Fra pochi giorni, il 4 novembre del 1966, sessanta anni fa, l’Arno superò ogni limite di guardia e le sue acque invasero mezza Toscana. Invasero Firenze. Era piovuto per 18 ore di fila e 70 milioni di metri cubi trasformarono le strade della città in fiumi di fango e gasolio. Il nostro collaboratore Stefano allora aveva 14 anni…
Testo di Stefano Spadoni
Foto da wikimedia commons
(In ricordo del mio amico Roberto)

Firenze, 4 novembre 1966
“smette…ora smette per forza” diceva la mia amica Simonetta guardando quel cielo plumbeo che da giorni rovesciava acqua senza soluzione di continuità”.
“smette…ora smette” lo dicevano anche gli esperti affidandosi alle statistiche.
Continua a raccontarmi la mia amica Simonetta.
“Prima di tornare a casa col babbo eravamo a guardare l’Arno, era in piena. C’erano i pompieri che mettevano i sacchetti di sabbia alle spallette, come sempre, come al solito. Tante volte l’Arno ha superato il livello di guardia e c’era sempre il noioso, si diceva noi, che spostava la macchina in parcheggi che riteneva più sicuri… Stavamo per andare a letto, si sente gridare, usciamo per andare a vedere cosa succede. In strada c’è la nostra 600 con l’acqua ai fari. Il mi’ babbo si rammarica, dovevo fare il noioso anche io e spostarla ieri sera, e scuoteva la testa, già rassegnato…
Rientriamo in casa, ci affacciamo, come tanti altri. L’acqua continua a salire, poi un botto tremendo, la spalletta dell’Arno crolla sotto la spinta delle acque. Ora l’Arno è libero, travolge tutto e noi alla nostra finestra del terzo piano in via della Mosca, come in galleria del cinema, assistiamo, impotenti. Piangiamo.
Il mattino seguente esce un po’ di sole, usciamo, ci attende uno spettacolo lunare: carcasse di auto, tanto fango. Che ironia: manca l’acqua, quella da bere. In piazza Signoria c’è un autobotte che distribuisce acqua. Andiamo anche noi con una tanica a fare la coda. Si cominciano a vedere tanti ragazzi in giro, vanno alla Biblioteca Nazionale per aiutare a salvare i libri. Domani andrò anche io a dare una mano.”
Finisce il racconto di Simonetta e comincia subito il lavoro dei fiorentini. Non stanno con le mani in mano, si arrangiano come possono con i pochi mezzi di fortuna disponibili e riescono nel miracolo. In breve tempo Firenze ritornerà ai suoi antichi splendori.
Gli angeli del fango.
Tanti ragazzi, anche venuti dall’estero, si uniscono per dare tutto sé stessi. Cominciarono ad arrivare il pomeriggio del 5 novembre e si mettono subito al lavoro, accanto ai fiorentini. Non tutti ci fecero caso, c’era altro a cui pensare. Tanto sarebbero ripartiti l’indomani. Ma il giorno dopo, quello dopo ancora, e dopo ancora li ritrovammo. E ne vennero di nuovi, da ogni parte del mondo e lavoravano duramente e a lungo, compresi dell’importanza di ciò che stavano facendo. Per Firenze.
Dobbiamo allo scrittore e giornalista fiorentino Giovanni Grazzini tale definizione. Grazzini conosceva bene i suoi concittadini, gli aristocratici con la puzza sotto il naso che quasi denigravano quei ragazzi. Scrisse sul Corriere della Sera “Dico a voi, piccoli catoni ipocriti, ruderi di cartapecora. D’ora in avanti che nessuno si permetta più di insultarli, di prenderli in giro: sono e saranno per sempre degli angeli, gli Angeli del Fango.”
