So molte cose di lei. Mi sono arrampicato su pagine che smontano e rimontano la sua arte. In molti hanno cercato di interpretare il suo lavoro e la sua vita. L’hanno raccontato con un linguaggio raffinato e aggrovigliato. Pagine scritte da critici, da biografi, da studiosi. Ho visto le sue grandi mostre. Tre anni fa, a Milano e a Siena. Ancora girano. In realtà, non so niente di lei. Con banalità, mi chiedo che cosa avrebbe pensato di queste parole e della fama che, a oltre trent’anni dalla sua morte, continua a crescere. Francesca, come ci si sente a essere una leggenda, una fotografa di culto e non aver compiuto 23 anni?

Quante foto hai scattato in meno di nove anni di lavoro? Ma davvero si può considerare come avvio della tua avventura di artista anche quella, splendida, prima foto che, a tredici anni, ti riprende già con i capelli a coprire il volto? Svanivi, svanivi sempre Francesca. Hai scattato decine e decine di ‘foto fantasma’. Che, quasi sempre, con ossessione, coglievano l’attimo di una fuga, di un togliersi di mezzo, di uno stare su un margine. Sempre sui confini della cornice quadrata delle tue foto. Un apparire e uno scomparire incessante. Volevi fotografare l’inesistente, ho letto da qualche parte. ‘Inesistente come gli angeli’. E ho anche letto che non sono più di cinquecento le tue foto. Al Mart di Rovereto ho visto una tua foto: bisognava immaginarla, piccola, quadrata (il tuo formato), messa ben più in alto di dove il mio sguardo poteva arrivare. Si intravedeva appena. Le tue foto, in fondo, si devono intuire più che guardare.

Quando ho visto, per la prima volta, una tua foto? Solo di recente ho saputo che, per qualche tempo, abbiamo anche vissuto non troppo distanti uno dall’altra. Nelle campagne della Toscana. Perché sono certo di aver visto una tua foto quando non era possibile? Perché ora voglio inserirti in questi ‘racconti’ che vogliono narrare di donne viaggiatrici? Non lo so, Francesca. Non sei una viaggatrice, ma lo voglio fare e basta. In fondo tu, giovane fotografa, volevi qualcosa di semplice: dare ‘soddisfazione all’occhio’. E se tutto fosse più facile di come vogliono farci intendere? Le tue foto, le tue poche foto, foto di corpi, del tuo corpo, intravisto in magazzini dalle pareti scrostate, in case vuote, in stanze deserte e abbandonate, sono ‘solo’ belle.


Francesca Woodman ha viaggiato solo fra il Colorado, le campagne attorno a Firenze, via dei Coronari a Roma e, infine, un appartamento a New York. Non è una viaggiatrice, ma il suo corpo ha saputo raccontare, forse meglio di ogni viaggio fisico, l’emozione dell’andare. Un viaggio quasi immobile. Un viaggio straordinario e brevissimo. Nasce a Denver, Francesca. Nel 1958. E’ figlia di due artisti. Il padre è un pittore e un fotografo, la madre ceramista. Il fratello, diresti oggi, è un videomaker. I genitori comprano una casa all’Antella, un paese a due passi da Firenze. Vi passano le vacanze estive. Francesca frequenta un anno di elementari in Italia. Il padre le mostra l’arte classica. Le regala una macchina fotografica. Negli Stati Uniti, in una scuola privata, una sua insegnante sarà la fotografa Wendy McNeil.

Wendy le insegna che la fotografia è ‘qualcosa che ha a che fare con i sentimenti’. Diventa il suo cammino, questo. La sua ricerca ossessiva. Torna in Italia, Francesca. Vive a Roma. Si imbatte in un piccolo universo di artisti. Ignora gli uragani della violenza che scuotono l’Italia della fine degli anni ’70. Non è femminista, Francesca. Lei, nel tragitto fra la casa e la sua università, si ferma sempre davanti a una libreria irreale ‘attratta da una scatola di legno che conteneva delle cartoline, delle fotografie e dei vecchi quaderni di scuola’. La libreria un nome da enigma, si chiama Maldoror, allucinato eroe, protagonista di un poema che, nell’800, anticipava i movimenti surrealisti. Francesca diventa una compagna di avventure di Giuseppe e Paolo, i due librai. Gira per Roma con ‘una borsa piena di arnesi strani e divertenti, matite e colori, cibi e pesci puzzolenti. Era una borsa quasi magica’. Un giorno apre la porta della libreria e lascia su un tavolo una scatola grigia. A Giuseppe dice: ‘Sono una fotografa’. Dentro ci sono ventitré fotografie. Il libraio rimane senza fiato: quella ragazza di 19 anni, dalle gonne di un altro secolo, dall’aria da adolescente, era capace di seduzione e possedeva un’energia immensa. Era luminosa, Francesca. E instancabile: fotografa, fotografa, fotografa. Non si distrae mai. Passa notti intere in camera oscura. E’ pignola. Attenta, tenace. Non è un’artista maledetta. Dentro di sé, qualcosa la tiene in piedi ogni oltre fatica. ‘Nelle sue foto c’è la potenza del fuoco ardente e non la mestizia della cenere’, scrive Isabella Pedicini, una scrittrice che più di altri ha saputo narrarci di Francesca.

