Testo di Alessandro Del Conte

Sessanta anni fa, il 4 novembre del 1966, dopo diciotto ore di piogge ininterrotte, l’Arno straripò. Il fiume raggiunge una portata di 400 milioni di metri cubi di acqua: 70 invasero Firenze, 750 strade e piazze furono sommerse, cinquemila case finirono sotto una melma di acqua e fango. I lungarni immediatamente a monte del centro della città furono devastati, tra i più colpiti. E in quella zona si trovava una storica Casa del Popolo fiorentina, la società di mutuo soccorso, l’Affratellamento di Ricorboli, ha novanta anni di vita…

Alessandro Del Conte ne ha ricostruito la storia. Con un’attenzione particolare a una singolare esperienza teatrale che, proprio dall’alluvione, trovò le regioni di una stagione gloriosa.

Alessandro non poteva che raccontarcela in ‘quadri’. Quasi una sceneggiatura.

aAlessandro ha raccontato la storia dell’Affratellamento in un bel libro: ‘Le dipingemmo di un bel blu cobalto’ (edito da Mio Libro

L’alluvione a Firenze, foto da Wikimedia Commons

Quadro 1

(tre novembre 1966)

Una discussione notturna: ci sono quelli del Circolo, contenti perché domani arriva l’attore famoso e di sinistra; e quelli dell’ARCI che l’attore lo portano. È una bella cosa: il circolo da qualche anno arranca, non ha ancora trovato il nuovo senso della propria esistenza.

Il problema sono i giovani, chissà che gli passa per la testa! Si è provato anche a fare il Piper, come a Roma. E quelli di Roma si sono arrabbiati, abbiamo dovuto cambiare nome. I giovani sembrano dominati dal desiderio e dalla bramosia di vivere, molti non sembrano interessati alla politica. Eppure quello è il luogo della politica da quasi un secolo, e il nome, Affratellamento, spiega tutto.

Qui ci sono le sezioni dei partiti di sinistra, i giovani comunisti. Non è facile trovare le parole per intendersi. I quadri di Gramsci o di Lenin stanno appesi sopra il Jukebox. Uno sguardo attento, forse, potrebbe vedere la brace che cova sotto la cenere.

Ma, intanto, fuori piove. Piove forte. Troppo forte, da ore e ore. Il fiume è a 50 metri in linea d’aria dal Circolo. È buio, è notte. Domani è festa, non c’è l’ansia di alzarsi presto per il lavoro. Ci sono le bandiere in giro. È la festa della “vittoria”.

Qualcuno l’avrà pur notato il fiume gonfio. Non è certo la prima volta, ci si scambia qualche impressione, ma nessuno credo che possa scavalcare gli argini. L’ultima alluvione è di 120 anni prima, non c’era nessuno di noi.

Quadro 2

(6 novembre 1966)

Il giorno dopo, poi quello dopo ancora. Il fiume ha invaso Firenze. Ci azzardiamo a raggiungere il Circolo. Ci avventuriamo nelle stanze devastate: sono state sommerse da cinque metri d’acqua, il piano terra, il teatro, tutto in rovina. L’attore importante non verrà, come potrebbe? Anche il quartiere intorno è messo male: le case popolari di fronte, abitate da gente del popolo, sono state travolte dall’alluvione, tante di quelle persone sono soci del circolo. E sono i frequentatori più assidui del bar, del ballo, delle cose che si fanno. Lì abita anche il presidente del Circolo, un operaio comunista. Alcuni, molti, lasciano le loro case e vanno ad occupare stabili ancora vuoti alla periferia più vicina, a  Sorgane. Non torneranno. Alla fine andranno via tutti.

Si gira per le stanze, si comincia a ripulire, il bar è fuori uso. Ci vorranno tanti soldi e tempo. Con le mani nei capelli e la voglia di ricominciare alla svelta. Come però? 

Quadro 3

(1967)

È passato un anno, si presentano dei ragazzi, sono universitari, vogliono fare teatro. Sono una ventina, forse qualcuno di più. Non vengono dal quartiere, vengono dal mondo. Anche loro sono alluvionati, ma hanno ricominciato subito a trovarsi, nelle case, in qualche cantina. Cercano un posto per fare le prove e gli spettacoli.

Da sempre il posto del Centro Universitario Teatrale è il salone di Santa Apollonia. Di lì a poco – mesi? giorni? – Santa Apollonia è il luogo di assemblee infuocate, discussioni interminabili, scontri, amicizie e amori che muoiono e che nascono. Anche l’aspetto dei ragazzi cambia rapidamente: prima in giacca e cravatta, le ragazze in tailleur. Poi ecco i  maglioni, i giacconi, i jeans, le gonne a fiori. 

Ma loro, quelli del teatro, voglio altro, vogliono stare fra la gente del popolo. Il teatro dappertutto, il teatro per il popolo. Questa è il loro programma, la loro bandiera. Leggono i testi, preparano il loro teatro, è un teatro politico. Credono che il teatro sia rivoluzione. C’è Brecht, c’è la sua “Linea di condotta”. Roba tosta. Scrivono anche opuscoli teorici, stampati in proprio. 

