Testo di Francesca Pangallo |Foto di Andrea Semplici

Il 20 luglio del 1577 ebbe luogo, per la prima volta, la processione votiva in occasione della fine della pestilenza che aveva colpito la Repubblica di Venezia nei due anni precedenti: un ponte galleggiante di barche andò collegare la poderosa Riva delle Zattere alla Fondamenta della Giudecca (l’isola che le sta in fronte) dove ancora oggi sorge, tozza e sensuale, la palladiana Chiesa del Redentore. La magnifica Festa del Redentore allora, che prende quindi nome dalla suddetta chiesa progettata dal Palladio e completata poi nel 1592, sarebbe divenuta la più grande, la più amata, la più bella ricorrenza della città di Venezia nei secoli a venire.

Anche quest’anno infatti, il grande anno della più recente quarantena in tempi moderni – che conserverà presso i posteri la denominazione globalizzata e mistica di lockdown – come ogni terzo weekend del mese di luglio, l’amministrazione comunale di Venezia ha costruito il tradizionale ponte votivo di barche per la celebrazione del weekend del Redentore (18 e 19 luglio 2020), annullando tuttavia, all’ultimo, i fuochi d’artificio – uno spettacolo meraviglioso a cui ti auguro, turista straniero o italiano, di assistere almeno una volta nella vita.

Grande delusione hanno pensato in molti – è vero, eppure come si poteva conciliare il massimo sfoggio dell’indipendente e ritrovata “salute” della potenza veneziana proprio adesso, durante un’emergenza sanitaria ancora in atto, con la ricorrenza di una festa che celebra proprio il redimersi dal morbo pestilenziale? È giusto così: il Redentore quest’anno è stato di conseguenza “solo” (che sfortuna) costituito da regate storiche, musica sulla laguna ed eventi disseminati per il centro storico. L’acqua è tornata protagonista, non il cielo, per chi vive la dimensione estiva della Serenissima. È una cosa positiva, oltre che coerente: non ci siamo infatti “rendenti” da nulla – non ancora almeno – ed è importante ricordarsene.

Se solo la gente sapesse cosa sia e quando venga celebrato il Redentore, nessuno verrebbe più a visitare la Serenissima durante il Carnevale, con il freddo di febbraio anziché d’estate, fra la nebbia anziché l’afa; chi potrebbe, d’altronde, preferire alle suggestive luci che si riflettono nell’acqua durante lo spettacolo pirotecnico, l’anacronismo umido e patetico (nel senso etimologico di “carico di pathos”) di una città che affonda, buia e spenta, in nome di un evento di fama mondiale che nessuno sa più come gestire in maniera sostenibile per far divertire, al tempo stesso, sia turisti che abitanti? Venezia è sempre di più, anno dopo anno, in guerra con lo spirito goliardico di chi viene a visitarla per far foto, far baldoria, fare shopping senza nemmeno più indossare una maschera, perdendosi nelle sue calli surreali – le rare arterie petrose ancora non segnalate su Google Maps – senza tener conto che quelle calli sono strade: sono persone, sono case e sono uno sfondo semanticamente molto più largo e ingombrante della claustrofobica strettoia che si mette in evidenza con uno scatto qualunque, fatto da un qualunque telefono, in qualsiasi giorno dell’anno.

L’unica tregua da questi frammenti fotografici portatori di realtà filtrate nei colori e “corrette” nei significati (ovvero portatori di menzogne) si è conclusa appena due mesi fa, a fine maggio: il lockdown che ha imprigionato l’uomo nella sua frazione domestica ha al tempo stesso liberato, paradossalmente, una dimensione cittadina che ormai non era più praticabile, a Venezia soprattutto, nella vita quotidiana dei suoi abitanti.

