Diario dall’Australia.
Testo di Daniele Distefano. Foto di Daniele Distefano e Utopia Art Centre.
«Chi sei?» Il Domatore di Balene
Se l’identità nasce dalla relazione con una terra, da una memoria e da una linea ancestrale, cosa resta a chi è cresciuto in un mondo che ha reciso molti di questi legami?
Tutta la mia riflessione sull’identità, a un certo punto mi è piombata addosso sotto forma di una semplice domanda.
Ero davanti all’emporio della comunità. C’era il solito caldo torrido e l’aria immobile. Lì ho conosciuto un ragazzo del posto. Storia affascinante la sua: madre aborigena e padre neozelandese di origini Māori. Ci siamo presentati con una stretta di mano piuttosto sbrigativa, senza troppi convenevoli.
La prima cosa che mi ha chiesto è stata: «Chi sei?»
La domanda mi ha colto impreparato, sembrandomi troppo brusca. Gli ho dato la classica risposta che si usa quando si viaggia: «Mi chiamo Daniele, ho ventotto anni, sono europeo e lavoro qui ad Arlparra.»
Ha annuito, ma il suo sguardo è cambiato. Non sembrava soddisfatto. Dopo qualche secondo di silenzio ha aggiunto: «No. Intendo dire: qual è il tuo animale totem?»
Non ho saputo cosa rispondere. Per prendere tempo gli ho rimandato la domanda: «E tu chi sei?»
A quel punto ha fatto un grande sorriso, fiero e genuino. «Io sono il Domatore di Balene.» È rimasto in silenzio, come se non ci fosse altro da aggiungere. Poi ha detto: «Voi occidentali come fate a sapere chi siete, se non sapete qual è il vostro animale totem?»

Da allora quella domanda continua a tornare come un vuoto. Per la prima volta ho avuto l’impressione che tutto il mio “curriculum”, l’età, la professione, all’improvviso non bastassero a rispondere.
Qui ogni persona è legata a un totem ancestrale che la connette a un territorio, a un clan e ad una storia che la precede. Da quel legame derivano ruoli, doveri, appartenenza e significati profondi. Si tratta di eredità e di origini, ma soprattutto delle risposte giuste da dare alle domande importanti. Io, davanti a quella domanda, avevo solo parole che non affondavano da nessuna parte.
Luoghi sacri e iniziazione
Non ci sono cartelli o indicazioni a Utopia. Certi luoghi si riconoscono dal modo in cui le persone li attraversano in fretta o cambiano strada per evitarli. All’inizio non capivo. Pensavo fossero spazi privati. Poi ho compreso che erano luoghi sacri, i quali non sono appartenenti solo al Tempo del Sogno, ma sono attivi nel presente, capaci di regolare ciò che può essere fatto e trasmesso.
In questi luoghi si svolgono ancora riti di iniziazione che segnano il passaggio all’età adulta. Sono passaggi concreti, esattamente come avvenivano nelle nostre società premoderne. Sono guidati dagli anziani, attraverso cui vengono trasmessi diritti, responsabilità e conoscenze legate al Dreaming, al clan e al territorio. I ragazzi vengono separati dal mondo quotidiano e condotti in aree sacre e isolate, dove apprendono miti, leggi di parentela e modi di stare nella terra.
L’iniziazione avviene nel periodo più caldo dell’anno, con picchi che superano i quarantacinque gradi, e dura settimane, mettendo alla prova il corpo e la resistenza. Al termine, i giovani rientrano nella comunità con uno status diverso: non sono più solo dei ragazzi, ma veri e propri uomini portatori di responsabilità.
L’accesso ai luoghi sacri e alle cerimonie è negato ai non aborigeni. Da questa negazione ho imparato che il rispetto richiede la rinuncia. Che esistono luoghi e passaggi che semplicemente non ti appartengono.

Quando il sacro resiste
A Utopia la dimensione spirituale attraversa ogni gesto, e il confine tra visibile e invisibile resta sottile. I guaritori tradizionali custodiscono un sapere antico fatto di canti, piante medicinali e pratiche rituali che mirano a ristabilire l’equilibrio della persona e della comunità. Accanto a questo sapere convivono la credenza nella magia, nei riti di compensazione, e negli strumenti per riparare squilibri fisici e spirituali.
Anche i sogni sono una soglia verso il sacro. Attraverso di essi gli antenati inviano avvertimenti e indicazioni. Il paesaggio stesso diventa linguaggio. I movimenti degli animali, il vento, le tracce nel deserto vengono letti come segni che orientano e proteggono la comunità.
Qui il sacro convive con ciò che sembra contraddirlo. Accanto ai luoghi che non si possono attraversare e alle cerimonie rituali ci sono case prefabbricate, antenne satellitari, carcasse di auto e bottiglie di alcol sparse a terra. Il tempo antico e quello moderno si sovrappongono.
L’alcol è ufficialmente vietato, secondo le decisioni degli anziani, ma arriva illegalmente ed è una presenza costante. Molti — troppi — bevono. Lo si può vedere dagli sguardi e dai vari accadimenti di disordine pubblico.
Si vedono le carcasse d’auto e i cumuli di rifiuti, e magari si rischia di fermarsi alla superficie. Poi, però, si rimane in silenzio ad osservare la realtà più profonda e si vede un popolo che cerca di adattarsi, senza troppo successo, in un mondo del tutto estraneo, che gli è stato imposto con violenza.

