Testo e foto di Giovanni Mereghetti

Un fotografo e giornalista, Giovanni Mereghetti, parte da Milano per raggiungere la Mauritania. Una delle ultime frontiere del Sahara. Giovanni ha compiuto questo viaggio cento volte. A volte capita che non si riesca a liberarsi da una terra. Adesso ha raccolto immagini, testi di amici e parole sue, in un volume: servono poche centinaia di euro per per rifornire di farmaci un ospedale del deserto. A questo può servire un libro, una storia, le parole…

L’ultima frontiera sembrava non arrivare mai. Ero assillato dagli scossoni che martellavano inesorabilmente i muscoli. Non mi fermavo mai, non volevo. Non potevo. Avevo fretta.

La Mauritania è questa, è fatta così. O la ami o la odi. Prendere o lasciare. Bisogna andare avanti.

Rileggendo alcune pagine del diario di Camille Douls, l’esploratore francese che, ventiduenne, nel 1886, intraprese un lungo viaggio nelle regioni dell’attuale Mauritania, ci si accorge che tra queste sabbie, rocce e grandi distese senza fine, nulla è cambiato. I mauri continuano a vivere facendosi cullare dall’armonia della loro terra, e dalle stagioni. Ancora oggi si mettono in cammino da un’oasi all’altra, come un tempo. Seguono il ritmo delle carovane di cammelli e si affidano all’innato fiuto che si tramandano di generazione in generazione, dimenticando il mondo lasciato al di là del Mediterraneo. Sì, perché nel deserto gli elementi della natura si amalgamano con l’universo, e ci spingono oltre ogni limite. Diventiamo ciò che non siamo mai stati, uomini diversi che dimenticano la propria identità.

In Mauritania, come del resto in altri luoghi del mondo, il confronto e il dialogo tra i locali e il viaggiatore rappresenta un importante legame di solidarietà. Gli accampamenti dei nomadi, che spuntano all’improvviso dal nulla del deserto, sono spesso il luogo dove si fanno gli incontri più appassionanti. All’arrivo di un’auto con a bordo stranieri dalla pelle bianca, le giovani donne si nascondono coprendosi il viso, a volte fuggono via. I bambini invece, saltellano gioendo, gridano parole in hassāniyya ─ il dialetto derivante dall’arabo che si parla in Mauritania ─ per attirare l’attenzione del forestiero venuto da lontano.

L’anziano capovillaggio aveva da poco finito la Ṣalāt al-Maghrib ─ la preghiera che ogni musulmano recita subito dopo il tramonto ─ quando mi si avvicinò porgendomi la mano come segno di benvenuto. Si presentò con discrezione: disse di chiamarsi Hussein. Subito dopo mi invitò a seguirlo all’interno della sua tenda, allestita poco lontano dalla pista che da Oualata conduce a Tichitt. Ci sedemmo, e cominciammo a parlare tra un bicchiere di tè e l’altro. Nonostante lo stentato francese, pronunciato con voce sommessa e accompagnato da un cordiale atteggiamento pacato, ci si intendeva quasi bene. Mi parlò di Allah con entusiasmo e devozione, dell’importanza della preghiera e dell’aldilà. Dopo una breve pausa, seguita dall’ennesimo “cicchetto” di tè, iniziò a raccontarmi dell’importanza del vivere e della differente quantificazione e valutazione dei minuti, delle ore e delle giornate tra gli “uomini bianchi” e gli “uomini senza tempo” che vivono nel deserto.

«Per voi occidentali un’ora è la durata che una lancetta impiega a percorrere la circonferenza dell’orologio. Per noi africani è diverso: cinque minuti sono il tempo di una preghiera, un’ora non sappiamo quanto dura. Probabilmente sono tante preghiere recitate una dopo l’altra».

