TimeAfrica dedica la copertina a Lamine Yamal, 19 anni, campione del mondo, ala destra della Spagna, giocatore del Barcellona. Figlio di due immigrati, padre marocchino, madre guineiana. Bandiera spagnola e bandiera palestinese. Una intensa preghiera dopo il fischio finale dell’arbitro. Il calcio è lo specchio della nostra società.

C’è stato un momento, privato e pubblico, commovente, dopo il triplice fischio che ha posto fine a Spagna-Argentina, finale della Coppa del Mondo 2026. C’è stata la festa, le grida, la rissa spregevole, la felicità, il portiere della Spagna, il basco dell’Athletic Bilbao, Unai Simón, che è andato a salutare uno per uno i giocatori argentini…e c’è stato un ragazzo di diciannove anni che, a dieci metri dei suoi compagni, è stato capace di isolarsi, di fermarsi, di piegare le braccia verso l’alto, le palme rivolte al cielo. I cattolici lo fanno al momento del Padre Nostro. I musulmani nell’istante della preghiera, prima di inginocchiarsi verso La Mecca. Non so se Lamine Yamal sapesse con certezza in quale direzione fosse il luogo più sacro dell’Islam, all’altro capo del mondo rispetto al MetLift Stadium del New Jersey, costa occidentale degli Stati Uniti: so che ha pregato. Con intensità, con gratitudine e si è inginocchiato fino a toccare il prato erboso con la testa. E poi si è rialzato e ha caracollato con il suo passo sospeso verso i compagni, il suo piccolo fratello, l’allegria di una vittoria.

Il calcio è lo specchio perfetto della nostra società contemporanea, della nostra società occidentale, meticcia e in continua metamorfosi. Il calcio rende visibile quello che è già sotto i nostri occhi e che in troppi non vorrebbero vedere. Mai come questa volta, il calcio ha messo sul palcoscenico una generazione di ragazzi che è cresciuta nelle nostre città (il quartiere Rocafondo di Materò, barrio di immigrati a Barcellona) e sventola la bandiera di una nuova identità. Non è stata creata dai miracoli di cui il pallone a scacchi è capace, il calcio le ha solo data una luminosa visibilità.

TimeAfrica ha deciso che Lamine Yamal meritava la copertina di una delle più prestigiose riviste del mondo. E così siamo stati costretti a imparare il suo lunghissimo nome completo: Lamine Yamal Nasraoui Ebana. Gli ultimi due nomi sono del padre e della madre, come da sempre si usa in Africa. I primi due, dice il racconto magico attorno alla storia di questo giocatore, invece, sono quelli di due persone che hanno aiutato quella giovane coppia a superare i momenti più difficili dei loro anni di migranti. Lamine e Yamal, e dobbiamo crederlo, hanno offerto l’affitto della casa in cui Mounir e Sheila hanno vissuto i primi tempi della loro vita a Barcellona. La copertina di TimeAfrica sceglie l’immagine della preghiera di Lamine Yamal e si chiede: ‘Who gets to belong?’. Posso tradurre con la domanda che mi sentivo fare qui, in Basilicata, quando andavo in giro per paesi? ‘A chi appartieni’?

È accaduto così che un ragazzo, benedetto dal destino (il famoso bagnetto che Leo Messi, diciotto anni fa, ha fatto al piccolo Yamal. La lotteria del caso, la telefonata dell’Unicef alla madre: chissà chi ha conservato con cura quella foto scattata per beneficenza), nato in Spagna da un ragazzo marocchino e da una ragazza guineiana di sedici anni, ha potuto sollevare la Coppa del Mondo del più seguito sport della Terra. Lui ha aggiunto, senza alcun timore, una bandiera palestinese, una kefiyah bianca e nera tessuta dagli artigiani di Hebron, e la sua preghiera musulmana. Per poi indossare allegri occhiali variopinti, ridere (si è tolto l’apparecchio per i denti) e giocare come un matto con il fratellino di sette anni.

E ora tutti sanno che ‘304, il numero che Lamine Yamal racconta con le mani, dopo che ha segnato un gol, è il codice postale di quel quartiere dove ha tirato i primi calci al pallone. L’identità sua e di quel mondo di bambino era già evidente. Scrive il Time: ‘Il calcio non ha creato questa realtà, la sta rivelando. Quando Lamine Yamal indossa la maglia della Spagna non sta redifinendo il suo paese, lo sta mostrando’.