Testo Daniela Atropia
Foto di Isabella Balena
Sono passati trent’anni dalla fine dell’assedio di Sarajevo, terminato ufficialmente il 29 febbraio 1996. Daniela e Isabella, che vi erano state separatamente anche nel 1995 quando la città era ancora in guerra, sono ritornate nel luglio del 2025 e in questo articolo ci raccontano cosa hanno trovato e come il loro viaggio abbia fatto riaffiorare tante immagini e tanti ricordi.
La Miljacka che scorre lenta: riflessi verdi che si spezzano sulle pietre e lungo gli argini, l’acqua che passa silenziosa sotto i ponti e sembra contarli: il Ponte Latino, dove Gavrilo Princip accese la miccia della Prima guerra mondiale e iniziò “il Secolo breve”, il ponte di Vrbanja, oggi di “Suada e Olga”, con le sue vittime. Troppe anime, troppa storia per un fiume solo. Dal Trebević, il monte da cui durante la guerra degli anni Novanta si organizzavano perfino i safari dei cecchini, si può vedere Sarajevo che vive.

Sarajevo, 1995, il ponte di Cumuria
Adesso c’è la funivia che ti porta in vetta: il prima e il dopo, l’oggi e i ricordi che affiorano insieme ai passi, che escono dai taccuini stipati in soffitta, dai vecchi articoli conservati in un raccoglitore. Nel trentennale della fine dell’assedio, ufficialmente il 29 febbraio 1996, tornano le voci. E si rinnova lo stupore per questa città trasformata in una trappola per 1.425 giorni, sotto l’urlo del cielo sempre uguale, nell’assedio più lungo della storia moderna, quando i mortai serbi tenevano in scacco una popolazione a maggioranza musulmano-bosniaca (bosgnacca), ma in realtà multietnica, tradita dallo scioglimento della ex Jugoslavia e dall’appetito dei nazionalismi. Quasi 14mila morti, migliaia di speranze finite nelle fosse.

Sarajevo, 1995, i segni dei colpi di fucile su una casa, con un cartello che avverte: “Attenzione ai cecchini”
Sul calendario, quest’anno, il 29 febbraio non c’è ‒ fra l’altro, per un sortilegio delle coincidenze, nel 1992, l’indipendenza della Bosnia ed Erzegovina fu sancita con un referendum proprio fra il 29 febbraio e il 1° marzo ‒ ma non importa. Mi accorgo di avere in memoria ancora adesso l’eco delle “Maybe Airlines”, i voli delle Nazioni Unite, e di storie non raccontate. Come quella di Belma e della sua gentilezza: Belma che aveva aperto le porte di un ufficio, offrendo ospitalità. Lei con un amore da piangere in uno dei cimiteri bianchi di Sarajevo e un sorriso fragile.

Sarajevo, 1995., la chiesa di San Giuseppe e sullo sfondo l’Holiday Inn 
2026, la stessa inquadratura
Faceva freddo in quei giorni sospesi di fine assedio, tanto che dormivo con la giacca a vento e scrivevo qualche appunto con i guanti. Fuori la neve agli angoli delle strade, la stufetta accesa nell’ufficio come in un accampamento ai limiti di un precipizio e l’Holiday Inn, l’hotel costruito per le olimpiadi invernali del 1984, un tempo quartier generale del partito di Radovan Karadžić, leader dei serbi di Bosnia, poi diventato punto di riferimento per reporter di mezzo mondo. Storie vere, e talvolta soltanto verosimili, che riempivano le penne degli inviati: gli stupri etnici, il numero dei bambini uccisi, l’ombra di altri assedi, come quello di Leningrado “durato solo 871 giorni”, scivolata nei pezzi. Troppi cimiteri. Adesso la grande scatola gialla dell’albergo, affacciata sulla “Sniper Alley” ‒ il viale dei cecchini ‒ sembra più piccola; sullo sfondo le torri gemelle Momo e Uzeir, dal nome di due personaggi comici radiofonici ‒ uno serbo, l’altro bosgnacco ‒ allora bruciate e con i vetri in frantumi, svettano contro il cielo e restituiscono secche lame di luce.

Sarajevo, 1995, la “sniper alley”. 
Sarajevo, 2025
«Italiani? Offro da bere ‒ la voce di Rijad, bosgnacco di 28 anni tornato a Sarajevo per necessità e nostalgia, suona forte nel bar minuscolo ‒ Ho giocato a basket in Italia e non dimentico l’accoglienza». Bicchiere in mano, ascolto. Appena oltre la strada c’è il ponte di “Suada e Olga”, le prime vittime dell’assedio. Lì sono stati ammazzati anche due fidanzati in fuga: lei musulmana e lui serbo e il pacifista italiano Gabriele Moreno Locatelli. «In verità i giovani vorrebbero costruire, ma sono frenati dalle beghe della politica», conclude Rijad e mi sembra di risentire un amico ferito quando era un ragazzino soldato: «Amo Sarajevo, ma tutto lì è fragile…».

