine rosea della lotta”. Ammiro intensamente la gente che ha dato la vita per questa lotta, ma so che non sono angeli, son essere umani. E non avrebbero potuto essere veri rivoluzionari se non fossero stati tali. Ma anch’io sono un essere umano e mi sento addosso particolari responsabilità perché sono nata con la pelle bianca. Volevo prendermi le mie responsabilità e lottare contro l’apartheid. Ma non per questo ero o sono pronta a scrivere propaganda. Io ho scelto, da molto tempo, l’Anc perché lottava contro l’apartheid ed era dichiaratamente non razziale. Ma il mio talento, se avessi accettato di scrivere propaganda perl’Anc o per chiunque altro, si sarebbe perso”.

 

Nadine, a Torino, nel 2007

Nadine, a Torino, nel 2007

 

Molta gente in questo paese vive un profondo senso di colpa per quanto é accaduto negli anni passati. Lei lo condivide?

“Arrivai ad un punto, quando ero giovane e non impegnata, tale da sentirmi in colpa. Ti senti male quando vedi come vengono trattati i neri, ti senti male per i tuoi genitori che vedi sostenere quel governo che fa cose che tu non accetti. Poi sono cresciuta politicamente e ho realizzato che era inutile sentirsi in colpa, che era semplice perdita di tempo. Però ho sentito una volta, in anni più recenti, la puntura della colpa dentro di me. Stavo con alcuni giovani scrittori neri e vedevo le condizioni in cui loro dovevano lavorare. Certo io non ho avuto vita facile quando ero giovane. Avevo una bambina, dovevo lavorare per mantenermi. Ma c’era un tempo nella mia giornata che potevo dedicare alla scrittura. Mi rintanavo in cucina, la sera, e scrivevo.