Flavia scrive da Rovio, piccolo paese del Canton Ticino. In questa tranquillità svizzera arriva un’entusiasmo ‘che illumina la mattina’. È l’allegria da Mondiali. Questa notte, nella piazza del capoluogo, ci sarà il grande schermo e anche chi mai ha seguito una partita avrà gli occhi puntati su quelle immagini che corrono. Sono i momenti in cui si scopre ‘di stare insieme’. I miracoli del calcio.
Testo di Flavia Tanó
Foto di Andrea Semplici

Del calcio si sapeva poco. O meglio, io ne sapevo poco. Un pallone, due squadre, due porte, un arbitro. Era tutto. Le regole rimanevano un linguaggio degli altri, imparato da chi aveva passato pomeriggi sui campi o davanti alla televisione.
Da bambina correvo dietro al pallone con i compagni di scuola. Allora bastava questo per essere definita un maschiaccio. Le parole, in quegli anni, stabilivano ciò che sembrava naturale e ciò che non lo era. Del calcio non ricordo le partite, ma la polvere, il fiato corto, le ginocchia sbucciate e il piacere di stare dentro il movimento degli altri.
Poi sono arrivati gli anni in cui il calcio entrava nelle case attraverso la televisione. I Mondiali diventavano un tempo sospeso. Anche chi non seguiva lo sport finiva per sedersi davanti allo schermo insieme agli altri. Più delle azioni restavano le esclamazioni, i silenzi improvvisi, l’attesa condivisa di un gol. Le partite erano un modo di occupare lo stesso tempo.
Adesso osservo tutto questo da un paese tranquillo. Le partite non le seguo quasi mai, ma ascolto le conversazioni alla bottega. È lì che il calcio prende forma. Arriva Claudia con la maglietta della Svizzera e un entusiasmo che sembra illuminare la mattina. Racconta del grande schermo a Mendrisio, della piazza piena, dei volti conosciuti incontrati fra la folla. Non parla soltanto della partita. Parla dell’essere stati insieme.
Stanotte gioca la Svizzera contro l’Argentina. Mi accorgo di pensare che, naturalmente, spero vinca la Svizzera. Non è il tifo a muovermi. È qualcosa di più discreto, che ha a che fare con il luogo in cui la vita si è depositata negli anni.
La patria non coincide con le bandiere né con gli inni. Si riconosce più facilmente nelle cose che non si nominano quasi mai: il modo di salutarsi, le scuole attraversate, il ritmo delle giornate, le parole che ritornano uguali nelle conversazioni, le montagne viste ogni mattina senza più accorgersene. Si appartiene a un luogo quando quel luogo, lentamente, è entrato nel nostro modo di guardare il mondo.