Tra queste vite vissute nella luce del giorno e il buio delle tenebre, le giornate sono dilatate in uno spazio transitorio che si abbraccia all’universo del luogo. Ci si rivolge al cielo guardando il sole, di giorno. Mentre di notte ci si affida alle stelle lasciandosi sorvegliare dalla loro luce millenaria. Si va avanti così, palpito dopo palpito, per l’intero arco vitale.

Ci si guarda indietro, dopo tanti anni di viaggi in questi mondi. Il ciclo della vita sembra essersi fermato nella Mauritania del terzo millennio, nulla è cambiato rispetto a un secolo fa. Ci si lascia ancora stupire dalla melodia del vento, dal portamento dei nomadi dall’aspetto feroce che, dopo una stretta di mano, avvicinano il palmo al cuore con rispetto. Gli occhi cercano i bambini, quelli che smettono presto di ridere per diventare adulti. Lo sguardo vaga tra le nuvole bianche sopra le dune. Si rimane ammaliati da una goccia di pioggia grossa come una noce che cade dal cielo per rinverdire il paesaggio. I gabbiani si lasciano trasportare dalla brezza dell’oceano mantenendosi in equilibrio nella volta celeste. Le stelle cadenti allontanano i jinn e accendono i desideri. La polvere si rifugia nelle pieghe del corpo per essere accompagnata altrove. I frammenti di vita quotidiana si annientano, lasciandosi scippare dal respiro del silenzio. Si osservano con incredulità i luoghi senza barriere e i confini creati dall’uomo. I pensieri cercano rifugio tra i colori alterati dell’ambiente che, con ostilità, trattiene il cammino. Gli orizzonti obliqui e le realtà distorte accendono le luci degli smartphone, il nuovo passatempo tecnologico degli africani moderni diventato parte integrante della loro vita.

E dopo aver macinato migliaia di chilometri con innumerevoli insabbiate tra le dune, infiniti sobbalzi sulla tôle ondulée, campi minati attraversati col cuore in gola, notti passate all’addiaccio, passaggi di fortuna sui cassoni degli Hilux in compagnia di caprette con un destino segnato, camere d’albergo con letti sgangherati, incontri con malandrini e trafficanti, vecchi saggi che ruotano la tesbih tra le mani chiedendo perdono a Dio per i peccati della vita, il ricordo abbraccia le straordinarie persone che hanno teso una mano nei momenti di difficoltà, senza mai chiedere nulla in cambio.

Riapro le vecchie Moleskine dalle pagine ormai ingiallite, tra le righe degli appunti riaccendo i ricordi ormai assopiti. Guardo le fotografie che hanno preso forma tra un salam alaikum e un sorriso: sono in bianco e nero, un bianco e nero stampato con cura e passione. Una monocromia capace di ridipingere la vivacità tonale degli abiti indossati dalle donne e l’azzurro ceruleo dei boubou che si portano addosso gli uomini. Mentre la mente elabora i fotogrammi sparsi nella sabbia, gli occhi degli uomini del deserto fissati nelle fotografie lasciano trasparire una parte di ciò che, gelosamente, hanno conservato dentro di sé. L’attenzione si focalizza su un “qualcosa” di non definito, senza colore. E questo lascia ancora spazio ai pensieri. Affascina.

La notte ci si sente prigionieri dell’harmattan, della sua forza capace di avvolgere il mare di sabbia, e demolire l’anima. Si vorrebbe volare sopra il Sahara, guardandolo ancora una volta, come fosse una cartolina dai bordi frastagliati. Ci si aggrappa all’ultima Camel del pacchetto morbido, accendendola con mano tremolante e stringendola tra le labbra. Si ripensa all’ultimo sogno africano, quando si sono visti cammelli piangere, mentre gli uomini danzavano e ridevano. L’umore vacilla. Ci si stende su un letto disfatto provando a guardare il soffitto bianco. La polvere si dirada quando si ripresenta un bambino scalzo incontrato nel ‘luogo senza nome’, lontano dalla sua tenda: ricordo che mi aveva guardato intensamente negli occhi, e mi aveva suggerito di bussare al cielo.