La metà degli italiani ha almeno un piccolo ‘segno’ sulla pelle, dove rimarrà ‘quasi’ per sempre. Questa, mentre si svolgono le convention dell’arte di tatuare, è la storia dei tatuaggi. Che è antica come l’uomo: la mummia di Ötz aveva ‘puntini’ incisi sul corpo.

Testo di Carla Reschia

Foto di Andrea Semplici

Una due giorni dedicata ai tatuaggi come il Trieste Tattoo Expo (11-12 novembre scorso), o come la Florence Tattoo convention, che si terrà a Firenze dal 1 al 3 dicembre, sono occasioni perfette per affacciarsi a un mondo che è divisivo per assunto. I tatuaggi, o li si ama, o li si odia, difficile che lascino indifferenti. Chi li odia ha, in genere, un set di argomenti e frasi molto standard che va dalla salute, l’inchiostro che finisce nel sangue insieme a minacciosi anche se non meglio definiti “metalli pesanti”, a “il modo migliore per prendersi un’epatite/aids/un’infezione…”, all’estetica, “non potrai mai più cancellarlo”, alla storia, “roba da galeotti, puttane e marinai”, al decoro borghese, “come fai a presentarti a un colloquio/pranzo/incontro di lavoro con quella roba”.  E così via.


Molto si può obiettare a ognuno di questi argomenti. Vero, c’è stato un tempo, forse è ancora così in qualche angolo del mondo, quando la pratica era un po’ selvaggia e si usava veramente di tutto, persino la vernice industriale, ma oggi i tatuatori professionisti seguono un disciplinare internazionale molto rigoroso, sia per quanto riguarda i materiali (aghi, inchiostri e così via), sia per quanto riguarda igiene e disinfezione, e uno studio di tatuaggi è un luogo sicuro e sterile. I tatuaggi, inoltre, si possono cancellare con un laser, come le cicatrici dell’acne, è un procedimento lungo ma del tutto possibile e praticato. E, qualunque cosa siano stati e abbiano rappresentato in passato, oggi sono semplicemente di moda e, senza scomodare quelli fin troppo citati del fu avvocato Agnelli, si vedono esibiti da celebrità, calciatori, star della Nba, rapper e persone assolutamente qualunque senza nessun sospetto di appartenere a categorie socialmente esecrabili.


Ma, un po’ come le famose famiglie citate da Tolstoj, infelici ognuna a modo suo, i motivi per cui i tatuaggi, invece, si amano, sono tanti quanti le persone che li scelgono. Moda, appartenenza, ricerca interiore, o attrazione per quella strana e affascinante pratica che è la modificazione del corpo e che vorrebbe fare di sé stessi la propria opera d’arte.


Di certo, l’Italia sul tema è in prima linea e sembra divisa quasi esattamente a metà: stando a dati del 2021, infatti, è il paese più tatuato del mondo, con il 48% della popolazione che ha almeno un piccolo “marchio” sulla pelle. Seguono la Svezia (47%) e gli Stati Uniti (46%).


Forse anche per questo, la chiesa cattolica, malgrado un ormai lontano anatema dell’imperatore Costantino (che tuttavia riguardava espressamente il volto, creato ad immagine e somiglianza di Dio, e quindi intoccabile) oggi sul tema è molto più possibilista
«Non spaventarti dei tatuaggi», ha risposto Papa Francesco il 19 marzo 2018 a un giovane del Pontificio collegio internazionale Maria Mater Ecclesiae: «Gli eritrei, da anni, si facevano la croce qui (sulla fronte), anche oggi li vediamo. Si tatuavano la croce. […] Il tatuaggio indica appartenenza». E ancora, all’udienza generale del 20 febbraio 2019: «Oggi è di moda il tatuaggio: “Sulle palme delle mie mani ti ho disegnato” (Isaia, 49, 16). Ho fatto un tatuaggio di te sulle mie mani. Io sono nelle mani di Dio, così, e non posso toglierlo».


Ma l’appartenenza è esattamente il motivo per cui è malvisto in Giappone, culla dell’Irezumi, un grande affresco a colori che copre quasi interamente il corpo e deve seguire un principio di armonia, anche se composto da soggetti diversi e dove ogni dettaglio deve integrarsi nel complesso dell’opera, eseguito a mano con la tecnica tebori, una delle forme più difficili e antiche, in cui gli aghi vengono messi si una bacchetta che poi viene mossa avanti e indietro nella pelle dove si fissa il colore. Il tatuaggio, infatti, è usato tradizionalmente come segno di appartenenza alla Yakuza, la mafia giapponese e, chi ne ha, è bandito dagli onsen, i bagni termali tradizionali.