Lo stravolgimento di un sistema regolato dalla relazione con la terra convive oggi con un modello occidentale che introduce squilibri profondi. Pensioni, sussidi e assistenza sono un supporto necessario, ma possono anche sottrarre ruoli e responsabilità che un tempo erano condivisi. La vita degli aborigeni si ritrova così privata di senso, e il loro orizzonte si appiattisce, dal momento che non hanno più bisogno di andare a caccia, trovare riparo e compiere tutti i gesti necessari al naturale funzionamento della quotidianità.
Tuttavia i momenti di passaggio restano inscritti nel sacro. La morte non è una fine, ma un ritorno al Dreaming. Il lutto si manifesta nei cambiamenti del ritmo comunitario. I riti, riservati e lontani da sguardi esterni, servono a ristabilire l’equilibrio. Allo stesso modo, la nascita non è solo un fatto biologico, ma il ritorno di una presenza ancestrale legata a un luogo. Per gli aborigeni morire è un ritorno necessario nella propria terra ancestrale per re-incorporarsi nel sito sacro dove risiede il suo Tjuringa. Quest’ultimo è un oggetto sacro, solitamente un pezzo di pietra o legno custodito nella terra, che rappresenta il corpo dell’Antenato, il quale consentirà di attraversare il ponte fisico e spirituale che lega l’uomo all’eternità.
Secondo questa cosmogonia, la nascita è solo l’uscita temporanea di un frammento di Tjuringa, e la vita un percorso per apprenderne i canti e le leggi per arrivare al momento del ritorno al Dreaming con saggezza ed elevazione spirituale. La morte è dunque vista come un atto consapevole per spogliarsi dell’identità umana e tornare dunque a essere pura energia del Tempo del Sogno, ridiventando l’Antenato stesso, il quale è impresso per sempre nel paesaggio, nelle rocce o nello spirito del luogo.
In pratica, l’aspirazione più alta per un aborigeno è quella di andare a morire nella terra sacra dove risiede il suo Tjuringa, in modo da raggiungere l’eternità. È molto comune, infatti, trovare pezzi di ossa e scheletri in luoghi sacri, e quando ci si imbatte in uno di essi, si è consapevoli che lì si è manifestato il ritorno di un aborigeno al Tempo del Sogno.
Come si può vedere, il sacro continua a esistere anche quando tutto sembra negarlo. I luoghi non smettono di esserlo perché accanto c’è una lattina vuota, né i riti cessano perché qualcuno è ubriaco. Le persone non perdono le loro credenze perché vivono in una casa prefabbricata e mangiano hamburger surgelati. Allo stesso modo la terra non smette di essere viva perché la modernità ha imposto un altro ritmo.
Qui ho capito che la modernità non ha spazzato via il sacro, ma lo ha solo destabilizzato, e che giudicare dall’esterno è un modo semplice per non vedere. Si tratta di una frattura tra chi il cambiamento lo guida e chi lo subisce, finendo per sentirsi un estraneo in un mondo che non gli appartiene.
Cosa resta
Credo di aver trascorso abbastanza tempo a Utopia da aver appreso molte lezioni, ma anche da essere attraversato da inquietudini profonde. La più urgente nasce osservando il bisogno, quasi disperato, di colmare desideri e vizi importati dalla nostra cultura di consumo. Qui la modernità si manifesta nella sua banalità quotidiana, primariamente con il cibo industriale, i televisori e i telefoni, i quali sono tutti strumenti di una dipendenza estranea a questo luogo.
Lavorando nel negozio della comunità assisto ogni giorno al rituale del consumo. Ci siamo presentati come benefattori, lasciando in eredità bisogni insaziabili. Nel mondo moderno la cultura occidentale impone modelli economici e sociali che tendono a uniformare. A Utopia ho visto due mondi che si scontrano l’uno contro l’altro. Da una parte il tempo dilatato del deserto e delle tradizioni millenarie, dall’altra il sistema economico occidentale, la burocrazia e le imposizioni dei bianchi, che qui dentro sembrano perdere qualsiasi senso logico.
È di fronte a questo strappo che ho smesso di dare per scontato il mio modo di muovermi nello spazio, di parlare e di definirmi. Ho messo in discussione l’idea che sapere chi si è significhi poterlo spiegare facilmente. Ho capito che la nostra identità non è sempre traducibile in un racconto, a volte è una relazione silenziosa con un luogo, una memoria e una linea che precede l’individuo.

Ripensando al ragazzo che si è presentato come «Il Domatore di Balene», mi accorgo che la sua risposta stabiliva una posizione nel mondo. Io continuo a rispondere con il mio nome, la mia età, e infine il mio lavoro. È la verità, certo, ma è pur sempre una verità da carta d’identità. Dice cosa faccio nella vita, ma non spiega chi sono nel profondo. La maggior parte di noi, essendo parte di un mondo iperglobalizzato, ha tagliato i ponti con la terra, la famiglia e le proprie origini. Ma davanti a chi sa esattamente a quale frammento di terra appartiene, ho iniziato a chiedermi se il nostro non sia solo un profondo spaesamento ben mascherato. E poi, per non impazzire, abbiamo chiamato questo vuoto “libertà”.
A Utopia ho capito che la distanza non è sempre un ostacolo. A volte è l’unico spazio possibile affinché le poche culture autentiche rimaste possano restare una relazione intatte. Quando me ne andrò, porterò con me molte domande. Più ci penso, più credo che capirsi non sia una questione di definizioni. Forse si tratta di smettere di riempire i propri vuoti nei posti sbagliati, e iniziare a cercare se stessi esattamente dove non si è mai guardato prima. E molte volte questi luoghi, a nostra insaputa, coincidono esattamente dove risiedono le nostre radici.
