Testo e foto di Andrea Semplici

Ricordate D’Annunzio? ‘Settembre, andiamo è tempo di migrare’…oggi Greta e Valerio, pastori in Alto Molise cominciano la transumanza a fine ottobre. Qualcosa è cambiato nel clima. Le capre e le pecore (e anche le vacche) lasciano i pascoli dell’estate, si incamminano lungo gli antichi tratturi e scendo alle campagne dove trascorreranno l’inverno.

Mia figlia fa del buon formaggio. Un caprino dal sapore leggero, aromatico. Con il suo compagno hanno un gregge di 130 capre. A fine ottobre, primi freddi dell’autunno, lasciano i pascoli estivi dell’Alto Molise, fra i più alti dell’Appennino, e scendono fino al paese e alle stalle dove trascorreranno i mesi dell’inverno, settecento metri più in basso. Sono pastori transumanti. Tre giorni di cammino, a salire, monticazione, e due a scendere, demonticazione, due volte l’anno.

Vi dico questa storia personale perché riesco a intuire, vivendola allo stesse tempo da lontano e da un margine vicino, come la vita dei pastori abbia ben poco di romantico e poetico. Almeno per un cittadino come me. Mi appare un lavoro duro, solitario, sicuramente coraggioso, e, forse, imprudente, per una sicura economia familiare. Come altri mestieri legati alla terra. Ma, forse, proprio per questo i due ragazzi e i loro amici pastori vanno ammirati, incoraggiati. Li vedo orgogliosi dei loro giorni di fatica.  

Il compagno di mia figlia è l’unico pastore di capre di questo versante delle montagne ai confini fra Molise e Abruzzo. Se ricercatori, antropologi, turisti (ne arrivano di continuo) vogliono conoscere la vita di un pastore, non hanno scelta devono venire nelle praterie di alta quota dove, ogni giorno, Valerio pasce e munge. La sua storia pastorale è utilizzata in ogni spot promozionale per invitare ospiti a venire a visitare questa terra solitaria. Sta girando per festival e sale cinematografiche in cui si racconta, fra le storie molisane, anche la sua.

C’è solo lui, in questo frammento di ‘terra alta’, a ostinarsi ad allevare capre. Due mungiture in estate, alcune ore di pascolo alla ricerca delle erbe migliori, pulizia delle stalle, controllo delle condizioni degli animali, il formaggio da fare, cura e attenzioni degli otto cani, il pericolo dei lupi. Ogni santo giorno. Esci di casa alle sette del mattino e ritorni che è già notte.  

Le date delle transumanze annuali, in meno di un secolo, si sono spostate. Ricordi scolastici della mia generazione, imparavamo a memoria: ‘Settembre, andiamo. È tempo di migrare’. La scuola creava un immaginario, leggevamo di malavoglia ‘I pastori’, poesia dannunziana della raccolta Alcyone. Il suo primo verso è prova inoppugnabile dei cambiamenti climatici: si comincia la discesa a fine ottobre.

Ecco, ora posso raccontarvi della transumanza. Dall’esterno.

E scrivervi che se pensate a una pratica di lentezza mediterranea, mi viene da sorridere. Ho cercato di stare al passo delle capre quando, a metà primavera, si incamminano lungo i sentieri in salita della transumanza di maggio, il viaggio verso i nuovi pascoli delle montagne. Le capre conoscono il cammino, sanno quali delizie le aspettano una volta raggiunte le praterie oltre i mille e quattrocento metri, già pregustano il sapore delle erbe fresche, desiderano la sulla, i trifogli, le graminacee, le cicorie selvatiche, l’erba mazzolina. Sono ghiotte di foglie, dei germogli, dei giovani steli e dei rametti più piccoli. Sanno che troveranno cibo in abbondanza. E quindi hanno fretta, camminano veloci, e solo un pastore esperto e cani attenti agli scarti delle capre, riescono a tenere il loro ritmo. Io no, rimango indietro. Le lascio andare. Le ritroverò a sera negli stazzi delle due notti di sosta. Nel sonno, le sentirò ruminare e scalpicciare negli ovili temporanei.

Transumanza è una parola dalle origini latine: trans e humus, ‘attraversare’ e ‘terra’. Fra XVI e XVII secolo erano quattro milioni le pecore che scendevano dall’Abruzzo, attraversavano il Molise fino al tavoliere pugliese. Il destino dei pastori era di star lontani dalle loro case otto mesi l’anno. Gli animali erano ricchezza: ‘pecunia’ deriva da ‘pecus’, bestiame. La transumanza, scrive mia figlia, è come un contratto fra natura e uomini, la ricerca di ‘un’eterna primavera’.

