E se, atterrando a Pechino, trovi che il cielo è azzurro, il traffico silenzioso e le peoni fioriscono nelle aiuole…ti trovi a camminare lungo la ‘via del dragone’, fra un passato remoto e un ultramodernità che ti sorprende.
Testo e foto di Nicoletta Salvatori

La prima cosa che noto arrivando a Pechino, la prima delle tante che intaccheranno i miei stereotipi, è il cielo azzurro, l’aria pulita, le aiuole fiorite di peonie, il traffico intenso, scorrevole, silenziosissimo. Le biciclette sono sparite, sostituite da miriadi di micro motorini, tutti rigorosamente elettrici. Le auto, elettriche anch’esse, sono grandi, belle, moderne (le targhe sono differenziate per colore: le elettriche le hanno verdi come per stigmatizzare la emarginazione delle ormai poche blu di chi ancora usa carburanti fossili).
C’è una bell’aria a Pechino (ex città più inquinata al mondo). Sulle guide si legge che in Cina oltre il 60% del fabbisogno elettrico viene dalle rinnovabili (e conta di arrivare all’85% nel 2050). Incrocio un autobus a idrogeno. E la Vecchia Europa con il suo contestato green deal, l’automotive in crisi, la rincorsa al petrolio a tutti i costi, comincia già a mostrare tutte le sue rughe.
Certo la capitale del Nord è un pò inamidata nel suo essere il centro amministrativo e politico della Grande Cina, trattenuta nella sua ansia di modernità, troppo nota per poter davvero stupire con i suoi gioielli: il Tempio del Cielo, la Città proibita, il Palazzo d’Estate. A stupire però è il verde che esplode, curatissimo come un acquarello, le strade, i marciapiedi e le piazze tanto pulite da far intimidire la Svizzera. E poi c’è la gente. Tanta gente.
La seconda impressione più forte viene dai numeri. L’area metropolitana è di Pechino è grande come una nostra regione. Fa 23 milioni di abitanti. Ma non è tra le grandi. Shanghai va per i 30, e non è un record. Chongqing ne conta 32, Shenzhen 20 e quando siamo andati a visitare Shouzou, la “Venezia d’Oriente”, battezzata da un Marco Polo a cui armai difettava la memoria, ce l’hanno presentata come un villaggio. Ha 10 milioni di abitanti… In tre città fanno l’intera Italia.

I cinesi sono tanti. Tantissimi e te ne accorgi subito. Spingono senza ritegno, si muovono in flussi compatti in cui gli spazi individuali sono compressi e violati, parlano ad alta voce, ma cono curiosi, ti guardano, chiedono.
Tutti i numeri sono dalla loro. E non solo quelli che la superstizione popolare mette al centro di ogni attività (i primi in classifica sono il 6, fortuna, l’8, prosperità e il 9, eternità). I numeri veri sono le oltre 20 linee di metropolitane di Shanghai (tra il 2003 e il 2010 in vista dell’Expò ne hanno inaugurata praticamente una ogni anno) con 13 milioni di passeggeri giornalieri, i 400 km all’ora del treno che ci porta senza uno scossone tra la capitale del nord e la capitale storica, la bella Xi’an con le sue oltre 40 università (!). Gli investimenti per la ricerca superano quelli degli USA e il nuovo piano quinquennale prevede una crescita annua del 7%. Sono 5 milioni i brevetti e le invenzioni partorite ogni anno: il tavolo da gioco per il mondo del futuro ha lasciato da un po’ la Silicon Valley.

Le nostre giovani e preparate guide (un perfetto italiano imparato in 4 anni di università) ci rivelano che è complesso oltre che costoso sposarsi (c’è un 30% di maschi in più, grazie alla politica del figlio unico abolita nel 2016), l’acquisto di una casa nelle grandi città è difficile. Ma allora dove vivono un miliardo e mezzo di cinesi? Lo rivelano gli innumerevoli “boschi” di grattacieli di edilizia “popolare”: tutti uguali, tutti grigio-ocra, tutti di 35 piani, che crescono come funghi nelle periferie e ogni tanto interrompono la campagna con assurde “città” senza storia: ogni casa un quartiere. Anonime? Brutte? “Ma non è che qui si può tanto scegliere”, taglia corto “Gianni” la guida più audace nel raccontarci del presente.
Sulla Grande Muraglia orde di turisti, per fortuna meno aggressivi degli Unni, non riescono a distruggerne la grandiosità. Bellissimi e intriganti i guerrieri di Terracotta riescono comunque a meravigliare anche se affacciarsi al parapetto dell’immensa struttura che li protegge, sgomitando tra migliaia di persone armate di telefonino, è la vera impresa. Il primo imperatore della dinastia Qin non poteva che fare le cose in grande. E nessuno ancora sa quanto in grande, visto che la vera tomba è ancora coperta di terra e vegetazione a due chilometri dalla minima parte del suo esercito oggi portato alla luce.

