E dove è Tiraspol? Ci siamo andati e abbiamo passeggiato in via Marx, ci siamo seduti sotto il monumento di Lenin, abbiamo sorriso a Gagarin e ci siamo fatti un selfie con un carra armato della Grande Guerra Patriottica. Faceva un gran freddo in Transinistria, ma è stato un viaggio con il brivido del proibito e una malinconica nostalgia

Testo e foto di Alessandro Balduzzi

È la Transnistria terra leggiadra. Nel centro di Tiraspol un manifesto recita come questo sia ‘un angolino soleggiato, abitato da gente mite e saggia’. Tanto questa presentazione mi è parsa improbabile tanto lo è associare questo brandello d’Europa orientale a una poesia di Cardarelli dedicata alla Liguria. Ma tant’è.

La Transnistria è una Repubblica nata dalla Moldavia dopo due anni di guerra dopo la caduta dell’Unione Sovietica. A riconoscerla solo tre altri Paesi, le cui bandiere garriscono in piazza Aleksandr Suvorov (generale zarista) e, occasionalmente, in altri luoghi della capitale Tiraspol (120 mila abitanti): l’Abkhazia, l’Ossezia del Sud e la Federazione Russa. Se consideriamo che le prime due si riconoscono solo reciprocamente, capiamo presto come si tratti di un club ristrettissimo. Tipo circolo di bridge in cui a dare le carte è – poco sorprendentemente – Mosca (non so se si possa giocare a bridge in quattro; a scopa sicuramente, ma ignoro se esistano circoli appositi al di là di stabilimenti balneari, rifugi montani e centri diurni vari). La bandiera russa, in effetti, è ricorrente in città, accoppiata a quella transnistriana rosso-verde falcemartellata sulla facciata di ogni edificio pubblico.

Tiraspol. Monumento equestre dedicato al generalissimo zarista Aleksandr Suvorov (1730–1800).

La moneta ufficiale è il rublo transnistriano, l’idioma più parlato il russo, l’oligarca che ha in mano buona parte dell’economia nazionale è un ex agente del KGB che sotto il nome di Sheriff ha battezzato la squadra di calcio più importante, il relativo complesso sportivo e una catena di supermercati in cui fanno bella mostra numerosi prodotti italiani. Copioni già letti, insomma.

Ciò che rende così sexy la Transnistria oggigiorno e fa sì che in molti vogliano visitarla è una miscela di senso del proibito e nostalgia per ciò che non si è vissuto. Il primo ingrediente è figlio del mancato riconoscimento della Transnistria da parte del resto del mondo, il che si traduce nell’impossibilità di ricevere assistenza consolare laddove qualcosa dovesse andare storto. Brivido. Anzi, batter di denti: a mezzogiorno il termometro mi rinfaccia gli otto gradi sotto lo zero.

La componente della neologisticamente battezzata “anemoia” (che poco ha a che spartire con la salamoia e più forse con la noia in cui si avviluppa il presente) affonda invece le radici nell’allure sovietica che la Transnistria ha saputo conservare. Questa si traduce in un paesaggio urbano già noto a chi conosca anche solo superficialmente l’ex URSS. Innanzitutto, l’onomastica: via dei Pionieri, viale Marx, corso dei Soviet e simili. Ma anche – spostandosi nella seconda città dell’autoproclamata Repubblica – Ulitsa Cavriago, via dedicata al paese, in provincia di Reggio Emilia, gemellata con Bendery già dal 1970: chissà se qui sapranno che la sua cittadina più illustre è Orietta Berti?

Tiraspol. Statua di Lenin davanti al Parlamento transnistriano.

A seguire statue, murales, busti e bellimbusti che rappresentano figure illustri e traguardi imprescindibili nell’Unione che fu. Massimo esempio ne è il Lenin generantesi (per i più fedeli alla linea: generato ma non creato) da una colonna in granito rosso davanti al Parlamento, ma degni di nota sono anche un Gagarin sempre sorridente del suo primato cosmonautico o ancora il monumento alla prima centrale elettrica di Moldavia, sulle rive del fiume Nestr, perché – Lenin docet (e ducit) – ‘il comunismo è il potere sovietico più l’elettrificazione del Paese’. Brivido bis, anzi scossa.

Tiraspol. Carro armato reduce dalla Seconda Guerra Mondiale su cui spicca il motto “Per la Patria!”.

Non può mancare il realismo socialista a tasselli, con mosaici folkloristico-kolchoziani a conferire una scontrosa grazia a fermate d’autobus o angoli di grigiore suburbano: qui una coppia danzante accanto a un trattorista e a una scienziata sui toni del blu e del verde, là un emule di San Giorgio contro due draghi illuminato da un sole sorridente a metà tra i Teletubbies e un’incarnazione del radioso avvenire. E ancora l’architettura, che alterna edifici di un neoclassico color pastello ai mazzi di chruščëvki e brežnevki, funghi di edilizia popolare tirati su quando al potere c’erano i segretari del PCUS da cui presero il nome e uguali nel patchwork prefabbricato rinvenibile da Riga a Vladivostok. Nel mezzo, casette unifamiliari con le imposte in legno e l’orto annesso alla dottor Živago. E poi i filobus con le porte socchiuse e la bigliettaia imbronciata, le mense con alle pareti copie della Pravda, un carro armato reduce della Seconda Guerra Mondiale (o Grande Guerra Patriottica, come si usa dire in Sovietistan).

Tiraspol. Manifesto parte della campagna di arruolamento dell’esercito russo.

Il comunismo transnistriano è un’operazione cosmetica ben ingegnata, uno strato di intonaco rosso capace di attrarre il turista nostalgico à la Gorky Park. Tutto autentico, per carità, ma nulla di sostanziale. Inflazione galoppante, guerra in Ucraina praticamente alle porte di casa, stop al gas russo sovvenzionato che appunto dal territorio del vicino transitava fino al 2024, riconoscimento tanto parziale che la Moldova stessa continua a considerare la Transnistria proprio territorio e non si cura di schierare la polizia di frontiera su un confine semplicemente inesistente per Chișinău. Per le strade di Tiraspol ho visto annunci per offerte di lavoro in Germania e Israele, nonché campagne di reclutamento dell’esercito russo: il servizio a Mosca viene remunerato con uno stipendio dignitoso, un alloggio, copertura sanitaria e “fiducia nel domani” (così recita il manifesto). Bene ma non benissimo, insomma.

Tiraspol. Blocco di appartamenti.

Da amante dell’estetica soviet, non ho potuto che apprezzare questa bolla, la cui ultima tappa è stata per me nei pressi dell’autostazione di Bendery. Mi sono proposto di fotografare un ennesimo mosaico, ma non riesco a trovarlo. Secondo Google Maps (sic), dovrebbe essere proprio in quest’edificio. Apro la porta a vetri ed entro. Il mosaico c’è, e più esattamente campeggia in quello che si rivela essere un punto vendita di una nota catena italiana di abbigliamento. Non ci sono più i comunisti di una volta, se mai ci sono stati.

Tiraspol. Lenin occhieggiante da un gonfalone di epoca sovietica.

 Un po’ epifania, un po’ Charlton Heston che sulla spiaggia si imbatte nei ruderi della Statua della Libertà. Ah, la favola bella che ieri ci illuse, che oggi ci illude, o Vladimir Il’ič.

Ul’janov, ovviamente.