jNove squadre africane su dieci hanno superato il primo turno dei mondiali. Si è incrinato il dominio occidentale e latinoamericano del calcio? Anche il mondo del pallone si mescola e si riscrivono le storie dei vincitori e dei vinti. Aveva ragione Camus: ‘Quel poco che so di morale l’ho imparato sui campi di calcio’. Aggiungeva: ‘e sui palcoscenici del teatro. Era tempo che la storia fosse raccontata da chi si voleva escluso.

Testo di Sveva Lipari
Foto di Andrea Semplici
Nove squadre africane su dieci si sono qualificate per la fase a eliminazione diretta del Mondiale 2026. Quattro anni fa, in Qatar, dove il luminoso Marocco arrivò in semifinale segnando il record africano, le nazionali erano cinque.
Dopo una partita giocata e l’eliminazione del Sudafrica contro il Canada, le Nazioni africane che hanno superato i gironi sono otto e questi non sono semplici numeri, ma verdetti sul campo che parlano e comunicano, in modo netto e tagliente, demolendo l’assetto eurocentrico del calcio. Cinque delle nazionali qualificate per i sedicesimi sono allenate da tecnici locali: Marocco, Egitto, Senegal, Costa d’Avorio e Capo Verde, ultimo miracolo che affronterà l’Argentina e che rimarrà nella storia del torneo e del calcio africano. È pur vero che nessuna squadra ha vinto il proprio girone, ma è anche vero che il continente ha buone possibilità di portare agli scontri diretti quasi tutto il suo contingente di partenza, aspettando di fare un bilancio finale appena le nazionali giungeranno al discriminante decisivo dei quarti di finale.
Per molti anni, il calcio africano è stato narrato attraverso la lente deformante del folklore. “Ingegno ma senza disciplina”, “talento fisico ma tatticamente immaturo”: formule semplicistiche nate nelle trasmissioni sportive del vecchio continente che non riflettevano appieno l’attitudine del calcio africano, che invece oggi corre forte. Ho sentito parlare della profezia anni ’90 di Pelé, poi di Africa molto europea e anche di Europa molto africana. Per lungo tempo, anche il gioco del calcio ha riprodotto le medesime dinamiche socio-economiche del mondo esterno: i giovani talenti, chiamati a giocare nei ricchi club europei, lasciavano le Patrie di origine private delle proprie gemme.
Oggi, i calciatori di ritorno sono dati statistici importanti: dei 260 convocati africani, 115 sono nati in Europa. A tendenza inversa c’è solo l’Egitto e il Sudafrica eliminato, con una rosa di giocatori nati e cresciuti in patria. Forse, più naturalmente, è il mondo che si mescola, com’è giusto che sia, ed è lo sport che si muove, che trova il suo cammino, il suo alveo nella corrente.
Albert Camus, che del calcio conosceva la solitudine del portiere, scriveva «Veramente, quel po’ che so di morale, l’ho appreso sui campi di calcio e sulle scene di teatro, che resteranno le mie vere università» (Pourquoi je fais du théâtre, Gallimard, Paris, 1985, pagg. 1727ss). In quella periferia esistenziale e geografica di Algeri, il calcio diventava una metafora esistenziale, unico spazio in cui la storia non era già scritta dal vincitore. Oggi, quel riscatto evocato dalla letteratura si fa fatto sociale totale: un rito collettivo in cui un’intera società mette in gioco la propria identità, la propria rivalsa simbolica. Il campo smette di essere gioco e diventa il palcoscenico in cui l’intera società si esprime e si ridefinisce.
La rappresentanza numerica comincia finalmente a riflettere il peso demografico del mondo e sorride al futuro, svelando quasi l’invecchiamento del canone occidentale. L’allargamento del Mondiale, inizialmente criticato dall’élite d’Occidente come un potenziale impoverimento della qualità, ha finito per svelare l’esatto contrario: la qualità già esisteva, mancava solo lo spazio politico e numerico per manifestarsi. Leggo, perciò, della poesia in questa percentuale che non lascia spazio ai dubbi dei nostalgici, quasi fosse la promessa più romantica dello sport. Non possiamo più parlare di fuga di talenti, ma considerare una contro-diaspora di competenze, rigore, orgoglio atavico.
L’Europa ha inventato lo sport moderno, ha regalato le regole; il resto del mondo vi ha introdotto l’anima. Il calcio, per sua natura sovversivo ed esaltante, ha tradito le sue gerarchie e i vecchi canoni, smettendo di essere lo specchio della disciplina razionalista per farsi linguaggio dei margini, lì dove storia e geopolitica tracciano barriere che il campo invece annulla.
Il calcio non appartiene a una sola geografia, non ha mai parlato una sola lingua, ma invece dimostra che la periferia può farsi centro semplicemente spostando l’asse del mondo. E resta così solo il gioco, restituito alla libertà di chi potrà ridisegnare le regole, uno spazio sacro in cui le distanze si azzerano, dove la storia può finalmente cambiare direzione e il tempo presente scriversi al futuro
