Testo di Lucio Iudicello

Foto di Andrea Semplici

Foto di copertina da wikimedia commons

‘Non saprei dire se il quarto movimento della Sinfonia n. 9 di Ludwig van Beethoven, né il poema che lo ispirò, Ode alla gioia, del poeta tedesco Friedrich Schiller, immaginassero l’avvento di Diego Maradona e di Lionel Messi, né tantomeno le loro imprese. So però che le giocate di entrambi suscitano una gioia indescrivibile, letizia, esultanza, entusiasmo, tripudio; che quelle giocate illuminano e, fosse anche solo per un istante, ci riconciliano con la nostra sventurata specie. Un’altra possibilità: Leo y Diego sono emersi da una terra magica, il Cerro Uritorco, al centro dell’Argentina. E già un altro bambino, un altro ‘aquilone cosmico’, un uomo con otto sensi, sta nascendo...’

Quarant’anni fa, lo sappiamo, Maradona segnò, con l’Inghilterra, il più bel gol della storia. Fu allora, mentre il pallone entrava in rete che il grande telecronista argentino Víctor Hugo Morales gridò aggettivi capaci di raffigurare la grandiosità dell’impresa dei dribbling di Diego e descrisse così la sua immensità: ‘genio, genio, genio, poeta’. Le parole sgorgavano dalle labbra di Morales con la stessa vertigine dell’azione a cui stava assistendo.

Quegli aggettivi gli sembrarono insufficienti e, travolto dall’emozione, Morales definì Maradona un ‘barrilete cósmico‘, una cometa che aveva appena attraversato il campo di gioco come se avesse solcato uno spazio siderale. Non pago, Morales si rivolse direttamente a Maradona, che naturalmente non poteva rispondere, e gli chiese da quale pianeta venisse? Quella giocata sembrava davvero provenire da un altro mondo.

Un anno e due giorni dopo quel gol prodigioso, il 24 giugno 1987, nacque nella città di Rosario un bambino di nome Lionel Messi. Vent’anni fa Diego Maradona disse che Leo era un giocatore diverso, molto diverso, da tutti gli altri. Ciò che colpiva era soprattutto il modo in cui Messi portava avanti il pallone, senza doversene occupare, senza nemmeno guardarlo, sfiorandolo appena con il collo del piede, quasi percependolo istintivamente; la sua unica preoccupazione era imprimere alla sua corsa la velocità necessaria per lasciare indietro gli avversari. E, quando l’intervistatore gli chiese se vi vedesse una somiglianza con sé stesso, Diego annuì con decisione: ‘Moltissimo’.

Era la prova: Leo Messi era un nuovo aquilone cosmico; a un nuovo inviato proveniente da un altro pianeta.

Pochi giorni fa, il 22 giugno, poco dopo che l’Austria era stata sconfitta dall’Argentina per due reti a zero, entrambe segnate da Lionel Messi, il commissario tecnico austriaco Ralf Rangnick dichiarava, amareggiato ma al tempo stesso meravigliato, che in Messi tutto sfidava la logica, la razionalità, la prevedibilità.

Il suo staff tecnico aveva visionato innumerevoli filmati per capire come contrastare l’inspiegabile capacità di quest’uomo di trentanove anni di eludere il pressing, scardinare le difese e sfuggire alle marcature più ferree; ma non solo non ci erano riusciti, non erano stati nemmeno in grado di prevederne le mosse. ‘In Messi c’è qualcosa che va oltre ogni sapere tecnico’, disse; ma lui, Rangnick, non sapeva definire né spiegare che cosa fosse quel ‘qualcosa’.

Certo: un’altra percezione del gioco, un’altra visione, qualità sensoriali del tutto estranee al resto dei comuni mortali. Era davvero un aquilone cosmico. Chiunque può rendersi conto che Lionel possiede le stesse caratteristiche di Diego: uno sguardo sembra sollevarlo ben al di sopra del campo di gioco e questo gli permette di conoscere con assoluta precisione la posizione di ogni giocatore, avversario o compagno che sia. Un sesto senso, forse. Ma non è tutto: riesce anche a intuire che cosa stia per fare ciascuno di loro. Un settimo senso?