Nel quartiere di San Lorenzo, la giovane fotografa scopre un nascondiglio di artisti: gli spazi vuoti di un vecchio pastificio. Là ci sono le mura scrostate, le pareti invase dalla muffa, gli intonaci macchiati di umidità. E’ lo sfondo delle sue foto. E’ come se Francesca si mettesse a confronto con sé stessa: una casa, una fabbrica che è stata abbandonata, spigoli di pietra e il suo corpo morbido. C’è una foto in cui, in questa desolazione, appare una calle. Già, le calle che già furono fotografare, in Messico, da Tina Modotti. Cosa c’è in questi fiori? Francesca si fotografa nuda e appena dietro l’angolo della stanza c’è questo fiore meraviglioso. La donna e il fiore si osservano di nascosto. E’ sensualità.

Cammina fra le bancarelle di Porta Portese. Le piacciono davvero i pesci. Il suo corpo si attorciglia come le anguille che mette sul pavimento. La pelle di Francesca sfugge. Si fa autoritratti. Ma è come se, all’ultimo momento, cambiasse idee: c’è sempre una traccia, ma il suo corpo è in fuga. A volte non rimane che un braccio, un ginocchio piegato, un fianco che si divincola, la mano sul flessibile dello scatto. I capelli nascondono quasi sempre il suo volto. Oppure sono maschere, tappezzerie, cortecce di betulla a impedirci di vedere i suoi occhi. Usa tempi lunghi, fa doppie esposizioni, chiude il diaframma. I dettagli delle foto sono perfettamente visibili: è il suo corpo che diventa nebbia di primavera. Vorresti fermarlo, guardarlo, toccarlo e non c’è più. E ancora una volta tutto è più semplice di quanto sembri: ‘Fotografo me stessa perché sono sempre disponibile’. I librai di Maldoror le organizzano, nel marzo del 1978, la sua prima mostra. Lavorò molto a questa esposizione. Mandò inviti su cui sono incollati provini per contatto. E il giorno dell’inaugurazione non si fece vedere. Una sua amica la ritrovò sui gradini di casa. Rideva e piangeva.

Torna in America, Francesca. Va a vivere a New York. Come è lontana, Roma. Tutto è troppo veloce. Cosa si rompe, Francesca? Ricorda il padre: ‘Le cose non si muovevano velocemente. Tutto troppo rapido e se non sei veloce…’. Non so, guardo le foto di sua figlia e penso alla bellezza della sua lentezza. Non riesco a mettere assieme Francesca e la velocità. Perché non sei tornata nelle campagne fiorentine? Perché un giorno non hai nuovamente salito i gradini del vecchio pastificio di via degli Ausoni a Roma? Forse avremmo potuto incontrarci. Avrei cercato di vedere il mondo con i tuoi occhi. In molti, oggi, quando scrivono di te, ricopiano un frammento di una lettera scritta a un amico italiano: la mia vita ‘a questo punto’, racconti, ‘è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate’. E’ vero, Francesca, usi l’aggettivo giusto: le tue foto sono ‘delicate’. Avevano previsto tutto quei fondi di caffè?A gennaio del 1981, a Filadelfia, esce il suo primo e ultimo libro. Sono quindici fotografie ‘incollate’ sulle pagine di un piccolo manuale di esercizi di geometria destinato ai bambini delle elementari. Il libro proveniva dalla libreria Maldoror. Francesca racconta la sua storia fotografica in uno strano confronto fra la sua vita e le pagine dei segni geometrici. Ancora una volta è un lavoro delicato, dolcissimo. Il libro si chiama Some disordered interior geometries. Cosa hai provato quando lo hai tenuto in mano?Isabella Pedicini ha un pudore attorcigliato nelle sue parole quando deve pur dire cosa è successo pochi giorni dopo la pubblicazione del suo libro. Nessuno dei biografi pronuncia la parola inaccettabile. Anche Isabella non riesce a scriverla e, usando il tempo presente, annota in fretta: ‘Il 19 dello stesso mese abbandona volontariamente la vita’. Quel giorno Francesca Woodman si gettò da una finestra del Barbizon Building a Manhattan. L’edificio è conosciuto come ‘l’hotel delle donne’ 

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