Testo di Isabella Mancini e foto di Stefano Vaja

La Comune di Parigi durò settantadue giorni e fini nel sangue: 30mila fucilazioni. Ma in quel tempo brevissimo accadde qualcosa che continua a inquietare il presente. Per settantadue giorni, nel cuore della piu importante capitale europea, l’arte, la bellezza, l’istruzione, la vita comune smisero di apparire privilegi e si offrirono come diritti. Per settantadue giorni, cio che il potere definisce impossibile prese forma. E forse è proprio da quella ferita ancora aperta della storia che muove il primo studio de Il Capitale Umano di Armando Punzo, presentato alla Fortezza Medicea di Volterra nell’ultima edizione del progetto Compagnia della Fortezza.

Fotografia di Stefano Vaja per la Compagnia della Fortezza

Punzo non mette in scena la Comunene trae una delle decine di riflessioni sul senso di comunità, sulla società che ci possiamo certamente non solo immaginare ma immaginandola iniziandola a renderla reale. Ne riattiva in queste quattro mura forse la domanda piu scomoda: se un’altra organizzazione del vivere è stata pensata, praticata, persino difesa fino alla morte, davvero possiamo continuare a ripetere che non esistono alternative? L’utopia, in questa prospettiva, non è un sogno astratto ma una forza concreta, una possibilità storica, una forma del fare.

E non e secondario che gli appunti di Punzo prendano forma proprio in carcere, nel luogo che più di ogni altro disciplina il tempo, lo separa, lo svuota, lo rende misura dell’attesa e della sottrazione. Entrare nella Fortezza significa anzitutto interrompere il rapporto con il fuori: si lascia il telefono, si consegna il documento, si accetta una diversa grammatica della presenza. Quello che accade dentro e prima di tutto percettivo. Il tempo rallenta, il corpo si riallinea, l’ascolto cambia. La scena comincia già nell’attraversamento dal fuori al dentro.

Fotografia di Stefano Vaja per la Compagnia della Fortezza

Il Capitale Umano dichiara subito la propria natura di studio, di cantiere aperto: disorienta i partecipanti trasformandoli in parte della narrazione. Ma la provvisorietà qui non coincide con l’incompiutezza: è una scelta di metodo, quasi una postura etica. Il bozzetto, la revisione continua, il lavoro esposto nelle sue giunture non inseguono la perfezione formale; cercano piuttosto una forma capace di restare porosa, di lasciarsi modificare dagli incontri, dalle vite, dagli attriti che il processo contiene. In Punzo, il lavoro non prepara semplicemente l’opera: in larga parte ne è già il senso.

Dentro questo spazio rallentato irrompono le contraddizioni del presente: l’individualismo, l’accelerazione, l’affanno di corpi e menti costretti a inseguire ritmi sempre piu disumani. In filigrana si intravede una comunità possibile, o almeno il desiderio ostinato di pensarla. Per questo tornano nomi come Don Chisciotte, Spinoza, Giordano Bruno, Pasolini: non emblemi da citare, ma presenze che agiscono come controcanto, come testimoni di un pensiero irriducibile.

Fotografia di Stefano Vaja per la Compagnia della Fortezza

Il dispositivo scenico prende la forma del Grand Hotel Marx, albergo delle cause perse, disegnato a matita e gessetti, su muri di tela. Dal grande cortile, ancora visivamente segnato dal nero totalizzante della precedente scena di Cenerentola, il percorso si addentra negli spazi interni. A guidarlo è Punzo stesso, armato di mestolo, frusta, uova e farina, in una scena che unisce gesto domestico e tensione filosofica. E’ una cucina del pensiero, un laboratorio materiale dell’utopia. Tra un tacco che vibra sul selciato e una frusta che si agita viene presentata Viola Ferro chiamata a confrontarsi con una figura possibile del lavoro futuro: Louise Michel.

La sua presenza non e ornamentale. Louise Michel incarna uno dei nuclei politici piu precisi di questo primo studio: l’istruzione laica e gratuita, l’uguaglianza tra uomini e donne, la democrazia diretta, il rifiuto dell’ordine imposto come unica forma del reale. Deportata in Nuova Caledonia dopo la repressione della Comune, Michel entra nello spettacolo come figura combattente, non commemorativa. La sua memoria non pacifica nulla: riapre il conflitto.

Fotografia di Stefano Vaja per la Compagnia della Fortezza

Ad accogliere il pubblico c’è poi il coro muto dei molti “Carli Marx”, galleria immaginaria di filosofi, scrittori, artisti. Sono corpi a metà tra automi e manichini, figure che orientano e insieme disorientano. Il fatto che siano tutti uomini resta un dato che pesa. In un lavoro che interroga la possibilità di un altro ordine simbolico e politico, la questione della parità di genere affiora come limite ancora irrisolto, forse tanto piu evidente in un contesto carcerario.
Attorno a loro scorrono voci, scritte, frammenti, passaggi. E soprattutto i suoni e la musica di Andrea Salvadori, tra gli elementi piu compiuti e suggestivi di questo studio, capaci di costruire un ambiente di attrazione e spaesamento.

Non tutto è ancora alla stessa altezza. Alcuni materiali chiedono tempo, altri una maggiore condensazione. Ma il punto non è la compiutezza. Il punto è la direzione. Il Capitale Umano vale gia per la forza della sua domanda e per il coraggio del suo posizionamento: stare dentro la distanza tra ideale e reale senza neutralizzarla, rivendicare il diritto alle cause perse in un tempo che considera sensato soltanto ciò che produce, rende, obbedisce.

Per questo i piccoli Marx cucinano, tagliano, sbattono uova. Le idee, sembra dire Punzo, non si contemplano: si preparano, si nutrono, si condividono. Anche il pensiero ha bisogno di mani, di tempo, di corpi, di fuoco. E forse è proprio qui che questo studio trova la sua immagine piu necessaria: non nell’utopia come evasione, ma nell’utopia come pratica minuta, ostinata, materiale.

La storia dei vincitori continua a parlare con voce piena. Quella dei perdenti, quasi sempre, arriva spezzata, sommersa, ridotta a nota a margine. Punzo sceglie di ascoltare proprio quella voce. E ci ricorda che, finchè esisterà qualcuno disposto a raccoglierne i frammenti e a rimetterli in scena, l’utopia non sara un relitto del passato.
Sarà, ancora, una minaccia per l’ordine delle cose.