L’ultima pubblicazione di Paolo Rumiz dal titolo Il veliero sul tetto: Appunti per una clausura (Feltrinelli, 2020) guarda proprio al periodo di reclusione estintosi prima dell’inizio dell’estate. Lo scrittore triestino ha infatti compilato una specie di diario della quarantena aprendo numerosi spunti per interpretare qualcosa che, in realtà, è già passato: la quarantena è finita, noi siamo ancora vivi, e tutto quello che abbiamo pensato durante quei giorni di clausura è come se fosse svanito in una scatola d’archivio, sulla quale troviamo affissa un’etichetta che recita “ansie” (o “speranze”, dipende dai punti di vista) per un futuro prossimo ma non ancora imminente.

Insomma, il libricino di Rumiz inizia con una prefazione in cui l’autore dichiara cosa è successo dopo la sua quarantena, quella appena passata, quella che ci sta per raccontare: e ciò che è successo a Rumiz (ma non solo a lui) si configura come un sentimento che lo scrittore ha definito «nostalgia della quarantena». Dunque Rumiz non è riuscito a dimenticare l’obbligo di sospensione del tempo impostogli dalle condizioni esterne, fenomeniche. Anzi: alla fine della quarantena, ha risposto scegliendo di operare non una frattura, ma un continuum. La clausura. Rumiz si è chiuso infatti nel monastero benedettino dell’Isola di San Giorgio – indovinate dove – proprio a Venezia, per riordinare i suoi appunti e fare il bilancio del periodo appena passato, che è poi il contenuto nel libro appena pubblicato. Si legge a pagina 10:

«Io, laico di ferro, avevo bisogno di un rito, anche se era il lumino superstite di un’epoca estinta, anche se il suo messaggio rischiava di essere scritto solo nella pietra. Ebbene, è bastato un giorno, uno solo, perché il resto del mondo, da anormale che era, mi apparisse definitivamente un manicomio. Venezia buia e semideserta diceva che, per la prima volta nella Storia, l’umanità si fermava per paura della morte. E per quella paura accettava di morire ogni giorno».

Ecco, questo brano fa pensare molto a quello che si è detto spesso sulla laguna “vuota” durante gli ultimi, tragici dodici mesi, in cui prima l’acqua alta di Novembre 2019 e poi la pandemia di Sars-Cov-2 hanno di fatto spento il turismo sfrenato, quello che da decenni sfama la più famosa e pittoresca città del Nord Italia. La voce di Rumiz è potente, ma è solo una delle molte altre arrivate a descrivere la laguna veneziana durante questo periodo surreale. Fra queste, una voce che si è distinta è quella della poetessa e docente Anna Toscano. Durante la quarantena, Toscano ha composto un bell’articolo che coglie molto dei pensieri dei veneziani doc o d’adozione. Spicca la sconcertante verità della sua riflessione sui luoghi pubblici, riguardo ai quali Toscano afferma che «A Venezia manca anche un’idea di luoghi d’incontro, spazi in cui parlare di libri o in cui ci si possa incontrare quotidianamente che non siano le solite tre splendide librerie indipendenti o le aule universitarie». Viene infatti spontaneo chiedersi: se non fosse ripreso tutto come prima, cioè se il resto del mondo fosse rimasto fuori e noi, abitanti sull’acqua, fossimo rimasti dentro, cosa avremmo fatto? Dove ci saremmo riuniti? Che forme di resistenza avremmo sviluppato? Non è dato saperlo.

Sicuramente una delle cose più belle che si possono citare a riguardo del lockdown veneziano è stata la riconquista dei campi da parte dei bambini. Mentre sembra che nessun commerciante sappia come gestire uno spazio senza uno spritz o un souvenir da accalappiare a un turista, i bambini si sono riversati letteralmente nei perimetri di ciascuna isola e colorato i ciottoli delle strade con gessi, correndo come pirati stradali con biciclette e monopattini, spruzzandosi con le pistole d’acqua ricaricate alle fontanelle dove nessuno ora si avvicina per bere – piccioni e gabbiani esclusi. Si è assistito per molti giorni a un carnevale pomeridiano senza fine, senza alcool o sporcizia per strada ma solo colori, risate e genitori sfiniti che rinunciavano a rincorrere i propri figli perché, tanto, dove vuoi che vadano? Mica ci sono macchine o sconosciuti per strada. Siamo tutti qui, pochi ma di tutte le età, e non possiamo fuggire – così come non possiamo non riconoscerci o ricordarci, per strada, nonostante le “misure di prevenzione” atte a coprire viso e mani.

