Osteria Malatesta

 

Un angolo di via San Biagio. A Matera. Via di confine fra il Piano e il Sasso Barisano. Anni fa, in una sera di gennaio, mi portarono fin là. Ne uscii che era notte fonda. Con la testa smarrita nella musica e nel cibo. E, da allora, l’osteria Malatesta è, per me, un frammento della bellezza di Matera. Mi è entrata nel cuore. E ha intenzione di rimanerci. Per cui, siete avvertiti, questa non è una storia neutrale. E’ un innamoramento.

Le orecchiette e i peperoni cruschi

Massimo, l’oste, ha un carattere da prendere con le molle. All’apparenza, almeno. Cambia umore a seconda del vento. Ha una sventura: non riesce a nascondere la sua generosità. Possiamo approfittarcene. Quante birre Raffo non abbiamo pagato. Già, prima notazione: qui si beve solo birra Raffo, onore a Taranto, un euro e mezzo a bottiglietta. Furono ragazzi di un centro sociale della città più avvelenata d’Italia a portarla a Matera. E da allora questa è una scelta obbligata. E’ eccellente, la birra Raffo.

Massimo ha 41 anni e quasi nessun capello. Faccia da attore napoletano. Faccia mobile. Accenni vaganti di barba. Occhi che esplodono. Non riuscirà mai a nascondere il suo stato d’animo. Fino a otto anni fa, faceva il geometra. Si occupava di espropri di terreni. Ora dice che ‘era felice’. Ma nessuno gli crede.

Non so come accadde che, sei anni fa, spuntò fuori la storia dell’osteria. E’ che a Matera ci si inventa un lavoro. E quello dell’oste poteva andare. Anzi era necessario: ci voleva un luogo dove ritrovarsi per i ragazzi che suonavano e facevano politica con addosso fantasie di un mondo diverso. Zapatismo dei Sassi. Senza saperlo, ovviamente. Dunque, un fotografo come cuoco, e un geometra come oste. Questa è l’osteria del popolo. Il Manifesto, allora, pubblicava l’album delle figurine delle famiglie rivoluzionarie. Massimo deve essersi imbattuto in quella di Malatesta: ‘Un bel nome, no?’. Sì, un bel nome. L’Anarchia ha sempre un buon sapore di cibo.

Massimo, l’oste

 

‘Ho dovuto imparare’, ammette Massimo. A fare la spesa, a esempio. Al mattino al mercato di Piccianello, periferia di Matera. Con un criterio nella scelta dei fornitori: ‘Vado da gente che ama chiacchierare. Devono essere simpatici’. Funziona, sapete: un contadino o un ortolano che ama parlare e perdere (volevo dire: guadagnare…) tempo, ti vende i friggitelli più buoni e le verdure migliori. E’ vero, ho controllato. A Matera è più vero che altrove.

Vino? Il cugino della Pia ha la campagna. Come lo zio di Cosimo. All’osteria si beve Primitivo. A mescita. E se deve essere bianco che sia ‘Franceschino’, vino di Francesco, naturalmente. Questa volta in bottiglia. L’oste non ci guadagna nulla, ma il vino aiuta a prendere confidenze.

I dolci sono della zia Teresa. I migliori.

 

E poi la musica..

 

Fate attenzione: questo è un locale lento. Qui il tempo è ricchezza. Il libraio Mipa (Libreria dell’Arco, un altro luogo prezioso di questa città), un giorno, mi disse: ‘A Matera si è pigri senza alcun senso di colpa’. Le sue parole mi sono rimaste impigliate addosso. A volte ho pensato che Matera fosse una prigione splendente. Altre volte mi sono avvolto di questa pigrizia. Sì, l’osteria ha una sua pigrizia e bisogna stare al gioco. Guardate il menù: è scritto a mano con una calligrafia che si inarca. Da notare: che non c’è ‘coperto’, perché l’ospitalità è sacra e l’acqua non è una merce e quindi viene dal rubinetto. E allora ordini uno sformato di patate con zucchine, insegui una cialedda fredda, senti scricchiolare sotto i denti i peperoni cruschi e ti viene voglia di ricominciare con cicoria e vino. Rimpiangi di non aver avuto l’idea di ordinare una pasta alla norma e ti incuriosisci della polpette bugiarde. Se hai desideri che sono puro erotismo popolare, assaggi le salsicce al vino. Insomma, qua ci devi venire più volte. Meglio se ti fermi qualche mese a Matera. Ne vale la pena. Allora, si prende l’abitudine di passare dall’osteria. Fosse solo per una chiacchiera e una birra Raffo.