Il libro sull’Affratellamento di Alessandro Del Conte

Quadro 4

Sono arrivati all’Affratellamento dopo essere passati da altri Circoli. Ora hanno deciso di cambiare. C’è Valerio, ci sono Mario, Maurizio, Giovanni, Helen, Silvia, Stefano e altri ancora. Ci sono quelli che resteranno e quelli che passeranno e andranno a fare altro. Sono tempi magmatici. Li accolgono quelli del circolo. Il presidente – ora è il turno di un socialista –, i comunisti. 

Quelli del teatro sono felici della scelta. Gli altri, quelli del Circolo, sono felici di trovare energie nuove. E poi i ragazzi fanno cose interessanti, dicono cose interessanti. Sono compagni e compagne.

La sala va ripulita. Le pareti hanno le macchie dell’acqua, della nafta, del fango. Ma il palco c’è. I teatranti lavorano, risistemano. Soprattutto ridipingono tutte le pareti. ‘Le dipingiamo di un bel blu cobalto’, dice qualcuno. Così quando si faranno gli spettacoli, la sala sarà più facile da oscurare. E poi il blu copre bene, è anche bello. Il blu è teatro. Il blu è rivoluzione.

Gli attori del Centro Universitario Teatrale sul palcoscenico dell’Affratellamento per lo spettacolo ‘Dada’ (foto concessa da Stefano Grignani)

Si ricomincia: prima Brecht, poi Toller (chi lo conosce Toller?), poi verrà il tempo del Dada, il cinema e altro ancora. Si fanno le scenografie, si scrivono i testi, si fanno le prove. Valerio è il regista. Vengono a riprenderli anche per un cinegiornale. Sale affollate, discussioni nelle prove, discussioni negli spettacoli. Il terzo tempo. E poi nel circolo si fanno tante altre cose: il bar riparte, i partiti fanno politica. Riunioni, assemblee, bandiere al vento, discussioni infinite. Ci sono anche giovani arrivati dalla parrocchia, molto di sinistra. Molto. Studiano Marx. E poi c’è chi ricomincia a giocare a carte, chi frequenta la palestra. Riprende la tombola: per favore, quando ci sono gli spettacoli abbassate la voce che chiama i numeri, sennò si sente anche in sala!

Quadro 5

Poi si fanno incontri. L’ARCI fa qui il centro teatrale per il suo circuito alternativo. Quello in cui sono passati anche Dario e Franca. Poi, a sinistra, a volte si litiga e ci si lascia. Franca e Dario vanno altrove, ma ormai ci sono tanti gruppi. Si fa ospitalità teatrale all’Affratellamento, arrivano compagnie anche da lontano. Quelli del teatro comprano perfino un pulmino per portare i loro spettacoli in giro.

Il teatro cresce. Arrivano i cartelloni della stagione teatrale, migliaia di spettatori, di abbonati. Nomi importanti in programma. Le istituzioni – la Provincia, poi anche il Comune e la Regione – cominciano a pensare che il teatro deve essere a disposizione di tutti, bisogna aiutare la crescita di chi lo fa e di chi ci va. È il teatro democratico, è il decentramento. Si investe.

Per i ragazzi è il tempo delle scelte: il teatro diventa mestiere, si fa una cooperativa teatrale, la fanno in tanti. Le bandiere non cambiano, gli obiettivi sono gli stessi, ma è diventato un lavoro. Per qualcuno di loro durerà una vita.

Il circolo fa i conti con questo: il teatro e i teatranti danno tanto, ma hanno bisogno di spazio e tempo. Bisogna trovare un nuovo equilibrio, ma non sarà mai facile. La politica – nel Circolo e in città – sostiene il teatro. Tanti saranno felici del teatro che cresce, del successo. È un successo politico e culturale.  Qualcuno non approva, non è la politica che voleva, non è il Circolo che voleva. E allora va altrove. Ci va anche chi preferisce un altro luogo dove passare un po’ di tempo libero.

Quadro 6

Il teatro dura quindici anni. Fino al 1983. Poi deve chiudere, non ha più l’agibilità. Ci sono lavori da fare per riconquistarla, ci vogliono molti soldi. Ma sono cambiate tante cose. Arrivano promesse, ma sempre meno soldi. Il Circolo si svuota: chi cerca il teatro, va altrove, degli altri ne restano pochi. Il mondo intorno cambia. Cambia il quartiere, i partiti cambiano o spariscono. Si resiste, ma siamo pochi. Ci vorranno vent’anni per riaprire il teatro. Solo quello, il resto del circolo è un ristorante che ci paga un affitto. Meno male. La Regione ha dato i soldi per il restauro, ma quando abbiamo riaperto molti non sapevano più nemmeno cosa c’era dietro quel portone chiuso da anni.