Sempre Anna Toscano scrive sulla rivista ArtTribune, questa volta a lockdown finito, che «Venezia esiste, è sempre esistita, esisteva, fino a otto mesi fa, sotto una coltre spessa di turisti, e si era abituata a quella coltre spessa. Ci eravamo abituati a non vederci più, a non riuscire a salutarci tra conoscenti perché l’ennesima comitiva da 60 persone, scesa da una grande nave, stava passando proprio dove stavamo parlando, a non arrivare in tempo a un appuntamento perché il tal ponte era intasato di persone che scattavano foto: eravamo con i denti stretti ad affrontare il quotidiano esterno, un po’ come in tutte le città, stritolati nel traffico di bipedi e trolley».

Tornare a vedersi è stato dunque un dono e una condanna al tempo stesso: in tanti infatti hanno perso o sospeso le proprie attività lavorative, fino al punto in cui sembrava che la gente di Venezia non sapesse più come muoversi lungo una città dove, prima, non riusciva a muoversi affatto, in quanto sovraffollata e declinata nella medesima catena di locali commerciali in ogni suo sestiere. Per sentirsi a casa a Venezia, ora, occorre un po’ più di tempo: ovvero è necessario riflettere prima sul dove e sul perché si sta andando a fare qualcosa senza sentire la mancanza di ciò che è stato, che non piaceva agli abitanti i quali comunque non avevano modo (o voglia) di cambiare.

Adesso, a Venezia più che in ogni altro luogo, bisogna infatti prima pensare per poi creare luoghi e modalità di equilibrio sostenibile diversi, non solamente legati al flusso turistico nazionale e internazionale da sempre promosso come un polmone, per Venezia centro storico, dalla politica locale e regionale: ci siamo accorti tutti che quella era, in realtà, aria sporca, un cancro che si riproduceva nonostante le numerose richieste per ridurre e ricondizionare non tanto l’afflusso di persone, ma le modalità con cui tale afflusso avveniva ed è continuato ad avvenire. Venezia che muore di turismo e che muore senza turismo è la stessa dimensione che, per paura della morte, accetta di morire un po’ alla volta, sempre di più, ogni giorno, come ha scritto Paolo Rumiz.

Venezia muore di turismo, Venezia muore senza turisti. Dove è la strada di mezzo? Francesca Pangallo racconta la Venezia dove ha scelto di vivere e da dove rischia di doversene andare

Allora che si fa da un posto dove, se non si vuole morire, bisogna morire con lentezza, giorno dopo giorno? Si emigra. O ci si trasforma. Ecco, sembra che a Venezia stiano succedendo un po’ entrambe le cose: in molti se ne stanno andando e in molti pensando di andarsene finiscono per restare ma cambiando, evolvendosi. Ad oggi, sembra che solo le cose che funzionano non perché ricche ma anzi, spesso a fondo perduto eppure fortemente permeate di uno spessore antropico più autentico, meno estinguibile della filosofia del souvenir, si mantengano laddove ristoranti e negozi hanno ancora le serrande chiuse: il VOS ad esempio, cioè la rassegna teatrale all’aperto Venice Open Stage, in scena questi giorni in Campazzo San Sebastiano, è per fortuna una di queste cose. Belle cose. Allora cosa deve pensare l’essere umano che vive o visita Venezia davanti a quelle pratiche che resistono, come il teatro o l’arte, di fronte a decine di attività commerciali, invece, che chiudono senza sapere come e quando rimettersi in gioco?