Nelle prossime settimane, ad autunno avviato, in tempi diversi a seconda delle geografie italiane, gli uomini e le donne di questo mestiere antico si metteranno nuovamente in movimento alla guida del loro animali. È gente delle ‘aree interne’, quasi invisibile se non si allunga lo sguardo su una mappa di paesi, montagne, cammini a volte dimenticati. ‘Sono sempre meno’, mi dice, quasi sconsolato, un amico veterinario. Vero, in dieci anni, a partire dal 2008, secondo Coldiretti, capre e pecore sono diminuite almeno di un milione di capi. Nei pascoli italiani ci sono un quarto di capre in meno. Quest’anno, i mandriani di Condove, in Piemonte, hanno annunciato che la transumanza autunnale per la Fiera della Toma, non si farà. È una crisi che colpisce soprattutto i piccoli allevamenti di queste regioni isolate. Ma leggo anche che, in ogni caso, in queste settimane, mezzo milione fra capre, pecore e mucche cominceranno a scendere verso le terre del loro inverno. Fra di loro le capre di Greta e Valerio. Fra Abruzzo, Molise e Puglia (ma anche in parti della Campania, della Basilicata e della Calabria), ancora oggi regioni-crocevia delle transumanze, la mappa di questo viaggio segue cartografie conosciute da millenni. Pastori e mandriani ripercorrono tratturi disegnati in epoche pre-romane. Autentiche ‘autostrade’ verdi che diventavano pascoli per il tempo della transumanza: le pecore e le capre camminavano e instancabilmente brucavano l’erba. I tratturi erano corsie larghissime; per legge dovevano essere larghe almeno 111,6 metri, gli antichi 60 passi napoletani del Regno delle Due Sicilie. Univano pascoli distanti: si snodavano per tremila e cento chilometri, con una superficie che superava i 21mila ettari. Ancora D’Annunzio: E vanno pel tratturo antico al piano, quasi per un erbal fiume silente. Aveva ragione, i tratturi erano ‘fiumi d’erba’. Si andava a piedi da L’Aquila a Foggia, 243 chilometri. Si attraversava il Molise, partendo da Castel di Sangro per raggiungere Lucera, ai piedi dei monti della Daunia, in Puglia, 211 chilometri. Dallo sperone di Frosolone, in Molise, fino ai pascoli marini del Gargano. Lungo questi percorsi sorgevano ovili, ripari, luoghi di sosta, bivacchi. Si seguivano tracciati sicuri, spesso protetti da muretti a secco, dove si era certi di trovare fontanili, abbeveratoi, sorgenti d’acqua. Qualcuno apriva un’osteria, a volte una locanda. Vennero costruite piccole cappelle per le preghiere, i pastori si inginocchiavano (e si inginocchiano ancora) di fronte ai tabernacoli di sant’Egidio, loro fidato protettore. Attorno alle rovine di Saepinum, città romana dalle origini sannitiche, lungo il tratturo fra Pescasseroli e Candela, sorse un vero paese-dogana: le pecore e le capre dovevano essere incanalate per poter essere contate una per una, durante il loro passaggio. Si pagava un pedaggio per il transito, la sosta, il pascolo, ma quel paese era anche un buon posto dove potersi riposare. 

Nell’800, il latifondo agricolo cominciò a intaccare i diritti secolari della pastorizia. Conflitto antico. Pastori o contadini? Vinsero i seminativi, i campi del grano prevalsero sull’economia mobile di chi viveva di greggi. La modernità (strade e case) fece il resto, la geografia dei tratturi si ridusse. In alcune regioni scomparve. Negli anni del fascismo la larghezza dei tratturi fu dimezzata per decreto. La rete viaria dei pastori quasi scomparve dalle carte geografiche. Continua a essere ben visibile solo in Molise. Gli antropologi sostengono che, nelle varie regioni, oggi siano ancora in funzione dal 2% al 14% della superficie dei tratturi ottocenteschi. Bisognerà attendere gli anni ’70 del secolo scorso perché si torni a essere consapevoli del valore dei cammini di transumanza. Solo meno di mezzo secolo fa, i tratturi cominciarono a essere tutelati, diventarono un ‘bene comune’: il compagno di mia figlia, in inverno, fa pascolare le capre nei confini degli antichi tratturi il cui tracciato sfiora il suo paese di mezza montagna. Nel 2019, l’Unesco, grazie a un dossier presentato da Italia, Grecia e Austria, dichiara la transumanza nel Mediterraneo e sulle Alpi ‘patrimonio immateriale dell’Umanità’. Nel 2023, questa geografia si allarga ad Albania, Andorra, Croazia, Francia, Lussemburgo, Romania e Spagna.

Oggi un vecchio pastore rimarrebbe stupito nel guardare pattuglie di turisti seguire le greggi transumanti. Pastori per uno o due giorni. Il turismo è indubbiamente un reddito che quel pastore mai avrebbe immaginato, ma la transumanza, come sostengono a Slow Food, non è una ‘pratica reliquia’, è una delle tecniche più efficaci di utilizzo dei pascoli, della difesa della natura e della montagna, non è solo la sopravvivenza di una cultura pastorale, ma anche un caposaldo della protezione della biodiversità, del paesaggio della montagna, riduce i rischi idrogeologico, fertilizza i terreni, combatte la minaccia degli incendi.

La prima notte della transumanza primaverile a salire, la monticazione, è, per me, la più attesa. Il piccolo corteo delle capre è accolto in una masseria di montagna. Un vecchio pastore e sua moglie mette a disposizione il suo ovile. Si montano le tende. Si mungono le capre, i belati, le cornate fra i caproni. Ci si ritrova attorno a un grande tavolo di legno. Il fuoco è acceso, le braci. Il caciocavallo ‘impiccato’. Si mangia formaggio, la delizia della ricotta appena fatta, si beve un buon vino, i sottoli preparati con cura, la pasta al pomodoro, una cena assieme. Il pastore, la gente venuta a collaborare, a dare una mano, le veterinarie rassicurate, gli ospiti sorridenti di questo andare, i vicini, gli amici del maneggio, i massari, gli altri allevatori. C’è stanchezza, c’è allegria, i segni della fatica, la chitarra scordata, i tamburelli inevitabili. C’è una comunità. Fragile, antica e contemporanea, mediterranea. Viva, ostinatamente viva.