Tuttavia, un vero tatuaggio giapponese, apprezzatissimo fuori dal paese d’origine ed eseguito da uno dei rari maestri esistenti, richiede anni e può costare fino a centomila euro. Affinare l’arte dell’irezumi, infatti richiede un processo molto lungo, che necessita di capacità specifiche per apprendere i vari stili di sfumatura e le tecniche per tatuare a mano ciò che il cliente richiede.
Dal tatuaggio per definizione, il tatau samoano, da cui è nato il termine inglese tattoo, discende invece la grande e prospera famiglia dei tatuaggi tribali, siano maori, aztechi, thaithiani o altro.
Perché, che i tatuaggi siano antichi quanto l’umanità lo testimoniano la mummia di Ötzi, il cacciatore preistorico restituito dalla neve in disfacimento della Val Senales, gruppi di punti impressi sulle articolazioni forse a scopo terapeutico, o quella della “principessa dei ghiacci” siberiana, ritrovata nell’Altai e ricoperta di simboli eleganti e complessi che ricordano le straordinarie creazioni dell’oreficeria scita.


Oggi quel mondo di simboli e di riti, dove il tatuaggio esprimeva e riassumeva la storia e il lignaggio di un individuo, si è, in gran parte, perduto, o almeno trasformato nel grande supermercato delle convention dove si trovano, tutti una volta e tutti insieme, indumenti di biancheria intima, bigiotteria, prodotti e creme per curare, guarire e preservare i tatuaggi, eventi di body painting e, naturalmente, centinaia di tatuatori. Molti disponibili per i “walk in”, e cioè piccoli tatuaggi a prezzi popolari da praticare senza appuntamento, al momento, e da scegliere tra una gamma di disegni proposti dall’artista. Un percorso facile, consumistico, per così dire, che capovolge l’approccio classico dove è il cliente a concordare il disegno con il tatuatore, ricercando qualcosa di unico e personale.


In realtà, come qualsiasi altro fenomeno legato all’estetica, i tatuaggi vivono di mode e per averlo chiaro, un giro a una convention è esemplificativo tra l’alternarsi e lo stratificarsi di tendenze, di momenti storici diversi: le farfalle, i delfini, i teschi, i crocefissi e i cuori rossi, sanguinanti, trafitti, i braccialetti, gli arcobaleni, i personaggi dei fumetti, le scritte emblematiche o criptiche, i personaggi famosi, i cani, i gatti, le dichiarazioni di fede o di amore, i nomi. Tutto resta sulla pelle e diventa, col passare degli anni, reperto di una sorta di archeologia personale. Anche le enigmatiche fasce nere più o meno ampie sulle braccia e sulle gambe nate, pare, da un’esigenza molto pratica, nascondere tatuaggi imbarazzanti o non più graditi, e diventate un genere a sé.


C’è tuttavia ancora una, almeno una grande divisione tra chi, i più, tatua con la macchinetta, l’elettrodermografo, erede della penna elettrica inventata da Thomas Edison nel 1876 per tutt’altri motivi, e rielaborata nel 1891 da Samuel O’Reilly che scoprì come poteva essere modificata e usata per introdurre inchiostro nella pelle, e chi usa l’antica tecnica dell’handpoke, ovvero tatua a mano, con un bastoncino a cui è assicurato un ago.
Metodo più lento, difficile, artigianale, quindi preferito da chi accusa il facile consumismo che ha ormai pervaso anche il mondo, un tempo alternativo e trasgressivo, dei tatuaggi, ma trasversale per età e status. Roccaforte di un tatuaggio pensato, personalissimo, di certo diverso da ogni altro. O forse solo una moda nella moda.


L’ultima frontiera potrebbe essere quella dell’elettronica. Un’équipe di ricercatori dell’Istituto italiano di Tecnologia di Genova e dell’University College di Londra ha annunciato lo sviluppo di una sorta di tatuaggio luminoso che brilla di luce propria sulla pelle e che dovrebbe essere anche programmabile. Si tratta di piccoli e sottilissimi schermi Oled che vengono fabbricati su carta per tatuaggi temporanei per essere poi trasferiti su una nuova superficie premendoci sopra e tamponandoli con l’acqua.

(Le foto sono state scattate, nel 2017, alla Convention Tatoo del 2017. La Convention fiorentina 2023 si svolgerà, alla Fortenza da Basso dal 1 al 3 dicembre)