Di fronte a questo orizzonte, il veneziano in prestito o di nascita deve tirare un sospiro di sollievo: il vuoto di masse e il disastro economico epocali non determineranno la fine dei suoi giorni senza macchine e senza comfort metropolitani, fatti di acqua e silenzi perturbanti. Però c’è da dire che un segno forte questo periodo l’ha lasciato: ci sentiamo tutti nuovi e invecchiati al tempo stesso, millenari e vergini in un solo colpo. Sentiamo di aver sviluppato un attaccamento per una Venezia irreale che si configura come la cosa più umana e reale possibile: un “paesone” fatto di canali a misura d’uomo, dove l’incantesimo del tempo è sempre costudito negli anfratti delle chiese che si scrostano, e nelle pietre che si spostano continuamente a causa dell’acqua e del vento.

Solo Venezia ti dona l’essenziale e ti toglie il superfluo quando l’ordine del mondo antropicizzato collassa: si continua a vivere in un dipinto dove, al tempo stesso, sono spariti i pittori. La mano che disegna e ridisegna continuamente la città è stata ferma per due mesi: è scomparsa per raccogliere frutta, verdura, e altri beni di prima necessità non più disponibili 24 ore su 24. Cosa possono fare i personaggi allora, ovvero i suoi abitanti così come i suoi turisti, se non esplorare i meandri di una realtà surreale che, nel suo impasse microsistemico, ci regala bellezza, protezione e silenzi assordanti? O profondissima quiete, come suggeriva Leopardi? È chiaro che nessuno degli abitanti di Venezia potrà, nel suo piccolo, ignorare del tutto lo stato di assedio del gigante economico appena passato e sottrarsi per proteggere un universo unico: è impossibile, non ci si riesce.

Venezia è troppo umana per diventare la meta disumana in cui hanno provato a trasformarla. La città ti parla di continuo attraverso il mare, il cielo, e i suoi piccoli ecosistemi di piante e animali. La ferocia dei ponti e delle pietre dei palazzi ha un gusto così decadente e romantico proprio perché si riflette nel troppo umano della sua dimensione sospesa, un galleggiante naturale di contraddizioni, in cui la zolla marittima e la melma fangosa formano sempre una tonalità di azzurro diverso ogni giorno. Nessuno di coloro che sono rimasti “intrappolati” in laguna si è sentito più umano di quando è stato intrappolato nel silenzio devastante di Venezia vuota. È stato come esser ibernati in un paradiso dove niente di brutto poteva accadere, se non per l’eccezione data dallo spettacolo di gabbiani che cacciavano e divoravano piccioni vivi. Questa lotta dei predatori con le ali ci ha ben tenuti attaccati alla realtà delle cose, cioè dell’homo homini lupus che sarebbe tornato non appena il Ponte della Libertà, che collega Venezia con la terraferma, sarebbe stato riaperto.

Alla fine, è lecito e utile auspicarsi che la nostalgia della quarantena di Rumiz, che è di base nostalgia di umanità, faccia capire come ripensarci cittadini e turisti, uomini e bestie, in ogni luogo sul pianeta: in laguna, essendo questo nostos già iniziato da tempo, è stato come se la quarantena si rivelasse uguale al tempo, infinito e di colpo svanito, in cui Ulisse fu imprigionato sull’isola di Ogigia, dimora della ninfa Calipso. Quando non è dato saperlo, ma è sicuro che, prima o poi, anche Venezia troverà la sua Itaca: ogni onda si infrange prima o poi su una spiaggia, dopo tutto. Sulla falsariga di un’onda quindi, chi vive o chi ha vissuto a Venezia finisce sempre per sentirsi un po’ come Ulisse: pensi di esser di passaggio ma in realtà stai remando in tondo, e poi alla fine dei tuoi giorni, arrivi. Ti senti più audace e più furbo di tanti perché hai percepito che vivere a Venezia non è ciò si racconta nelle foto o nei tour promozionali, ma molto di più. E questa consapevolezza è un privilegio di pochi. È dunque proprio di questi pochi il compito più arduo e nobile, adesso: è necessario fare massa critica, e uccidere i Proci, una volta per tutte, prima di tornare a sentirsi a casa, a Venezia, sempre, e non solo durante un’emergenza.