IIl Palio Dipinto, il Drappellone, è ‘differente da qualsiasi altra cosa’: altro due metri e mezzo, largo ottanta centimetri è ‘l’oggetto del desiderio’, il premio per la contrada che vincerà la corsa più attesa dell’anno. Il pianto collettivo dei contradaioli che lo portano in corteo è l’emozione senza limti di sa che un sogno eterno si è realizzato. Siena è una follia sacra.

Testo di Annalisa Coppolaro

Foto di Paolo Barni

Il drappellone davanti al Duomo di Siena

Quando i senesi si ritrovano nell’entrone, nel cortile dove escono i cavalli, per giudicare il cencio, ci sono tre possibilità. Gli applausi caldi incondizionati,  il tepore di chi storce il naso solo un po’, oppure i fischi. Ma il Palio dipinto, cencio o drappellone come si voglia chiamare, è differente da qualsiasi altra cosa. Realizzato su seta, su un drappo di  due metri e mezzo per ottanta centimetri , l’oggetto del desiderio di migliaia di senesi che viene voluto, agognato, abbracciato, strattonato, baciato,  e da nove contrade rimpianto, il drappellone è al centro delle forti emozioni delle dieci contrade che a ogni Festa se lo contendono.

I due Palii di Siena si corrono il 2 luglio e il 16 agosto in questa modalità dal 1600, e sei giorni prima della corsa dei cavalli, che a Siena si chiamano barberi, in piazza del Campo,  c’è il momento che consacra l’inizio dell’atmosfera paliesca,  preceduto da un altro sacro momento, quello della terra in piazza. Quando il tufo si stende sulle lastre di Piazza del Campo, e si montano i palchi, il senese ha il cuore in gola. La passione sta per rinnovarsi, anche per le contrade che non corrono, perché nessun senese è immune dal batticuore dei due momenti più attesi, quando la febbre sale e si vuole fortissimamente che la propria contrada vinca quel pezzo di stoffa, poi conservato nei musei di contrada come cimelio preziosissimo e adorato.

Terra in piazza, poi il giorno dopo la presentazione del cencio proprio nel cuore di Palazzo pubblico sotto la Torre del Mangia che svetta e osserva tutto dal suo alto palcoscenico regale. 

Dall’entrone usciranno i dieci cavalli la sera della festa. Non esiste luogo migliore per presentare il palio. La gente si assiepa attorno al cortile e ai sedili riservati ai Vip, e subito prima suonano le chiarine,  trombe solo senesi che eseguono la marcia del palio dando il via al rito paliesco, musica che a ogni contradaiolo mette  i brividi. Anche a chi non è di contrada il suono delle chiarine riporta alla mente l’infanzia, il brivido di una calda follia che sta per iniziare, e riunirsi nell’entrone di Palazzo Pubblico, ad attendere il drappellone fa parte di questi riti mozzafiato di amore, passione e pazzia, qualcosa di ancestrale che vive nel Dna di ogni figlio di Siena.

Poi appare la stoffa dipinta, l’oggetto desiderato e la città si schiera. E’ una reazione immediata, amore o indifferenza. O al peggio il rifiuto, se il palio dipinto non accende niente, se il brivido non parte e oggettivamente  non piace, arrivano i fischi e la delusione dei convenuti davanti a quel drappo di seta che non fa battere il cuore.

Non si pensi che il Palio sia un dipinto di minore importanza. Lo hanno dipinto i più noti artisti senesi,  e grandi nomi stranieri e italiani. Qualche esempio? Salvatore Fiume, Pietro Annigoni, Fernando Botero,  Renato Guttuso, Tano Festa, e proprio di recente Milo Manara, I musei di contrada racchiudono capolavori che destano l’orgoglio di ogni suo appartenente. 

Ma ci sono tre stadi, dicevamo. 

Il primo è la curiosità di vedere e giudicare, con applausi, indifferenza o fischi questa opera così voluta da ogni contrada in lizza. Quel momento nell’entrone, quando il senese osserva e critica e dà un giudizio estetico su quanto il pittore è riuscito a fare, a come ha dipinto Siena e il Palio. 

Il secondo è il passaggio del Palio da opera d’arte a icona e feticcio di una voglia fortissima, intrinseca del contradaiolo, la vittoria della sua contrada sul tufo. E in questo passaggio diviene pressochè inutile sapere chi ha dipinto il cencio, com’è e cosa rappresenta nei colori e nei temi dettati  dal Comune di Siena agli autori anno per anno, Palio per Palio. E’ l’artista poi a interpretare il tema e a raffigurarlo a suo piacimento. Ma in questa seconda fase, dicevamo, ci si dimentica di cosa sia su quel pezzo di stoffa. Non è infrequente sentire la gente che dice, testualmente : ‘ Per me potrebbe anche averlo fatto un cittino delle elementari…” Ma non solo questo. Puoi sentire di tutto alla presentazione.

Anche se fosse un pezzo di seta bianca lo vorrei comunque eh… Da una fase di interesse artistico ed estetico si passa a un momento in cui le priorità sono altre. ‘Daccelo’. L’urlo che tutte le contrade emettono quando passa il Palio in piazza montato sul carroccio trainato dai buoi  in quella che si chiama la passeggiata storica, prima della carriera, ‘Daccelo’. E basta. Potrebbe essere davvero uno straccio bianco montato su di un palo Forse il termine ”cencio” non è casuale, ecco. 

Poi c’è il terzo momento, l’emozione indescrivibile della contrada vittoriosa che si appropria del drappellone e lo porta in corteo verso il Duomo di Siena o la Chiesa di Provenzano. Ma ‘emozione’ è del tutto riduttivo.  E’ un pianto lunghissimo di gratitudine, un vibrare di suoni, passione, gioia infinita, canti, devozione alla contrada, venerazione del cencio che adesso giunge, abbracciato, amato, toccato da mille mani adoranti, prima in chiesa tra inni di contrada urlati e cantati, lacrime e tripudio, e poi nella chiesa della contrada vittoriosa. A questo stadio il Palio non è un drappellone, un cencio, un dipinto. E’ solo un oggetto di venerazione e bellezza che ogni contradaiolo adorerà per sempre, il simbolo di una vittoria desiderata e voluta come pochissime altre cose. Di nuovo, chi dall’ esterno, da non senese, osserva queste  reazioni di enorme violenza emotiva non capisce, non potrà mai capire. Può intuire forse cosa passa nella testa e dietro i volti sudati e piangenti di un fiume di folla unito da fazzoletti di uno stesso colore, da una fede e da una passione unica nel nome della propria contrada. Quel corteo dice tutto. Prima della venerazione del Palio ovviamente viene quella per il cavallo, che sfila per la città ed è il vero protagonista della carriera, anche lui baciato da tutti i contradaioli in lacrime.  Quindi il fantino portato in trionfo come un eroe inarrivabile. E poi il Palio, questo cencio dipinto ormai prezioso ed esaltante,  che verrà portato per mesi in cortei infiniti nelle strade di Siena, e che non ha più un volto o dei colori. E’ semplicemente tutto quello che si può sognare e volere. Ormai oggetto sacro, praticamente divino, il drappellone entra nei cuori e resta lì per sempre, nello spazio immateriale che solo chi appartiene a una contrada può capire e sentire. In quel momento, dopo la vittoria, non conta altro. Solo la luce accecante di aver vinto un’altra volta.