Diario dall’Australia.

Testo di Daniele Distefano. Foto di Daniele Distefano e Utopia Art Centre.

Connessione con la natura. Relazioni comunitarie. Antiche credenze.

Come si manifesta la vita in uno dei popoli più antichi del pianeta? È la domanda che mi ha accompagnato al mio primo arrivo in Australia. Prima di partire, il mio immaginario di questo paese ruotava intorno a delle vaghe immagini di spiagge bianche, surfisti, animali pericolosi, oceani e grandi spazi aperti. La Sydney da cartolina si è dissolta già durante il volo. Guardando fuori dal finestrino, mentre ci lasciavamo la costa occidentale alle spalle, l’oceano ha lasciato il posto a una distesa di terra rossa che sembrava non finire mai. Era, ai miei occhi, un vuoto enorme, quasi ostile, che però emanava una forza magnetica. Proprio nella pancia rossa dell’Australia, avrei scoperto più tardi, risiede l’anima di questo paese e il suo mondo originario, quello aborigeno. Un mondo in cui fai parte di una storia millenaria fin dalla nascita, e la vita non è che un lungo cammino per restare fedeli a quella radice, come un’eredità da custodire.

Questa realtà, sconosciuta alla maggior parte delle persone, volevo incontrarla da vicino. Così ho iniziato il mio viaggio verso Utopia, una vasta area del deserto dell’Australia Centrale, a circa 250 chilometri a est di Alice Springs. Utopia — e più precisamente Arlparra — è dunque diventata la mia casa per quasi un anno. Sono arrivato per motivi legati al visto lavorativo, ma la permanenza si è trasformata presto nell’occasione per entrare in un mondo che ha messo in discussione il mio modo occidentale di percepirmi.

Stare nel deserto, a contatto con la natura, mi ha spinto a dubitare dei miei valori occidentali, soprattutto della loro contaminazione in un luogo così remoto. Mi sono chiesto perché la nostra idea di felicità debba dipendere maggiormente dalla ricchezza e dalla crescita economica, e perché sentiamo il bisogno di imporla anche a chi ha vissuto a lungo fuori da questo modello.

Osservando come si svolge la vita tra gli aborigeni, mi sono reso conto di quanto sia estenuante il nostro bisogno continuo di crearci un’identità sulla base di valori del tutto futili. Loro, molto più semplicemente, appartengono a un luogo. È la terra che li definisce, non la necessità di dimostrare qualcosa al resto del mondo. Nel nostro mondo, invece, se non si ha una carriera o un certo status, sembra quasi che non si esista. Abbiamo costruito un’identità che dipende interamente da quanto produciamo, dimenticandoci cosa significhi semplicemente essere.

Il rapporto con la terra

A Utopia vivono gli Anmatyerr e gli Alyawarr, popolazioni aborigene radicate in questa regione da millenni. Io sono un ospite, e lo so. Passo dopo passo mi sono reso conto che stavo camminando dentro una storia che non mi apparteneva e nella quale dovevo entrare con cautela e assoluto rispetto. All’inizio la mia ossessione era conoscere tutto. Poi mi sono reso conto che il punto era primariamente sapere chi si è, quando il luogo non ti chiede cosa fai o da dove vieni, ma per l’appunto, chi sei.

Utopia è una vasta regione attraversata dal fiume Sandover, punteggiata da homelands disperse nel deserto. Arlparra, la comunità più grande, resta un granello nell’Outback australiano, con poche strade sterrate, case prefabbricate, un emporio, una scuola e un campo sportivo che il caldo svuota per gran parte dell’anno.

Il nome “Utopia” è un’ironica eredità dei coloni europei di inizio Novecento, che arrivarono per allevare bestiame ma finirono per stravolgere l’equilibrio millenario tra gli Aborigeni e il territorio. Ancora oggi una parte della regione è in concessione ad allevatori non aborigeni, mentre altre aree sono tornate alle comunità locali. Secondo la legge aborigena, ogni famiglia ha il compito di proteggere i siti sacri e di mantenere vive le cerimonie e le relazioni sociali.

La vita qui è concreta, regolata dai cicli della natura. Esistono luoghi in cui non è possibile entrare e silenzi da rispettare. All’inizio questo disorienta, non si tratta però di ostilità, ma di pura tutela della loro cultura.