Dovrei farmene una ragione: una volta in Cina il senso delle proporzioni “all’Europea” è perduto. I grattacieli di Shanghai fanno impallidire Chicago e NewYork messi insieme. L’esagerazione è la regola.
Mi fermo però stupefatta di fronte alla folla di fedeli di ogni età che si muove compatta verso gli altari pieni di frutta nei piccoli e grandi templi buddisti nascosti tra i grattacieli o arrampicati sulle montagne. Mescolano riti antichi a una superstizione insieme ingenua, inossidabile e stupefacente, ma si avverte una religiosità reale. E incredibilmente diffusa.
Al tempio taoista di Zhongyue ci accoglie una sfilata di Dei di cartapesta e una folla di persone di ogni età. C’è una festa. Non mancano i banchetti, lo street food cinese così colorato e divertente (compresi gli spiedini di scorpioni), ma qui la gente fa la fila per gettare nel braciere le barchette portafortuna di carta dorata, accendere tre rigorosi incensi, appendere i desideri scritti su nastri rossi e rivolgersi Bodhidharma per passare l’esame di chimica all’università.
Le guide ci indottrinano sui nomi degli imperatori, le successioni delle dinastie, le donne che hanno preso il potere (pochissime, disonorate e mai perdonate). I ragazzi girano vestiti con splendidi abiti tradizionali., si fotografano, si fanno fotografare, testimoni di un recupero di una identità tanto più sentita tanto più è lontana, retaggio di un tempo divenuto quasi mitico. Un teenager, dignitario della corte Ming in alta uniforme, mi confida: “Sentiamo l’Italia vicina perché ha una storia millenaria come la nostra. Anche voi avete avuto i vostri imperatori!”. Tra le (poche) cose che potevo pensare ci unissero, Caligola e Nerone non erano nel mazzo..

Le città esplodono di negozi, di bancarelle e di supermercati, di centri commerciali e minuscoli laboratori artigianali: la carta moneta sembra scomparsa. Si paga con il cellulare. Il pos sostituito dal QRcode. Lo mette bene in mostra anche l’unica mendicante incontrata nel mio tour, seduta per terra nella strada principale del quartiere musulmano di Xi’an. Lì incontro anche l’unico cane incrociato in Cina: un piccolo robot a 4 zampe che a ogni albero alza la zampa. Viene via per pochi yen in via Nanchino a Shanghai, tempio dei Manhua (i Manga cinesi), dei Cosplay e di una sterminata serie di Goldrake e Mazinga). Tuttavia a Shaolin il calligrafo dipinge antichi pittogrammi che si vendono all’asta a un pubblico (cinese) estasiato e nel Tang Dynasty Theatre di Xi’an un fantasmagorico show in costume con canti, musica dal vivo e raggi laser, riporta in vita la storia di Wu Zetian (624–705 d.C.) l’unica donna nella storia cinese a regnare come imperatore. Standing ovation.

Ma c’è una assenza, Il vecchio Mao dove è finito? Non ce ne è traccia neppure sulle bancarelle di paccottiglia per turisti. Certo, in una piazza Tian an men super-controllata e quasi vuota nel tardo pomeriggio al cambio della guardia c’è il suo Mausoleo e l’unico suo ritratto. Il mito del Grande Timoniere e della Lunga Marcia resta ai margini, forse non è cibo per i turisti occidentali qui per commemorare un evento che sembra essere stato volutamente rimosso.
I pochi cinesi che si avventurano a parlare della storia recente criticano la Rivoluzione culturale (con i genitori che hanno dovuto distruggere libri e eredità familiari) e la politica del figlio unico (due giovani guide sono restati secondogeniti illegali fino al pagamento di una multa salatissima), molti denunciano il “tradimento” di Taiwan, detestano il Giappone, irridono l’America (ma qualche Tesla in giro l’ho vista), e guardano con sufficienza la nostra democratica litigiosità senza fine.
E i turisti? Ci sono. Sono tanti. Sono cinesi. Fatta eccezione per le hall degli alberghi più grandi e davanti allo skyline di Shanghai, la sensazione è di essere soli, alieni e fonte di grande curiosità. I ragazzi ci avvicinano per farci firmare taccuini dove registrano gli incontri con “gli occidentali”, i bambini ci sorridono, ci salutano con un “hello”, timido accenno a un tentativo di conoscenza dell’inglese. Una televisione locale ci intervista sul treno tra Kaifeng e Xi’an. Spintonati di lato tra le statue dei Buddha di Shaolin, tempio del Kung- Fu, ci siamo sentiti non previsti, del tutto irrilevanti. La Cina è davvero oltre la curvatura del nostro universo.