E non ti preoccupare se il cuoco non pronuncia una sola parola. Ha un sorriso laterale che ti racconta tutto di lui. Anche questo cuoco fa il fotografo. Ed è bravo con le foto e con le orecchiette. A mezzogiorno, cucina Roberta. Si tira su i capelli in una crocchia che va verso l’alto, si trasforma in un folletto e spentola con giovane abilità. Sta imparando. Ha imparato bene fra una crisi di pianto e una risata sonante. Lenin, se non ricordo male, diceva che una cuoca può dirigere uno stato. In quest’osteria, è la pura verità.

C’è raffinatezza di popolo nella cucina del Malatesta. Priva di trucchi e trabocchetti. Questa è una storia di eleganza.

Non preoccupatevi, prima della musica si mangia…

 

..sempre a suon di musica..

L’osteria è una terra di allegria. C’è un tavolo comune. Dove si apparecchia con confusione. C’è la bandiera dei NoTav (se siete per l’alta velocità, avete sbagliato posto). C’è un quadro di Lenin (ma cosa ne pensava Malatesta di Lenin? Ne pensava qualcosa?). C’è anche una foto di un’alce lappone che sgambetta nella neve. Un po’ fuori posto, ma deve avere una storia questa foto. Devo chiederla a Massimo. C’è anche Snoopy e il Quarto Stato.

Birra Raffo, appunto

La musica. Da qui passa il jazz del Sud, le chitarre di vecchi rivoluzionari, le esperimentazioni di sassofonisti. Non ci sono nemmeno cinquanta posti, nell’osteria. Ma un angolo per i musicisti si trova sempre. E le sere finiscono spesso in baraonda. Ricordo una notte di quell’inverno con un colosso dai lunghi capelli che cantava portandosi la mano sul cuore e due ragazzi che si amavano in una tarantella priva di pudori. Pensai di essere rinato, quella notte. E poi Piero spesso porta la sua chitarra, Daniele i tamburelli che si è costruito, Massimo trasforma la bottiglia in un ritmo e Antonio pesta sul legno del tavolo. Franco, che non sa che fare, agita le mani e canta felice come un bambino. Anche io non so che fare. Mi nascondo dietro la macchina fotografica. Sempre spettatore, Cristo. Una maledizione.
Lo so, non ho obiettività da critico di gastronomie. Ma se penso a una resistenza da buongustaio, se penso al buen vivir degli indigeni andini, mi viene in mente questa osteria. Certo, ne conosco la fatica, i conti che non tornano, la stanchezza, i litigi, il ‘non avere mai tempo’, il ‘dovere aprire anche quando proprio non ne hai nessuna voglia’, le malinconie. Ma poi qualcuno riprende in mano una chitarra e le dita frullano sul tamburello. Non passa tutto, ma il sangue circola ancora nelle vene.

La parete del Malatesta ArtProject

Passa una donna, ed è la prima volta che entra qua dentro. E l’oste la sorprende: ‘Parli inglese?’. …’Bene, senti cosa vogliono a quel tavolo’. Che importa se loro sono giapponesi e parlano un inglese da abbecceddario. E così da cliente, ti trovi a fare la cameriera. E ti piace talmente che ti sfiora l’idea che potresti anche farlo per un po’. E alla fine torni nei giorni del maggior affollamento e lo fai sul serio, la cameriera. Fosse solo per sentire il sottofondo dei tamburelli. I ruoli si scambiano all’osteria di via San Biagio. E ora Massimo ha messo anche tre tavoli per strada.

…e attorno, Matera

E poi c’è l’arte (ma quante cose in cinquanta metri quadrati?). Adele, due anni fa, 4 di marzo (un caso, il mio compleanno, la storia di Lucio Dalla e Ryszard Kapuscinski) ha pensato bene di far apparire un piccolo quadro su una parete dell’osteria. Si chiamava ‘Innamoratevi’. Con questa ragione: ‘Nel 1886 Vincent Van Gogh espose i suoi quadri in un ristorante popolare di Parigi per avvicinare la gente all’arte. Non vendette nemmeno un quadro e se li riportò via su una carriola’. All’osteria viene esposta (Malatesta Art Project) una sola opera al mese (non è vero: io ho esposto anche otto foto), quasi un graffio sul muro. Una sola opera per ‘ridurre la quantità delle informazioni e aumentare il senso dei significati’. Decrescita come valore. Per dare senso…
Ancora un po’ di vino. E ancora la musica. E per l’ultimo avventore c’è sempre una cialedda e del pomodoro fresco. Non è semplice chiudere l’osteria nelle notti di estate.In fondo al menù sta scritto: ‘Incominciando col gustare un po’ di libertà, si finisce per volerla tutta’. Che sia così, almeno per una notte, seduti sul muretto di via San Biagio. Con una birra Raffo in mano.Osteria Malatesta, via San Biagio, 45 a Matera. Tel. 331.2887242. Pagina fb: www.facebook.com/ostemalatesta?fref=ts(Testo e foto di Andrea Semplici)