All’inizio chiedevo troppo, e ho dovuto imparare a rallentare, ma soprattutto ad accettare che qui il rispetto, spesso, richiede di fare un passo indietro. Venendo da un mondo abituato ad avere accesso illimitato a tutto, dover accettare dei limiti all’inizio mi è costato fatica, proprio perché il deserto non si offre come oggetto di consumo.

La lingua come confine

Prima della colonizzazione si parlavano circa 250 lingue aborigene, oggi ne restano attive poco più di 160. A Utopia se ne parlano due, l’Anmatyerr e l’Alyawarr, con variazioni che cambiano anche nel giro di pochi chilometri. Mi ha colpito osservare come, tra aborigeni di comunità vicine, la comunicazione avvenga spesso in inglese: una lingua comune che si affianca, senza sostituirle, a quelle originarie.

Queste lingue erano inizialmente prive di scrittura. I sistemi di trascrizione sono stati introdotti solo di recente e sono ancora in evoluzione. Ad ascoltarli parlare nella loro lingua, a volte, ci si sente degli intrusi. Ed è proprio questo il punto, come se le loro parole fossero un confine invisibile, un modo per tenere il loro mondo al sicuro da noi occidentali.

Ogni persona possiede uno skin name, un nome relazionale tradizionale che affianca quelli occidentali introdotti dopo la colonizzazione. Non viene mai abbandonato, poiché definisce relazioni e appartenenza. I nomi europei servono a interfacciarsi con l’esterno, mentre quello tradizionale continua a dire chi si è.

Per chi arriva da fuori, come me, la comunicazione passa dall’inglese, una lingua che qui permette di vivere il quotidiano, ma non di entrare davvero nel cuore delle cose.

Coloro che custodiscono il Tempo del Sogno

Ogni aborigeno appartiene indissolubilmente alla propria terra e custodisce canti, storie e Leggi che affondano le radici nel Dreaming, il fondamento mitologico e spirituale della vita aborigena. Secondo questa visione, esiste un tempo originario in cui gli Esseri Ancestrali hanno attraversato la terra, dandole forma e stabilendo leggi che ancora oggi regolano la vita sociale, morale e spirituale delle comunità.

Questa conoscenza è un incarico sacro che lega gli aborigeni alla terra. Non appartiene a tutti allo stesso modo: i principali custodi sono gli anziani, responsabili di tramandarla, proteggerla e stabilire chi è autorizzato a conoscerla.

Ad Arlparra l’anziano di riferimento è Sam Dixon. Lo si vede spesso seduto all’ombra degli eucalipti, poco distante dal centro di Arlparra, con un pezzo di legno tra le mani e il volto in parte nascosto dall’Akubra. (il tipico cappello di feltro australiano a tesa larga, il cui nome deriva da una parola aborigena che significa proprio ‘copricapo’).

Parla poco e, quando lo fa, tutti si fermano ad ascoltarlo con reverenza. La sua presenza è costante e silenziosa. Nato nel deserto, Sam è un guaritore e un artista. A lui ci si rivolge quando il malessere riguarda il corpo o lo spirito. Il suo sapere si fonda su pratiche rituali, piante del deserto e arti magiche, praticate senza vanità. Il suo lavoro è profondamente legato alla cura, alla memoria e alla relazione con la terra.

L’arte aborigena, soprattutto pittorica, racconta episodi del Dreaming. Punti, linee ondulate, cerchi concentrici e impronte sono mappe di un sapere complesso. Indicano luoghi sacri, percorsi ancestrali, fonti di cibo e leggi tradizionali. Anche qui esiste un limite, infatti questa conoscenza è una responsabilità che viene ereditata in seguito al completamento dei rituali di iniziazione.

A Utopia non tutto è di libero accesso. Chi non ha origini aborigene deve imparare a vivere tra storie che non gli appartengono e a rispettare confini che, semplicemente, non vanno superati. Credo sia giusto così per la salvaguardia della cultura e per evitare, dunque, l’appiattimento delle diversità.

 È stato in questo spazio di rispetto e distanza che ho iniziato a percepire una frattura profonda dentro il mio modo di definirmi. Perché se l’identità nasce dalla relazione con una terra, da una memoria e da una linea ancestrale, cosa resta a chi è cresciuto in un mondo che ha reciso molti di questi legami?

Questa domanda è rimasta lì, irrisolta, a vagare nella mia mente in attesa del momento giusto per trovare una risposta.