Il Var avrebbe annullato ‘la mano de Dios’ e così Diego, un minuto dopo, non avrebbe segnato il gol più bello della storia del calcio. Adesso i gol vengono annullati per mezzo piede, una scapola o lo sfioramento di un pallone. Il Var caccia l’Iran per mezzo piede, ce l’ha con Ronaldo per una scatola, sbatte fuori Modrić per una suola di scarpe. Decido gli algoritmi. La tecnologia non ama l’imperfezione, ma il calcio è imperfetto. O non è.

Testo di Sveva Lipari

Foto di Andrea Semplici

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Mattina presto del 3 luglio. Mi sveglio con la curiosità di vedere il risultato di Portogallo-Croazia, ottavi di finale del Mondiale 2026 e, di converso, anche capire chi saluterà il calcio mondiale tra i due campioni Ronaldo-Modric. Minuto 103′. La Croazia non demorde, battaglia con le ultime forze rimaste e trova il gol del 2-2 con Gvardiol. La squadra esulta, è il senso stesso del calcio, la rimonta incredibile fino all’ultimo respiro. Poi, la stasi. Per dieci minuti, l’arbitro viene richiamato al monitor e giù linee e onde sullo schermo, pause infinite, momenti interminabili. Un fallo? Un fuorigioco impercettibile all’occhio umano? No, il colpevole è il sensore interno al pallone, un impulso elettrico che rileva un tocco invisibile a occhio umano, trasformando la posizione di Pašalić in un ingiusto fuorigioco. Rete annullata, la prima volta nella storia del calcio per colpa di un chip. Il Portogallo prosegue la sua corsa mondiale, la Croazia torna a casa con una sfida quasi cancellata dalla tecnologia.

“La tecnologia introduce una certezza geometrica che è nemica dell’avventura.”, scrive Eduardo Galeano. Esiste l’avventura nel calcio? Esiste solo l’istante perfetto nel gioco o invece è vera solo la sacralità del momento imperfetto? Quello in cui ritrovare la perfetta espressione di un gioco profondo e umano? Oppure il potere di un algoritmo è sufficiente a cancellare la storia, la fatica e l’impegno sul campo?

Anche pochi giorni prima, nella fase a gironi di Egitto-Iran, al 94′, l’Iran stava per assaporare una storica qualificazione grazie a un goal dell’ultimo minuto, poi gelato dal VAR perché, con il portiere egiziano più avanzato, la geometrica legge del regolamento impone di vedere la posizione dei due difendenti al momento del passaggio del pallone.

Due storie inconfutabili per il codice del calcio, ma per me la verità profonda è un’altra: osservo, -da profana che ha bisogno di farsi spiegare più volte queste regole-, lo squilibrio di un sistema che da un lato si fida di interpretazioni arbitrali su falli e contatti di gioco e, dall’altro, si aggrappa alla precisione chirurgica per stanare l’invisibile. Oggi quella certezza ha appiattito l’emozione più pura dello sport: l’esultanza. Ad ogni goal si alza una barriera invisibile, un tempo sospeso in cui il tifoso e il calciatore non sanno più se gioire o attendere il verdetto del tribunale digitale. Si è perso il diritto alla gioia immediata mentre si aspetta la smentita di un “connected ball”. Anche quando la decisione è corretta resta il sapore amaro di un gioco sottratto ai suoi interpreti.

Nel tentativo eccessivo di mappare il millimetro, il VAR sta rovinando il territorio del gioco perché azzerare l’errore non sempre coincide con la giustizia dello spettacolo. Se applichiamo questo rigorismo alle regole del gioco cancelliamo la mitologia stessa di questo sport dove, in passato, la decisione sul campo era una verità indiscussa e l’errore dell’arbitro diventava l’argomento più gettonato nelle discussioni del lunedì mattina. Senza l’errore umano, la storia del calcio non sarebbe la stessa, non sarebbe più epocale e creatrice di leggende!

Penso alla Mano de Dios del 1986 e a Maradona che non sarebbe mai stato l’autore del goal più iconico e politico della storia del calcio, se ci fosse stata la sala VAR. E poi però penso anche alla testata di Zidane del 2006 e alla segnalazione del quarto uomo che vide l’azione su un monitor di servizio a bordo campo, violando il protocollo dell’epoca. E anche all’arbitraggio più ingiusto della storia, quello dell’arbitro Moreno del Mondiale 2002. E mentre cerco in Rete testimonianze storiche, mi imbatto in un filmato del 1982 con lo Sceicco del Kuwait. Durante Francia-Kuwait ai Mondiali, i francesi segnano il gol del 4-1 mentre i giocatori del Kuwait sono immobili, ingannati da un fischietto proveniente dagli spalti. Davanti alle proteste, lo Sceicco scende direttamente in campo e minaccia di ritirare la squadra, imponendo all’arbitro sovietico di annullare il goal, che viene poi incredibilmente annullato. Una scena assurda che oggi verrebbe liquidata da un check del VAR, privandoci di una delle pagine più bizzarre e mitiche della storia dei Mondiali.

Io non seguo una partita per celebrare l’efficienza di una tecnologia. Il calcio è dinamismo, passione, umanità e gli errori arbitrali hanno generato storie, canzoni e leggende. L’Iran e la Croazia sono state eliminate dalle partite perfette e da un furore tecnologico, ma il calcio, quello vero, così perde definitivamente la sua anima e la sua epopea.