E, come se non bastasse, c’è l’esplosività, l’imprevedibilità, la soluzione istantanea a qualsiasi ostacolo, al minimo impedimento sul suo cammino: un lampo che illumina e apre la strada. Un ottavo senso? Perché continuare? ‘Non c’è alcuna logica’, si lamentava Ralf. Da quale pianeta sei arrivato, Lionel?

Non saprei dire se il quarto movimento della Sinfonia n. 9 di Ludwig van Beethoven, né il poema che lo ispirò, Ode alla gioia, del poeta tedesco Friedrich Schiller, immaginassero l’avvento di Diego Maradona e di Lionel Messi, né tantomeno le loro imprese. So però che le giocate di entrambi suscitano una gioia indescrivibile, provocano letizia, esultanza, entusiasmo, tripudio; quelle giocate illuminano e, fosse anche solo per un istante, ci riconciliano con la nostra sventurata specie. Questo lo aveva compreso già molto tempo fa il cantautore argentino, Fito Páez, quando compose ‘Y dale alegría a mi corazón‘ in omaggio a Diego. E come non estendere questa invocazione all’immenso Messi? Che la sua magia non finisca mai! Da quale pianeta sono venuti? Saranno davvero arrivati da un altro pianeta?

Ho una mia modesta teoria, che espongo con un certo pudore. Secondo quanto attestano gli “esperti”, gli ufologi, gli occultisti, gli eletti, le guide spirituali e altri ancora, all’interno del Cerro Uritorco (nell’Argentina centrale, nella provincia di Córdoba, presso la località di Capilla del Monte) esisterebbe la città energetica di Erks. Per definizione, si tratterebbe di un’enclave sotterranea e interdimensionale di luce, capace di favorire l’evoluzione dell’umanità. Sorge in un triangolo di forze energetiche e avrebbe come scopo la rigenerazione dell’essere umano. I suoi abitanti sarebbero dunque entità di luce – guide spirituali o fratelli cosmici – che aiutano gli uomini a elevare la propria vibrazione e il proprio livello di coscienza.

E allora viene spontanea una domanda: e se Diego Maradona e Lionel Messi fossero proprio gli inviati di quella città, mandati per illuminarci, abbagliarci e aiutarci a superare gli orrori e le crudeltà alle quali, purtroppo, ci siamo ormai assuefatti? Se così non fosse, perché Diego e Lionel sarebbero nati proprio in Argentina e non in un altro angolo del pianeta?

Mi commuove pensare che, proprio nell’istante in cui scrivo questo strampalato articolo, un nuovo inviato, un nuovo messaggero della luce, possa stare nascendo a San Miguel de Tucumán, nella provincia di Jujuy, nella provincia di Río Negro o magari nei pressi del magico Cerro Uritorco.

(foto di copertina da wikimedia commons)

Lucio Iudicello ha scritto in spagnolo, ecco la versione originale:

               

    Hace 40 años, Maradona se atrevió a perpetrar el célebre gol ante Inglaterra, al que no pocos consideran el mejor tanto de la historia. En esa ocasión, mientras se consumaba la hazaña, el gran comentarista Víctor Hugo Morales iba disparando calificativos que pudieran representar la desmesura de la jugada y del jugador: genio, genio, genio, poeta, fluían de sus labios con el mismo vértigo de la acción que presenciaba. Sin embargo, tales calificativos le parecieron exiguos y, desbordado por la emoción, denominó a Maradona “barrilete cósmico”, vale decir una suerte de cometa que navega el campo de juego como si surcara el espacio sideral. Y, no conforme con eso, preguntó, a un tácito Maradona, de qué planeta venía, porque, en efecto, la jugada parecía proceder de otro mundo.