Una lapide in memoria di Suada e Olga, su quello che al tempo si chiamava il ponte di Vrbanja

La targa in ricordo del pacifista italiano Gabriele Moreno Locatelli, anche lui ucciso sul ponte di Vrbanja, oggi intitolato a Suada e Olga
È curioso, ma camminando per certe strade mi sembra di averle percorse ogni giorno da allora, mentre altre mi sono estranee, segno che ai tempi non si potevano imboccare. Di alcune rammento le direttrici oscure che si smarrivano dietro le case, verso cortili morti. Così rivedo il volto livido di Borislav Herak, giovane serbo-bosniaco incontrato in carcere e condannato per lo stupro e l’uccisone di donne bosniache. E su tutto torna l’eco dei versi, sottotraccia da quando me li aveva recitati a Mostar un comandante innamorato chissà come dell’Italia: «Per me si va nella città dolente…».

Sarajevo, 1995, i segni delle granate sull’asfalto

I segni delle granate vengono chiamati oggi “le rose di Sarajevo”
Oggi per guida ho un tassista di mezza età che regala nomi di luoghi e qualche parola di circostanza in inglese. Cadenze allegre, nella monotonia di una giornata con pochi clienti. Poi, ecco i palazzi popolari del quartiere di Dobrinja, dove la linea del fronte non era mai uguale. Adesso, come attraverso un paio di lenti sbagliate, si sovrappongono le immagini dei casermoni feriti, con la neve alta sui tetti. In quei giorni freddissimi avevo visto le trincee cittadine e imparato il loro silenzio, con i soldati nascosti dietro ai muri sbrecciati, ma ancora capaci di sorrisi. In quei palazzi vivevano le “famiglie di prima linea”. Tutto respirava piano. È vero, come hanno scritto in molti, che l’assedio terminò senza clamore, anche perché la guerra si era già conclusa formalmente con gli accordi di Dayton siglati nel dicembre del 1995, eppure l’atto finale di quella tragedia trascinò con sé nuove, ma prevedibili, scorie. In marzo ci furono gli ultimi strascichi dell’odio. Ho ricordi a colori di quel periodo: hanno il volto di famiglie come quella conosciuta a Grbavica, il quartiere sulla linea del fronte, in una notte di marzo, l’ultima prima che l’ex roccaforte serba passasse sotto l’amministrazione croato-musulmana, ricongiungendosi al resto di Sarajevo.

Sarajevo, 1995, i quartieri popolari con i segni della guerra

l’Holiday Inn, oggi.
Qui ho incontrato Jasmina, 13 anni, separata da un padre musulmano rimasto dall’altra parte della città e una madre serba. Una di quelle alchimie che a Sarajevo era frequente trovare. La casa, in cui si era raccolto un gruppetto multietnico di parenti e vicini impauriti, era quella dello zio Miograd. Alcune bombe a mano sul tavolo della cucina, fuori il buio e la notte dei fuochi di Grbavica, in cui gli estremisti incendiavano case e cassonetti, mentre gli altri serbi fuggivano altrove. Miograd aveva allestito lungo le scale dello stabile un antifurto improvvisato con barattoli e bottiglie per paura che qualcuno potesse entrare. Jasmina tendeva l’orecchio al crepitio dei palazzi e raccontava della fuga da Goradze, della vita insieme alla mamma in Serbia, del padre medico che non aveva potuto stare con loro, poi arrivato a Sarajevo a curare i soldati dell’Armija bosniaca: «Quattro anni senza di lui, un’eternità». Per tutto il pomeriggio i blindati dell’Ifor, la forza multinazionale a guida Nato dispiegata in Bosnia dal dicembre 1995, i soldati francesi e i bersaglieri italiani avevano perlustrato il quartiere a caccia degli ultimi piromani sempre più ubriachi, ma meno convinti. L’alba era arrivata livida, ma senza fiamme e un fiume di persone e famiglie miste aveva attraversato il Ponte della Fratellanza e dell’Unità che collegava Grbavica al resto della città. L’incolpevole Jasmina aveva riabbracciato suo padre come in un vecchio film.

Sarajevo 1995, la Biblioteca Nazionale distrutta dalla guerra

La Biblioteca, oggi
Tutto quel dolore e quelle storie adesso gridano dalle bacheche dei memoriali cittadini, con i vestiti e i giocattoli delle vittime, insieme alle testimonianze dei sopravvissuti che raccontano l’assedio. Lezioni di resilienza nello stratificarsi delle memorie che spuntano dai cortometraggi sugli adolescenti cresciuti nei cortili, fra le carcasse di vecchie automobili su cui i ragazzi fingevano di fuggire sgommando. Fotografie di mercati, di code per l’acqua, di gente che corre sotto il fuoco dei tiratori e dietro l’occhio dei reporter con le loro vicende parallele. “Pazi snajper!”, attenzione cecchino, le scritte che segnalavano le zone a rischio; Miss Sarajevo e lo striscione del concorso di bellezza del ’93 che implorava “Don’t let them kill us”, non lasciate che ci uccidano, esibito da ragazze incredibilmente belle. La canzone degli U2 nelle orecchie. Si esce con il desiderio del “mai più”, ma oltre il perimetro di Sarajevo, oggi non più capitale multietnica e multiculturale come un tempo, insieme all’archetipo della città martire, c’è tutto un Paese non risolto. La coda infinita, ostinata, di quegli anni di guerra che è la nuova Bosnia ed Erzegovina con le sue diverse entità, la sua governance difficile, il silenzio dei morti alto sulla voce dei vivi. Il dopo che non si emancipa dal prima.