   Un año y dos días después de ese gol prodigioso, el 24 de junio de 1987, nacía, en la ciudad de Rosario, un niño llamado Lionel Messi, del cual el propio Maradona comentó en una entrevista, hace ya dos décadas, que era un jugador muy diferente de los demás. Le sorprendía, sobre todo, la forma en la que Lionel llevaba la pelota, sin tener que ocuparse de ella, sin tener que mirarla, empujándola apenas con el empeine, sintiéndola, por lo que su única inquietud pasaba por imprimir a la carrera una velocidad necesaria para aventajar a los rivales. Y, cuando el entrevistador le preguntó si lo veía parecido a él, asintió enfáticamente: “muy parecido”. Estábamos, pues, ante un nuevo barrilete cósmico; ante un nuevo emisario de otro planeta.

   El pasado 22 de junio, poco después de que Austria cayera derrotada por Argentina con dos goles a cero, ambos hechos por Lionel en el contexto del mundial 2026, el técnico austríaco Ralf Rangniek manifestaba, dolido pero maravillado, que todo en Messi contrariaba la lógica, lo racional, lo previsible; su equipo técnico había visto inumerables videos para averiguar cómo se podía contrarrestar la inexplicable capacidad de este hombre de 39 años para sortear las presiones, los cerrojos, las marcas más férreas, pero no solamente no lo consiguieron, sino ni siquiera pudieron adivinarlo. “En Messi hay algo más que entrenamiento”, dijo;  pero él, Rangniek, no podía definir ni explicar qué era ese algo. Claro: otras percepciones del juego; otra visión; atributos sensoriales del todo ajenos al resto de los mortales. Un barrilete cósmico, eso era. Cualquier buen observador puede advertir en Leo lo mismo que advertía en Diego: una mirada que parece elevarlo muy por encima del campo de juego y le permite saber la ubicación exacta de cada jugador, tanto rivales como compañeros. Un sexto sentido, tal vez. Pero eso no es todo: también puede intuir qué está por hacer cada uno de ellos. ¿Un séptimo? Y, por si fuera poco: el estallido, la imprevisibilidad, la solución instantánea a cualquier traba, al mínimo escollo en su camino, el relámpago que ilumina y despeja. ¿Un octavo? ¿Para qué seguir? No hay lógica alguna, se lamentaba Ralf. ¿De qué planeta viniste, Lionel?

   No podría asegurar que el cuarto movimiento de la Novena Sinfonía, de Beethoven, ni el poema que la inspiró, Oda a la alegría, del poeta alemán Schiller, imaginaran el advenimiento de Diego y Lionel, ni tampoco de sus hazañas , pero sí que las jugadas de ambos proporcionan un júbilo indescriptible, alegría, gozo, exaltación, alborozo; que esas jugadas iluminan y, aunque sea momentáneamente, reconcilian con nuestra especie desdichada. Eso lo supo, hace ya tiempo, el cantante y pianista Fito Páez cuando compuso Y dale alegría a mi corazón, en homenaje al Diego. ¿Cómo no hacer extensivo este ruego al inmenso Messi? ¡Que su magia no acabe nunca! ¿De qué planeta vinieron? ¿Habrán venido de otro planeta?

   Tengo para mí una modesta teoría, que enuncio con cierto pudor. Según pueden dar fe “entendidos”, ufólogos, ocultistas, elegidos, guías espirituales y otros, en el interior del cerro Uritorco (centro de Argentina, provincia de Córdoba, localidad de Capilla del Monte) existe la ciudad energética de Erks. Por definición, se trata de un enclave  interdimensional y subterráneo de luz, que facilita la evolución dela Humanidad. Está en un triángulo de fuerzas energéticas y su propósito es la regeneración humana. Por lo tanto, sus habitantes son entidades de luz (guías espirituales o hermanos cósmicos) que ayudan a elevar la vibración y conciencia de los seres humanos. Pregunta necesaria: ¿Maradona y Messi no serán sus enviados para alumbrar, deslumbrar y hacernos superar horrores y  crueldades a las que, desgraciadamente, estamos acostumbrados? Si no fuera así, ¿por qué Diego y Lionel nacieron en Agentina y no en otro lugar del planeta? Me conmueve pensar que, en el preciso instante en el que concluya este disparatado artículo, un nuevo enviado, emisario de la luz, pueda estar naciendo en Tucumán, Jujuy, Río Negro o en las proximidades del mágico Cerro Uritorco.